Domenico, il trapianto fallito e il cuore bruciato: cronistoria degli errori che hanno portato alla morte del bimbo al Monaldi

I numeri. C'è una cartella clinica di oltre mille pagine, c'è una relazione (audit interno) di 290 pagine. I magistrati della Procura di Napoli hanno decine di file pdf di procedure interne e nazionali, di organigrammi, appalti di gara per dispositivi, perfino le uscite e le entrate dal lavoro. E, notizia di poche ore fa, hanno acquisito altri atti, anche i telefoni cellulari di alcuni coinvolti in quella nota all'Italia come la «storia del bambino col cuore bruciato» ma che in procura è il fascicolo sul decesso di Caliendo Domenico di anni due, ipotesi di reato lesioni colpose a breve rivalutata in omicidio colposo, 6 indagati, tutti nella equipe della Cardiochirurgia Pediatrica dell'ospedale Monaldi di Napoli. Il corpo del piccolo Mimmo sarà sottoposto ad autopsia, ovviamente. E poi i funerali, a Nola, dov'è nato e dove si è svolta la sua vita troppo breve.
Domenico era affetto da Cmd, cardiomiopatia dilatativa. È una malattia del miocardio, è quando il ventricolo sinistro è dilatato ed ha una ridotta capacità di contrazione che porta a un inefficiente pompaggio del sangue. Da due anni attendeva il trapianto. Nei circa 60 giorni di questo dramma tra omissioni colpevoli, clamorosi errori e dolore, è successo di tutto. E tutto è da ovviamente appurare tenendo conto anche del racconto di chi è oggi sotto accusa.
C'è poi un dato incontrovertibile: la famiglia Caliendo aveva diritto ad una corretta informazione da parte dell'ospedale "Monaldi", afferente all'azienda ospedaliera "Dei Colli", fin da subito doveva sapere cosa era accaduto. E quest'informazione non l'ha avuta. Su questo la catena di comando dell'ospedale è coinvolta materialmente, mediaticamente e moralmente.
La sera del 22 dicembre 2025 il bimbo cardiopatico è ricoverato all’ospedale Monaldi poiché c'è la disponibilità di un cuore compatibile da Bolzano. L'equipe parte da Napoli con una attrezzatura per custodire l'organo. Prima questione che emerge dagli atti: per il traporto parte un box isotermico privo di sistema di alert della temperatura. Ma al Monaldi erano stati acquistati dei box hi-tech con monitoraggio termico, adatti a trasportare in sicurezza un organo umano espiantato da un donatore e che deve dar vita e speranza ad un ricevente. Non sono stati usati, si dice per mancata formazione del personale. Anche questo è da appurare.
L'organo fuori dal corpo umano che lo protegge è delicatissimo: deve essere a temperatura controllata, fuori da ogni pericolo di aggressione batterica, al sicuro da urti: i viaggi del genere vengono fatti in auto, in elicottero, in aereo e si corre veloci, il tempo è prezioso, dopo 4-6 ore il cuore va in ischemia. C'è un altro problema che emerge dalle carte: il ghiaccio – questo è quanto emerge – non sarebbe stato sufficiente per garantire la conservazione fino al rientro. Nei modelli di analisi degli incidenti sanitari questa fase è normalmente affidata a checklist standardizzate: quando un controllo critico non viene effettuato o non intercetta l'anomalia, si parla di «failure in a safety-critical step», ovverossia di mancato funzionamento di un passaggio pensato per prevenire l'errore.
È il 23 dicembre. Il viaggio per un nuovo cuore da donare a Domenico parte all'antivigilia di Natale. Ci sono i medici Vincenzo Pagano e Gabriella Farina. All'ospedale San Maurizio di Bolzano, dove c'è l'organo donato, viene richiesta integrazione del ghiaccio nel contenitore. Un operatore versa nel box ghiaccio secco invece di ghiaccio d’acqua. Nessuno rileva la differenza.
