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Una donna su due ha paura di andare in palestra, l’ex tennista Sara Ventura: “Un coach mi disse ti prendo a calci”

L’ex tennista professionista Sara Ventura racconta a Fanpage.it le discriminazioni e gli abusi ricevuti in ambito sportivo nel corso della sua carriera, in particolare quando era una giovane atleta.
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Sara Ventura
Sara Ventura

"Mia madre è morta che avevo 12 anni. Ho dovuto imparare presto a difendermi da sola. E da ragazzina, in ambito sportivo, mi è capitato spesso di dovermi difendere da violenze fisiche e tentativi di abusi", ha raccontato a Fanpage.it Sara Ventura, ex tennista professionista con all’attivo 15 titoli italiani. Il suo miglior posizionamento è stato 250 WTA nella classifica internazionale e 2.1 nella classifica italiana.

"Ho iniziato a giocare a tennis all'età di 5 anni, poi crescendo il tennis è diventata la mia vita. Ho frequentato diversi circoli di tennis, in diverse città d'Italia. Ma l'esperienza più forte e impattante, sotto ogni punto di vista, l'ho vissuta in un college sportivo di Roma, molto selettivo, in cui venivano convocate solo le migliori under 14 d'Italia. Nel college si studiava e si ci si allenava nel tennis. Si dormiva lì durante la settimana", ha raccontato ancora Sara a Fanpage.it andando a ricordare momenti intensi e al tempo stesso dolorosi della sua vita, che l'hanno segnata e che oggi l'hanno portata attivamente a combattere, con i mezzi a propria disposizione, le violenze di genere in ambito sportivo.

Grazie alla sua passione agonistica infatti, Sara oggi gestisce una palestra in Ripa di Porta Ticinese a Milano, che non è solo una palestra di fitness in senso stretto ma uno spazio in cui i corpi prendono forma e si ripensano; in cui stereotipi, linguaggi violenti e sessisti sono aboliti; in cui si ospitano anche mostre d’arte, eventi e shooting pubblicitari. Inoltre Sara è anche promotrice della consapevolezza del proprio corpo, con suo primo libro, “A Testa Alta” (ed. De Agostini, 2021) in cui ha raccontato attraverso uno spaccato personale i temi della diversity e dell’empowerment femminile. Ha inaugurato anche un podcast con Carlotta Vagnoli dal titolo “Sport plurale Femminile” (Storytel Editore).

"Avevo 12 anni circa quando sono entrata nel college, avevo da poco perso mia madre. Ero fragile ma al tempo stesso capace di badare a me stessa. Pur essendo un centro femminile, gli allenatori erano tutti uomini. Ricordo frasi e atteggiamenti molto violenti da parte loro, in cui spesso hanno passato il limite. E quando si è adolescenti, o si ha qualche fragilità, certi modi di fare o certe parole possono essere percepite in modo ancora più aggressivo e devastante. Non esisteva il linguaggio inclusivo e rispettoso. C'era invece una grande ignoranza nel parlare. Mi dicevano frasi come ‘ti prendo a calci nel c*lo e ti mando a casa'. Capitavano spesso linguaggi violenti e abusi psicologici dove la soggettività della persona non veniva considerata. Non c’era una cultura sportiva adeguata a far crescere le atlete anche come persone". 

Dal recente report "Perché non accada" realizzato da ActionAid in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia e 2B Research, emerge che "Una donna su due ha paura a frequentare strutture sportive". La paura, l’auto-esclusione e l’estraneità segnerebbero l’esperienza sportiva delle donne in Italia. La ricerca indaga su quanto stereotipi, disuguaglianze di genere siano radicati e orientino le nostre vite.

Pur essendo passati molti anni da quando Sara ha iniziato la sua carriera sportiva, ancora oggi – conferma l'atleta a Fanpage.it – nelle palestre e nei centri sportivi la situazione per quanto riguarda il linguaggio violento e la disparità di genere è cambiata poco.

"C'è ancora un linguaggio intriso di violenza, stereotipi, aggressività e una visione tutta maschile dello sport. In particolare le donne hanno paura di essere vittime di abusi e nella maggior parte dei casi di body-shaming. L'idea secondo cui la donna debba essere magra è molto diffuso, quando invece si può fare sport semplicemente per stare bene con se stessi. I personal trainer, spesso uomini, ti dicono ‘devi dimagrire', ma non sempre si ha bisogno di dimagrire", ha concluso Sara Ventura, parlando con Fanpage.it.

Secondo il report di ActionAid inoltre è emerso che una donna su tre non frequenta palestre o centri sportivi (contro il 24,6% degli uomini). Le diseguaglianze aumentano in base a orientamento sessuale e disabilità. Il divario è ancora più evidente negli stadi e nei palazzetti: il 43,9% degli uomini si sente sempre a proprio agio, contro il 28,1% delle donne. Quasi la metà delle donne (46,8%) non frequenta affatto questi spazi, il 53% tra le non eterosessuali. Il 31% delle persone ritiene che esistano sport “più adatti” agli uomini e altri alle donne. Un uomo su tre ne è convinto, tra le donne solo una su quattro.

"Per rendere lo sport uno spazio sicuro, ActionAid chiede che la prevenzione e il contrasto alla violenza maschile contro le donne siano integrati in modo chiaro e strutturale nelle politiche sportive. La Riforma dello sport deve usare la Convenzione di Istanbul come standard di riferimento e prevedere sanzioni efficaci. Allo stesso tempo, lo sport va riconosciuto nei Piani antiviolenza nazionali come leva di prevenzione primaria, con finanziamenti dedicati e un impegno diretto con risorse certe, da parte del Dipartimento per lo Sport, del CONI, delle Federazioni e degli Enti di promozione sportiva", ha detto ActionAid in un comunicato diffuso.

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