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Avrebbero dovuto essere il modo efficace per riuscire a intercettare gli eventuali positivi al Coronavirus e avrebbero dovuto essere il modo per permettere a imprenditori, sindaci e organizzazioni di effettuare screening di sicurezza per gestire meglio la pandemia e invece i cosiddetti “tamponi rapidi” in Lombardia rimangono al palo e diventano di fatto difficilmente accessibili. Tutto comincia con la delibera XI/3777 in cui la Giunta Fontana escludeva agli infermieri la possibilità di effettuare i tamponi. Durante una seduta del Consiglio regionale lombardo Gregorio Mammì del Movimento 5 Stelle fece notare il problema e venne rassicurato dall’assessore al Welfare Giulio Gallera su una modifica in fase di stesura delle linee guida emanate dalle varie Ats (le Agenzie per la tutela della salute).

"Regione Lombardia – dice Mammì a Fanpage.it – decide di ripercorrere la stessa, vergognosa, strada che ha previsto per i test sierologici, cioè il renderli inaccessibili. Nelle linee guida è previsto che l’effettuazione dei test possa essere fatta da operatori sanitari, fatta salva la responsabilità di un medico che si faccia carico del caricamento dei dati in una apposita piattaforma, e della prenotazione del test molecolare. Di fatto, quindi, gli studi medici o i liberi professionisti che volessero offrire la possibilità di sottoporsi a tampone rapido dovrebbero avere un accordo con un laboratorio della rete regionale". Peccato che i laboratori della rete regionale siano quegli stessi laboratori che risultano sotto stress per il numero di tamponi processati e che in più, sostanzialmente, già offrono lo stesso servizio. Fallisce quindi il senso di aggiungere la possibilità di un tampone a disposizione per aumentare la possibilità di screening.

"Anzi, nelle linee guida si legge che non è possibile utilizzare i test antigenici come screening ma solo dopo la prescrizione del medico. Pertanto, uno strumento che potrebbe essere utilizzato dai cittadini, dai datori di lavoro e dai sindaci per effettuare degli screening mirati viene, ufficialmente, reso inaccessibile. Anche i datori di lavoro invece di essere incentivati all’utilizzo dei test antigenici, da utilizzare in setting aziendali, vengono caricati di incombenza e burocrazia, nel pieno stile lombardo e leghista", dice Mammì.

Le linee guida Ats: I test antigenici non sono autodiagnosi

Nelle linee guida inviate dalle Ats si legge infatti che “i test antigenici non sono test di autodiagnosi, ma strumenti complementari nell’ambito di un percorso diagnostico che consideri gli aspetti clinici, ancorché sfumati, e di esposizione epidemiologica. “La decisione di effettuare il test antigenico, pertanto, è conseguente ad una valutazione medica, in relazione al quadro sintomatologico ed alla esposizione al contagio". Serve quindi una prescrizione medica per potervi accedere. Continua Mammì: "È incomprensibile tutta la procedura contenuta nelle linee guida. Ho provato io stesso ad inviare dei quesiti al direttore generale Walter Bergamaschi, nonché a provare a parlare con gli operatori di Ats Milano per capire l’iter autorizzativo ottenendo risposte confuse e in contrasto con la normativa".

Eppure secondo il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle la soluzione avrebbe potuto essere semplice: "Se un cittadino si sottopone ad un test antigenico e risultasse positivo, con la certificazione di effettuazione del test rilasciata dal professionista sanitario, dovrebbe essere inviato dal proprio medico di base. Certo, questo comporterebbe un lavoro per Ats, che dovrebbe garantirne l’effettuazione del test antigenico, e quindi si decide di giocare a scaricabarile con i professionisti e le strutture che potrebbero offrire questo servizio. Sarebbe ancora più semplice la soluzione, se Ats non riesce a gestire la prenotazione dei tamponi molecolari: si potrebbe rendere il tampone rapido come test diagnostico per l’ingresso in quarantena, sottoponendo così il cittadino al solo tampone molecolare di rientro alla collettività, si risparmierebbero tempo e risorse".