Produrre un giubbotto che Paul&Shark vende a 2000 euro costa 107: i margini dell’azienda del cognato di Fontana

Margini di guadagno compresi tra l'87 e il 95 per cento su alcuni capi di abbigliamento e una filiera produttiva che, secondo gli inquirenti, si reggerebbe su condizioni di sfruttamento sistematico. È questo il quadro che emerge dagli atti dell'inchiesta per caporalato della procura di Milano in un filone sullo sfruttamento nella moda e nel made in Italy, nella quale è indagato Andrea Dini, il cognato del presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, insieme ad altre 5 persone, atti che Fanpage.it ha potuto visionare.
In particolare, il pm Paolo Storari e la pm Daniela Bartolucci hanno disposto il controllo giudiziario d'urgenza della Dama spa, la società di produzione di maglieria e vestiario guidata dal fratello della moglie del governatore, che è anche titolare del marchio Paul&Shark. La Dama spa, secondo gli inquirenti, avrebbe poi esternalizzato la produzione, affidandone la realizzazione in subappalto ai laboratori cinesi della M&G e poi alla GMAX 365 srl.
I margini dell'azienda del cognato di Fontana
Stando ai documenti e ai dati acquisiti durante le perquisizioni presso la GMAX 365 srl, alcuni capi del marchio Paul&Shark – commissionati dalla Dama spa – mostrano un divario enorme tra costo industriale e prezzo al pubblico. Un "carcoat reversibile", per esempio, verrebbe realizzato dal brand Paul&Shark con una spesa di poco superiore ai 100 euro, 107 per l'esattezza, ma nei negozi arriverebbe a sfiorare i 2mila euro: una moltiplicazione del valore che supera di gran lunga le dinamiche tipiche del settore. Anche per un giubbotto tecnico "typhoon" il meccanismo sarebbe simile: poche decine di euro per produrlo, quasi 600 per acquistarlo.
Sembra, infatti, che le aziende committenti – tra cui anche la Dama spa – stabilissero direttamente il prezzo delle lavorazioni anche quando i laboratori proponevano cifre differenti. In questo squilibrio contrattuale si inserisce il sistema descritto dagli inquirenti: una struttura che si reggerebbe sulla vulnerabilità dei lavoratori, molti dei quali stranieri e intrappolati in una condizione di irregolarità che li avrebbe resi completamente dipendenti dal datore di lavoro. Non solo per lo stipendio – intorno ai 5 euro all'ora – ma anche per bisogni primari come vitto e alloggio, oltre alla speranza – spesso illusoria – di una regolarizzazione. Una dipendenza che si sarebbe tradotta, secondo gli inquirenti, in una forma di sottomissione psicologica: i lavoratori venivano istruiti su cosa dire in caso di controlli, per nascondere turni reali e paghe effettive.