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Perché non si deve giudicare la scelta della donna che ha affidato il figlio Enea all’ospedale a Pasqua

Vuoi partorire in anonimato? Aspettati che tutta Italia ti punti un faro addosso, senza rispettare né la tua scelta né la tua privacy.
A cura di Jennifer Guerra
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In questo Paese, la riproduzione non riguarda mai soltanto chi la vive. Deve essere un affare collettivo, che va pubblicamente commentato, scandagliato, giudicato. Vuoi un figlio? Sei egoista. Vuoi abortire? Sei un'assassina. Vuoi fare la gestazione per altri? Mercifichi il tuo corpo. Vuoi fare la procreazione assistita? Sei fissata. Vuoi partorire in anonimato? Aspettati che tutta Italia ti punti un faro addosso, senza rispettare né la tua scelta né la tua privacy, che alcuni personaggi famosi si mettano a fare video strappalacrime per convincerti a tornare indietro e riprenderti il bambino che hai "abbandonato".

Domenica una donna ha partorito un bambino e lo ha affidato alla culla termica della clinica Mangiagalli, a Milano, dove è stato trovato insieme a una lettera. La legge sul parto in anonimato consente alle donne di partorire in ospedale senza riconoscere il figlio, il cui atto di nascita viene firmato dagli operatori sanitari. È comunque previsto un lasso di tempo di dieci giorni nel caso di ripensamenti.

La notizia è stata subito diffusa dai giornali insieme alle parole del direttore della Neonatologia e della Terapia intensiva della clinica, che ha parlato di una "sconfitta a livello sociale, perché in qualche modo non siamo stati in grado di intercettare una madre in grande difficoltà". Il problema è che è stato anche diffuso una specie di identikit della donna e del bambino, Enea, con dettagli sul colore della tutina e sull’età presunta della donna, ipotizzata sulla base del linguaggio giovanile della lettera.

La donna ha compiuto una scelta evidentemente ponderata, come testimonia anche la decisione di scrivere una lettera, eppure nessuno la sta rispettando. Non conosciamo le cause che l’hanno portata a compierla, eppure tutti hanno già deciso che il bambino è stato "abbandonato" per questioni economiche. Ezio Greggio, in un video pubblicato sui social, si è offerto di aiutarla dicendo, perché un bambino "merita una mamma vera, non una mamma che poi dovrà occuparsene ma non è la mamma vera".

Ci sono milioni di motivi che possono portare una donna a non sentirsi idonea di portare avanti la gravidanza o di scegliere la maternità e non tutti hanno a che fare con i soldi. Eppure, l'idea che un aiuto economico basti a convincerla diversamente continua a tornare, nelle proposte che promettono soldi per non abortire o in iniziative come queste. Si dà insomma per scontato che una donna desideri sempre di essere madre e che se rinuncia a questo desiderio è perché ci sono impedimenti oggettivi che la portano a compiere una scelta che è per forza dolorosa e non voluta.

La culla termica della clinica Mangiagalli è stata donata nel 2007 dal Movimento per la vita, un movimento antiabortista che è molto presente negli ospedali italiani, specie lombardi. Le iniziative del Movimento per la vita sono tutte finalizzate a scoraggiare l'aborto e vanno dalle "consulenze" per convincere le donne a non interrompere la gravidanza, al progetto Gemma (che prevede l’erogazione di una somma di denaro per i primi mesi di vita del bambino) fino alle "culle per la vita".

Premesso che non sappiamo nulla, ed è giusto così, del perché questa donna ha deciso di usufruire della culla, il modo in cui stiamo parlando di questa storia, la ricerca spasmodica della sua identità, gli appelli ai ripensamenti, le offerte in denaro dimostrano che dietro la facciata della tutela della vita spesso si nasconde l’obbligo a una maternità "vera", per citare Greggio, cioè l’unica che riteniamo accettabile, quella sancita dal legame tra chi partorisce e chi ha partorito.

Qualsiasi cosa spezzi questo legame è socialmente sanzionata, perché se davvero ci importasse qualcosa dell'autonomia di questa donna, se davvero rispettassimo la sua scelta, se davvero ci curassimo del futuro di questo bambino, non cercheremmo a tutti i costi di imporre a questa donna qualcosa che non può fare, o forse nemmeno vuole, e che in ogni caso non spetta a noi decidere. Non è un caso che in questa caccia alla puerpera nessuno abbia pensato che un trattamento simile debba essere inflitto anche al padre del bambino, la cui presenza evidentemente è considerata del tutto accessoria.

Poi fa niente se si grida al diritto di un bambino di avere una mamma e un papà. Meglio una madre infelice ma "vera" che una famiglia adottiva? Poi fa niente se la culla per la vita è la migliore alternativa all’aborto, quando lo scotto da pagare è la pubblica umiliazione e il ricatto emotivo. Poi fa niente se la "tutela della vita" è incapace di promuovere politiche che permettano a quella vita di essere dignitosa. L’importante è che il diritto di scelta – qualsiasi essa sia – venga sempre messo in pubblica piazza, dalle raccolte fondi, all’"adozione del concepito", ai registri dei bambini non nati, alle croci sulle tombe dei feti, ai giardini degli angeli, al giudizio sulle madri, sulle non madri, sulle madri adottive e pure su quelle che vorrebbero figli ma non possono.

Una volta le "culle per la vita" si chiamavano ruote degli esposti. Oggi la ruota gira, e l'esposizione è quella della donna che sceglie con coscienza e libertà di fare la scelta che ritiene migliore.

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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