Safari umani a Sarajevo, cacciatore piemontese: “Se ho sparato a qualcuno? Certo, oggi ho gli incubi”

"Se ho mai sparato a qualcuno? Certo. E quando ci penso di notte ho gli incubi. Ricordo cose terribili come le persone che agonizzavano, gli amputati in corso emorragico inarrestabile", a dirlo – in un'intervista rilasciata al Tg3 Piemonte – è un cacciatore piemontese di 60 anni contattato dalla testata dopo che il suo nome è spuntato nell'inchiesta della Procura di Milano sui presunti "safari umani": cittadini italiani e stranieri che pagavano per andare a sparare ai civili a Sarajevo tra il 1993 e il 1995 durante la guerra nell'allora Jugoslavia.
L'uomo è il primo italiano a confermare di essere stato in ex Jugoslavia per uccidere, anche se non proprio a Sarajevo. Infatti, pur avendo negato di aver partecipato ai "safari umani", avrebbe comunque rivendicato la sua partecipazione alla guerra.
"Io ci sono stato, ho combattuto lì. Conoscevo persone di Milano che facevano dei charter. Sono andato là, mi sono intruppato in una formazione paramilitare serba. I serbi utilizzavano molto volentieri persone formate al tiro a lunga distanza europee" – ha detto il 60enne durante l'intervista – "C'erano delle procedure, si partiva da piccoli aeroporti sulla costa adriatica, poi o si sbarcava in Macedonia oppure in Montenegro. C'erano anche degli stranieri: inglesi, francesi, tedeschi. Qualcuno da Milano andava anche per divertirsi".
Safari umani, cosa sono: l'inchiesta della Procura di Milano
L'inchiesta della Procura di Milano – condotta dal pubblico ministero Alessandro Gobbis, insieme al procuratore Marcello Viola, e svolta in collaborazione con i carabinieri del Ros di Milano – è volta a far luce sul presunto giro di "cecchini" , persone che dall'Italia (oltre 100) partivano "nel weekend" per Sarajevo, durante l'assedio degli anni Novanta, e pagavano per uccidere civili. Si tratta di un affare che non riguarda solo l'Italia ma anche altri paesi come Francia, Germania, Inghilterra. Per questo la Procura milanese è assistita anche da uffici giudiziari europei. Le indagini sono iniziate dopo l'esposto presentato dallo scrittore e giornalista Ezio Gavazzani, che ha raccolto materiale grazie anche alla collaborazione degli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, ex magistrato esperto di terrorismo. Nell'ambito dell'inchiesta risultano già diverse italiani indagati, tra il cui il primo: l'ottantenne friulano Giuseppe Vegnaduzzo, accusato di omicidio volontario aggravato. Gli altri, il cui nome è stato inserito nel registro degli indagati, sarebbero due uomini: uno residente nel Centro Italia e l'altro un ricco imprenditore lombardo. Anche per loro, l'accusa è di omicidio volontario continuato e aggravato dai motivi abietti.
I costi dei Safari umani: il racconto a Fanpage.it della criminologa Martina Radice
Come ha recentemente raccontato a Fanpage.it Martina Radice – la criminologa che insieme a Ezio Gavazzeni lavora nell'inchiesta – chi prendeva parte ai "safari umani" non si muoveva in autonomia, ma faceva parte di un sistema ben più ampio e articolato, in cui "c'erano persone che venivano pagate 4 milioni di lire ogni volta che accompagnavano i cecchini nelle zone di guerra". Questi, ha spiegato la criminologa, "si chiamavano contractor: loro conoscevano tutto dei clienti, i quali al contrario non sapevano nemmeno il nome del proprio accompagnatore". Come il caso del "Francese".
Secondo quanto emerso fino ad ora, un congruo numero di persone, provenienti da diversi Paesi occidentali, avrebbero quindi pagato ingenti somme di denaro per poter sparare ai civili inermi (tra cui anziani, donne e bambini) solo e soltanto per il piacere di uccidere.
La criminologa, nei mesi scorsi, sempre a Fanpage.it, aveva anche provato a delineare una sorta di identikit di questi presunti "cecchini del weekend"e aveva spiegato che "sono persone che potrebbero avere oggi tra i 60 e gli 80 anni, perché all'epoca erano molto giovani, tra i 30 e i 40 anni d'età. Avevano di certo una elevatissima disponibilità economica".
Infatti per poter uccidere civili a Sarajevo questi "turisti della guerra" sarebbero arrivati a pagare anche 300mila euro di oggi in un solo weekend. Per questo motivo, secondo Radice, si trattava di persone "che si trovavano tra i piani alti della società, e che avevano la passione della caccia", come "medici, magistrati, avvocati, notai e imprenditori che dal lunedì al venerdì svolgevano normalmente la loro attività e godevano del riconoscimento della società, poi il venerdì sera partivano e andavano a sparare a persone inermi".
Come emerso dall'inchiesta man mano che andava avanti, i tratti comuni e caratteristici delle persone indagate e coinvolte sono la passione per la caccia e le armi, l'odio verso le donne, il sostegno all'estrema destra.