Residente a Milano da 2 mesi, il Comune non le dà la tessera elettorale: “Devo pagare il treno per votare”

La nostra redazione riceve lettere e testimonianze relative a storie che riguardano le difficoltà dei cittadini costretti a far fronte a problematiche burocratiche. Invitiamo i nostri lettori a scriverci le loro storie cliccando qui.
Pubblichiamo la lettera che ci ha inviato una nostra lettrice, che ci scrive da Milano e ha raccontato il suo "calvario burocratico" per poter ottenere la tessera elettorale dopo aver cambiato residenza: "Questa non è sfortuna. È un sistema che scoraggia la partecipazione democratica. È burocrazia che punisce chi si muove, chi lavora, chi cambia vita", ci ha scritto.
La lettera della nostra lettrice:
"Due mesi fa ho cambiato residenza a Milano. Un diritto. Una scelta legittima. Quello che non sapevo è che esercitare un altro diritto fondamentale — votare — si sarebbe trasformato in un'odissea kafkiana una telefonata. Non a un ufficio qualsiasi: al centralino del Comune di Milano. Mi dicono di recarmi all'anagrafe con i documenti necessari per ritirare la nuova tessera elettorale. Semplice, no? Sciocca. Primo ufficio. Mi presento. Mi dicono di tornare dopo qualche ora perché in quel momento non possono rilasciarla. Torno. Mi mandano a un altro ufficio, a 40 minuti di distanza. Secondo ufficio, via Larga 12. Novantacinque numeri davanti a me. Due ore e mezza di attesa. Risultato? Non possono rilasciarmi la tessera. E, mi informano quasi per caso, che probabilmente non potrò nemmeno votare nel mio vecchio comune. Mi indicano un terzo ufficio, a Cenisio — 45 minuti da lì — e mi avvertono di fare in fretta: oggi è venerdì, sabato e domenica sono chiusi. Io lavoro. Mi sono già presa due mezze giornate. Ma vado. Terzo ufficio, Cenisio. La risposta definitiva, finalmente: non posso votare nel nuovo comune. Devo tornare al vecchio. Un'informazione che avrei potuto ricevere il primo giorno. Al telefono. In cinque minuti. Invece eccomi qui: tre uffici, tre quartieri diversi di Milano, una città che non perdona chi ha fretta o chi non può permettersi di perdere il lavoro. E il paradosso più grottesco? Questi uffici — quelli che dovrebbero garantire i diritti civili dei cittadini — chiudono alle 12:30 o alle 15:00. Come se i diritti si esercitassero solo in orario d'ufficio. Il finale? Devo prendere treni a prezzi assurdi per raggiungere il mio vecchio comune. La domenica non ci sono treni di ritorno. Questo significa un'altra mezza giornata di lavoro persa, l'ennesima, solo per poter mettere una croce su una scheda. Questa non è sfortuna. È un sistema che scoraggia la partecipazione democratica. È burocrazia che punisce chi si muove, chi lavora, chi cambia vita. È uno Stato che chiede ai cittadini di inseguirlo tra un ufficio e l'altro, con orari medievali e informazioni contraddittorie, e poi si sorprende se la gente smette di andare a votare. Io ci sono andata lo stesso. Ma quanti rinunciano?".