Povertà alimentare, una mamma: “A volte i miei figli mi chiedono perché il frigo è sempre vuoto”

"Essere al limite significa non avere i soldi per andare a fare la spesa": sono queste le parole pronunciate da Giuliana, mamma di tre figli che insieme ad altre donne è stata coinvolta nell'indagine di ActionAid "La fame non raccontata". Dal rapporto – nato dalla collaborazione con CSV Milano – emerge come le donne siano i soggetti più colpiti dalla povertà alimentare in Italia soprattutto con l'inizio della pandemia da Covid-19. Dai loro racconti – in totale sono 53 voci – emerge un quadro drammatico, ma soprattutto un appello alle Istituzioni per garantire dignità e diritti fondamentali. L'indagine si concentra sul territorio di Milano e in particolare su quattro comuni della provincia (Corsico, Cinisello Balsamo, Baranzate, Rozzano): mentre il capoluogo meneghino è investito da una importante ripresa economica, l'area circostante fa fatica a rialzarsi.
La paura di perdere casa è più forte di quella di non avere cibo
Secondo il rapporto sono le donne le prime a saltare i pasti per consentire ai figli di mangiare e sono sempre loro a decidere di chiedere aiuto ai centri di ascolto facendo poi i conti con sentimenti come la vergogna: "Non ho mai raccontato che vengo qui – continua Giuliana -. Forse ad alcuni parenti stretti, ma non a tutti. Ho paura che non capiscano". Oltre alla sua testimonianza, ActionAid ha raccolto quella di Patrizia: "La cosa che mi ha fatto scattare era proprio vedere tutti i giorni il frigo vuoto. E magari qualche volta i miei figli più grandi ogni tanto dicevano: ‘Ma queso frigo è sempre vuoto'". E come Giuliana e Patrizia, c'è anche un'altra donna di origine straniera di Baranzate che racconta come spesso non abbia mangiato perché "preferivo che mangiassero loro, se avevo due uova le davo a loro e io non ne mangiavo". La mancanza di cibo arriva a causa della difficoltà ad affrontare le altre spese: gran parte degli stipendi vengono utilizzati per pagare affitto e bollette e poi successivamente si pensa alla spesa. La paura di perdere casa è maggiore rispetto a quella del cibo.

Nel 2020 sono aumentate le richieste d'aiuto
Nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie che prima ancora del Covid-19 avevano lavori che garantivano delle entrate minime. Entrate e spesso lavori che poi sono spariti con la crisi pandemica: oltre il 20 per cento ha infatti spiegato di aver perso il lavoro durante la pandemia o di aver visto diminuire le ore di lavoro. Nel 2020 le richieste d'aiuto sono aumentate del 95 per cento: l'anno precedente si erano fermate a 2.024 con 671 famiglie aiutate e l'anno successivo sono arrivate a toccare 3.957 richieste con 1151 famiglie. L'incremento ha messo in difficoltà gli stessi centri che, oltre a garantire gli aiuti alle famiglie in difficoltà, hanno dovuto garantire adeguate condizioni di sicurezza. Dall'analisi è poi emerso che mentre il 63 per cento degli intervistati ha richiesto l'intervento dei centri di assistenza prima della pandemia, il 37 per cento lo ha fatto durante la crisi pandemica.

Quali sono le famiglie più vulnerabili
Dall'analisi emerge inoltre che le famiglie più vulnerabili sono quelle straniere (il 60 per cento) a loro seguono quelle che devono assistere persone disabili. Roberto Sensi, Policy Advisor Global Inequality ActionAid Italia, spiega come la povertà alimentare comprometta il benessere psicofisico: "Il contrasto a questo fenomeno non può passare solamente attraverso misure di natura emergenziale come è stato per i buoni spesa erogati negli ultimi diciotto mesi. Servono politiche di contrasto più efficaci come, ad esempio, rafforzare gli interventi di sostegno al reddito in modo che garantiscano alle famiglie in difficoltà l’accesso a un cibo adeguato sotto il profilo socio-culturale e nutrizionale".
