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Perché l’idea che un agente non possa sbagliare è il vero nodo politico dell’omicidio a Rogoredo

Rogoredo non è un episodio isolato. È un richiamo alla realtà, con tutta la sua complessità. E la complessità, per sua natura, non si presta agli slogan: richiede analisi, responsabilità, misura.
A cura di Karima Moual
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Più emergono i dettagli dell’indagine sulla morte di Abderrahim Mansouri e più la vicenda di Rogoredo assume il valore di un banco di prova per il dibattito pubblico italiano. Non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello politico e mediatico. E inevitabilmente chiama in causa la linea sostenuta dal governo guidato da Giorgia Meloni, insieme alla narrazione che ha accompagnato il caso fin dalle prime ore.

Per mesi il discorso pubblico si è mosso lungo coordinate ben riconoscibili: la difesa preventiva e incondizionata dell’operato delle forze dell’ordine, la diffidenza verso l’azione investigativa quando coinvolge apparati dello Stato, la tendenza a ridurre la complessità sociale a categorie nette e rassicuranti.

Una rappresentazione semplificata che oggi si misura con una realtà più articolata e, per questo, più difficile da gestire.

Gli elementi emersi dalle indagini delineano un quadro che impone cautela: un uomo ucciso, l’uso delle armi da parte di un agente, possibili responsabilità ulteriori, ipotesi investigative che chiamano in causa non solo il singolo episodio ma anche eventuali dinamiche di sistema.

È il lavoro ordinario della giustizia in uno Stato di diritto: verificare, accertare, stabilire responsabilità individuali sulla base dei fatti.

È proprio qui che la semplificazione mostra i suoi limiti. La presunzione di innocenza non può valere selettivamente, né può trasformarsi in un principio sospeso quando a essere coinvolti sono soggetti ritenuti, per definizione, dalla parte “giusta”.

Le istituzioni democratiche si fondano su un equilibrio preciso: fiducia, ma anche responsabilità; autorevolezza, ma anche controllo; legittimazione pubblica, ma anche trasparenza.

Una difesa delle forze dell’ordine formulata “senza se e senza ma” rischia di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato. Non rafforza l’istituzione: la espone. Non la tutela: la sottrae al perimetro delle regole che ne garantiscono credibilità e autorevolezza. In democrazia, nessuna istituzione è intoccabile. Tutte sono responsabili davanti alla legge, proprio perché sono parte dello Stato e ne incarnano la funzione.

Ricordarlo non significa delegittimare chi indossa una divisa. Significa riconoscere un principio elementare: il potere, in qualsiasi forma si manifesti, richiede sempre controllo. Gli errori, gli abusi e perfino i reati non sono impossibili in nessun ambito in cui esista autorità. Per questo, di fronte a una morte, non si difende per appartenenza né si accusa per pregiudizio: si indaga.

La fiducia pubblica nasce da qui. Non dalla contrapposizione ideologica, ma dalla certezza che ogni fatto venga esaminato con rigore e indipendenza.

C’è poi un elemento che merita attenzione e che riguarda il linguaggio con cui raccontiamo questi eventi.

Per giorni, nei titoli e nelle cronache, quell’uomo è stato soprattutto “lo spacciatore”, “il marocchino”. Etichette che descrivono un ruolo, una provenienza, un contesto — ma non esauriscono una persona. Anche chi è coinvolto in attività illegali resta titolare di diritti fondamentali. Anche chi vive dentro circuiti criminali non perde la propria dignità giuridica e umana. Il reato è un fatto che deve essere perseguito; la persona è un soggetto che lo Stato di diritto deve comunque riconoscere e tutelare. Confondere questi due piani significa smarrire uno dei principi più essenziali dell’ordinamento democratico.

La tendenza a rappresentare la criminalità come un fenomeno immediatamente riconducibile a un’origine etnica o a una figura socialmente marginale offre una spiegazione semplice, ma parziale. Chi compare in prima pagina come esecutore materiale è spesso l’anello più visibile e fragile di una catena molto più ampia.

Le strutture economiche, organizzative e relazionali che rendono possibile il mercato illegale sono, per definizione, più complesse e meno visibili. Quando in quelle dinamiche si insinuano complicità, connivenze o deviazioni che toccano anche apparati pubblici, la questione smette di essere un problema di ordine pubblico e diventa un problema di tenuta istituzionale.

Per questo Rogoredo non è un episodio isolato né una semplice cronaca di periferia. È un richiamo alla realtà, con tutta la sua complessità. E la complessità, per sua natura, non si presta agli slogan: richiede analisi, responsabilità, misura.

Difendere la legalità significa difendere le regole che rendono possibile l’esercizio legittimo del potere, non la narrazione che di quel potere si costruisce. Quando il racconto pubblico teme il lavoro delle indagini, il rischio è che si trasformi da strumento di interpretazione della realtà a meccanismo di protezione politica.

La vera prova per uno Stato non è difendere il potere, ma sottoporlo alla legge. Quando questo principio viene messo in discussione, non è in gioco solo un singolo caso, ma la qualità stessa della nostra democrazia.

Perché prima delle etichette, prima delle narrazioni, prima delle convenienze politiche, viene un principio semplice: la legge giudica i fatti, ma riconosce sempre la persona.

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