Rogoredo, trasferiti i colleghi di Cinturrino indagati: le indagini si allargano al commissariato

Il Commissariato Mecenate dista 5 minuti in auto da via Impastato a Rogoredo (Milano) – il luogo in cui il poliziotto 42enne Carmelo Cinturrino (ora in arresto) ha ucciso, come ammesso da lui stesso, con un colpo di pistola alla testa, il presunto spacciatore 28enne Abderrahim Mansouri, il 26 gennaio scorso.
Poco meno di quattro chilometri, che ora appaiono, metaforicamente, sempre meno. Tutto sembra avvicinarsi ancor di più sotto la lente di ingrandimento della Procura di Milano – a capo di un'inchiesta che si sta allargando anche all'interno del Commissariato Mecenate, di via Quintiliano 59 – impegnata a far piena luce non solo sulla responsabilità di Cinturrino in questa storia, ma anche su quella di tutti i suoi colleghi, presenti sul luogo dell'omicidio e non, che hanno permesso volontariamente o involontariamente che accadesse quanto accaduto: un omicidio; un agente che spara alla testa di un uomo disarmato e intento a scappare; una scena del crimine manomessa per creare lo scenario della "legittima difesa".
Secondo quanto si apprende infatti, la Procura ora si sta concentrando proprio su quel che succedeva all'interno del Commissariato Mecenate: dall'eventuale rete di complicità di cui avrebbe goduto Cinturrino, agli arresti anomali di spacciatori e pusher. I pm passeranno al setaccio vecchi fascicoli con rapporti di arresto, faranno domande agli agenti, cercheranno di ricostruire più nel dettaglio possibile il contesto che ha portato un assistente capo della Polizia ad avere la libertà di sparare a un uomo, per giunta alla testa.
Le testimonianze raccolte finora dalla squadra mobile di Milano, che sta conducendo le indagini insieme alla Procura, starebbero facendo emergere dettagli raccapriccianti su un certo modus operandi di Cinturrino e verosimilmente anche di alcuni suoi colleghi. Risulterebbero storie di violenti pestaggi a pusher o di spacciatori a cui sarebbero stati sequestrati droga e soldi, mai trasmessi negli atti ufficiali.
Intanto i quattro agenti (tre uomini e una donna), colleghi di Cinturrino – coinvolti direttamente nell’indagine e già indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso – sono stati assegnati a incarichi non operativi e spostati in sedi diverse rispetto al Commissariato dove svolgevano servizio. Un aspetto questo che rappresenta un'ulteriore accelerazione nella vicenda, che ora necessita di un tempo minimo di attesa per lo sviluppo degli accertamenti in corso. Carmelo Cinturrino invece resta in carcere, a San Vittore (Milano).
Stando sempre a quanto di apprende, resterebbe la volontà di procedere celermente, come confermato ieri nel corso della visita in Questura del Capo della Polizia, Vittorio Pisani, ma sia sul fronte delle indagini sia su quello disciplinare ci sono tempi da rispettare.
Nel frattempo si moltiplicano, nell'ambiente, i commenti e i racconti di aneddoti dai quali si evincono condotte poco regolari dell'assistente capo Cinturrino. Le indagini però dovranno trovare riscontri certi alle illazioni e alle chiacchiere, soprattutto tra le affermazioni emerse nel mondo dello spaccio e della tossicodipendenza, spesso non attendibili.
Proseguono anche gli adempimenti preliminari e l'istruttoria che dovrebbe portare, forse già entro la prossima settimana, al primo consiglio di disciplina per Cinturrino. Si cerca di fare velocemente ma il rischio di esporsi poi a ricorsi richiede che ogni passaggio venga formulato nel modo regolamentare.