Uccise il suo superiore in caserma ad Asso, assolto il brigadiere Antonio Milia: “È affetto da disturbo delirante”

Antonio Milia, il brigadiere che il 27 ottobre 2022 ha ucciso il suo superiore, il maresciallo Doriano Furceri, sparandogli tre colpi di pistola all'interno della caserma di Asso (Como), è stato assolto definitivamente. È stata confermata, anche nel terzo grado di giudizio, la totale incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti e la pericolosità sociale. A dicembre era stato assolto dalla Corte d'Appello Militare di Roma, dove era a processo per "insubordinazione con violenza pluriaggravata" (si tratta della qualificazione prevista dal codice penale militare per l'omicidio volontario) con le stesse motivazioni. Stessa sentenza pronunciata anche dal tribunale militare di Verona.

In tutti i gradi di giudizio, Milia – che è difeso dall'avvocato Roberto Melchiorre – è risultato affetto da un disturbo delirante di tipo persecutorio e per questo motivo è sottoposto a una misura di sicurezza in una struttura specialistica della provincia di Como. Sostanzialmente, chi soffre di questa patologia fa i conti con uno o più deliri che sono "compatibili con la realtà sul piano formale, ma fondati su convinzioni erronee, rigide e non modificabili dal ragionamento o dall'esperienza" e che possono portare a uno scollegamento totale dalla realtà. Il giorno dell'omicidio, per esempio, avrebbe sparato a Furceri perché convinto che lo avesse salutato con tono di derisione.
Per i periti, i primi segni di squilibri sarebbero arrivati nel 2022. Proprio in quell'anno, iniziarono a manifestarsi i pensieri persecutori: pensava, infatti, che ci fosse un complotto contro di lui. Credeva di essere intercettato e seguito e attribuiva atteggiamenti persecutori proprio al suo maresciallo. Nonostante questi segnali, a ottobre 2022, Milia è stato dichiarato idoneo al servizio e gli è stata restituita l'arma. Per questo motivo il Tribunale Militare, che si è occupato dei reati commessi nella caserma, ha trasmesso gli atti alla Procura di Como per l'ipotesi di una condotta di negligenza professionale a carico dei medici della Commissione Militare, che pochi giorni prima dell'omicidio hanno ritenuto il brigadiere idoneo.