Il ghiaccio, ovvero l'acqua sotto zero, mantiene una temperatura costante tra 0 e 4 gradi. Il cosiddetto «ghiaccio secco» è anidride carbonica solida. Per capirci, è quello che serve «a fare il fumo» durante i concerti. Arriva a -70 gradi sotto lo zero. Un organo umano a queste temperature si brucia. Per questo lo hanno chiamato «cuore bruciato». Nel risk management sanitario questo è l'errore operativo con impatto diretto sull'evento clinico. Un «active error» cioè errore in prima linea. Manca anche il doppio controllo su questa fase ad alto rischio.
Alle 2 del pomeriggio del 23 dicembre il bimbo viene portato in sala operatoria al Monaldi. Il cuore è in viaggio, arriva alle ore 14:30. Dopo l’apertura del box il cuore risulta congelato. Servono circa 20 minuti per estrarlo dai sacchetti. È un passaggio importantissimo. Guido Oppido, il cardiochirurgo a capo della Cardiochirurgia Pediatrica, colui che fa l'intervento, sostiene di aver chiesto se l'organo era in loco e se era correttamente conservato, ricevendo l'ok. I suoi colleghi negano di aver dichiarato questo via libera.
Nel risk management sanitario questa situazione è descritta «closed-loop communication failure». Ovvero: una informazione critica viene richiesta ma non verificata con una conferma esplicita e tracciabile. Si tratta d'una delle cause più frequentemente associate agli eventi avversi chirurgici. Sarà la magistratura a stabilire cosa sia avvenuto. Ma ciò che è accaduto dopo decide della vita del bimbo.
Domenico è sulla piastra chirurgica e non ci sono alternative, visto che è pronto per il trapianto: il cuore arrivato da Bolzano va innestato. Ovviamente il nuovo organo non funziona. Viene attivata l'assistenza extracorporea Ecmo e richiesta con urgenza la disponibilità di un nuovo organo al Centro nazionale trapianti. È l'inizio di un disastro annunciato. Alla mamma di Domenico, Patrizia Mercolino, viene detto che il delicato intervento – che comunque non era affatto esente da rischi – non è andato secondo quanto previsto. Ma non viene mai detto il perché, sostiene lei stessa.
Il 29 dicembre il professor Giuseppe Limongelli, si dimette dall'incarico di primario del reparto coinvolto nelle fasi preparatorie. Il 2026 arriva ed è orribile.
L'11 gennaio Patrizia Mercolino, presenta denuncia ai carabinieri, si affida ad un avvocato, Francesco Petruzzi. La procura di Napoli affida ai Nas la ricostruzione dei fatti. L'Azienda dei Colli avvia un audit interno, sospende i trapianti pediatrici e commissaria il reparto. Ma la famiglia non sa ancora cosa è davvero accaduto.
Lo apprende il 7 febbraio, da un articolo de "Il Mattino", dove si parla del ghiaccio secco. Il caso del «bimbo col cuore bruciato» diventa di rilevanza mediatica nazionale. La Regione Campania di Roberto Fico attiva una ispezione, il ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci attiva una ispezione. Arriva tutto molto tardi, dicono molti: ci sono da qualche anno relazioni che evidenziano le conflittualità e i problemi nel settore trapianti del Monaldi. A Bolzano, invece, viene attribuito al team di prelievo responsabilità su prelievo, conservazione, confezionamento e trasporto degli organi.
Il 14 febbraio i medici dell'ospedale "Bambino Gesù" di Roma, cui viene chiesto un consulto, dichiarano che il bimbo non è più operabile. L'unico ad avere una opinione contraria è proprio Oppido.
E visto che il 17 febbraio c'è la disponibilità di un nuovo organo viene effettuato un importante consulto medico coi più importanti specialisti di Cardiochirurgia pediatrica provenienti da Roma, Padova, Bergamo e Torino. Niente. viene stabilito che le condizioni cliniche del bambino non consentono un nuovo trapianto: c'è solo il 10% di possibilità che riesca. Le condizioni di Domenico peggiorano ora dopo ora. Si arriva alla «prognosi infausta»: nessuna possibilità, è solo questione di tempo.
Il 19 febbraio al piccolo paziente vengono attivate le procedure per il non accanimento terapeutico in fine vita. Il paziente entra in coma. Il 21 febbraio, alle ore 9.20, viene dichiarato il decesso di Domenico Caliendo.
