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Scontri in Stazione Centrale a Milano dopo il corteo ProPal, gli indagati: “C’era rabbia”

Gli indagati per gli scontri alla Stazione Centrale di Milano al termine di un corteo ProPal si sono difesi parlando di “rabbia” e “difesa”. La giudice sta valutando la posizione degli altri manifestanti coinvolti.
A cura di Giulia Ghirardi
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Foto da LaPresse
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Si sono riconosciuti nei fotogrammi delle immagini, che sono agli atti dell'inchiesta, e hanno cercato di "contestualizzare quei fatti", spiegando "il perché delle condotte contestate": alcuni hanno parlato di azioni di "difesa", altri di momenti di "rabbia". È questa la sintesi degli interrogatori che si sono svolti questa mattina, mercoledì 25 marzo, dei 6 manifestanti indagati per resistenza aggravata, lesioni ai danni di alcuni agenti, interruzione di pubblico servizio e porto abusivo di armi improprie, per gli scontri e l'assalto alla stazione Centrale di Milano del 22 settembre scorso al termine di un corteo ProPal. Per loro sono state disposte le misure cautelari dell'obbligo di dimora e di firma.

Tutti loro, difesi dagli avvocati Guido Guella e Mirko Mazzali, hanno risposto alle domande della gip Giulia D'Antoni, che ha firmato l'ordinanza nelle indagini della Digos della Polizia e della pm Francesca Crupi. Quella "guerriglia", aveva scritto la giudice, è stata "l'espressione di un modo ostile di percepire le istituzioni dello Stato" e di "ravvisare nella tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza un limite alla libera manifestazione del pensiero". Dall'altro lato, gli indagati, che frequentano centri sociali milanesi, hanno cercato di chiarire cosa sia accaduto, parlando anche di "rabbia" per il contesto di quelle manifestazioni.

Successivamente, nel pomeriggio sono stati interrogati dalla gip anche gli altri 8 indagati. Nei prossimi giorni la giudice dovrà decidere se disporre o meno anche per loro misure cautelari. In questo caso, gli indagati si sarebbero difesi, sostenendo che quel pomeriggio stavano "manifestando per Gaza e per la Palestina e contro il genocidio e c'era molta rabbia" da parte loro per quanto stava accadendo. Inoltre, alcuni di loro avrebbero spiegato di aver colpito gli agenti per difendersi "dalle manganellate". Nell'ordinanza figuravano i nomi di 17 indagati, che hanno dai 20 ai 69 anni. Altri 27 sono stati denunciati, mentre in cinque, tra cui due minori e due studentesse universitarie, erano stati arrestati in flagranza quel giorno e poi liberati.

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