Perché le condizioni dei profughi ucraini a Milano sono peggiorate a un anno dall’inizio della guerra

Secondo il Comune di Milano le modalità con cui è stata gestita l'accoglienza e l'inserimento dei profughi ucraini sono motivo di vanto e orgoglio per la città. Non sono, però, della stessa opinione diverse associazioni che hanno lavorato concretamente per aiutare chi fuggiva dalla guerra. E che denunciano a Fanpage.it come, proprio a causa del lassismo della istituzioni, le loro condizioni di vita non siano migliorate a un anno dall'inizio della guerra.
Secondo Palazzo Marino, con il progetto #MilanoAiutaUcraina in totale sono state sostenute circa 2.194 persone (tra questi il 69,8 per cento sono donne con minori), sono stati donati oltre 1,4 milioni di euro, sono stati garantiti "corsi di italiano (circa 600 inserimenti), attività ricreative e sportive per minori, anche in centri estivi (oltre 200 inserimenti), tutoraggio educativo e linguistico (182 interventi), formazione professionale e reskilling (112 contratti di lavoro attivati)". È stato, inoltre, offerto "supporto psicologico (106 colloqui) e favorendo l’integrazione attraverso sostegni economici diretti per l’acquisto di beni primari, materiale scolastico, assistenza domiciliare e sanitaria (1.689 azioni di sostegno)".
Tuttavia, stando a quanto denunciato alcune associazioni, la gestione istituzionale dei profughi non è sempre stata così efficiente come descritto dal Comune. Tra le associazioni attive nella gestione e nell'inserimento dei profughi ucraini, c'è "I Bambini dell'Est", che ha raccontato a Fanpage.it le principali criticità incontrare nella gestione dell'accoglienza. Alcune addirittura peggiorate da quando l'attenzione e la sensibilità delle persone è diminuita con il perdurare del conflitto.
Il problema abitativo
"Noi – spiega la presidente spiega Federica Bezziccheri – abbiamo aiutato ad arrivare a Milano tra i 350 e i 370 profughi, sicuramente è un numero esiguo rispetto ai dati generali, però potrebbe darci un'indicazione. Di questi, circa 250 sono stati collocati in accoglienza diffusa e in famiglie che hanno dato disponibilità per l'ospitalità. Alcuni sono stati gestiti direttamente dalla nostra associazione".
"Un centinaio di questi avevano già contatti e conoscenze in città. Noi ne abbiamo collocati una quarantina in alloggi autonomi. Si tratta di sistemazioni che ci sono state date gratuitamente. Per quanto riguarda le famiglie in accoglienza diffusa, a parte tre, tutte hanno terminato il loro percorso e sono state prese in carico dalla Protezione civile. Significa che sono stati ricollocati temporaneamente in centri di accoglienza o hotel per essere poi trasferiti in appartamenti gestiti da vari enti e associazioni", aggiunge.
Dei quaranta gestiti direttamente dall'Associazione, dieci hanno deciso di cambiare città o sono stati inseriti in appartamenti gestiti da altre associazioni collegate alla Protezione civile. "Il problema – spiega Bezzicchieri – in questo momento è stato, e per alcuni lo è tuttora, il trasferimento da situazioni di un certo tipo ad altre: vivere in un appartamento o ospiti di una famiglia e poi trasferirsi in comunità o centri di accoglienza è completamente diverso. Si tratta soprattutto di famiglie con mamme e figli, per i quali è sicuramente più complicato stare in una situazione di questo tipo. Anche perché alcune di queste situazioni si stanno allungando più del previsto".
Per la presidente, il problema dell'alloggio è diventato ancora più allarmante in questo periodo: "All'inizio della guerra, si poteva contare sul coinvolgimento di singole famiglie e persone che si sono messe a disposizione in maniera molto numerosa e generosa. Adesso, invece, riscontriamo meno disponibilità, anche perché le famiglie ucraine sono diventato molto più numerose, grazie al fatto che sono stati raggiunti da altri parenti. Ma è più semplice trovare un alloggio per nuclei familiari ristretto, rispetto che collocare più persone. A maggior ragione che Milano è una città dove anche le famiglie residenti fanno fatica a trovare spazi adeguati".
"In più – conclude la presidente de I bambini dell'Est – è venuta meno l'empatia iniziale: si parla meno della guerra e sembra che sia tutto molto più tranquillo. Ci siamo un po' dimenticati che invece la situazione continua a essere molto difficile".
L'inserimento scolastico
"Solo il 70-80 per cento delle famiglie che noi seguiamo ha inserito i figli a scuola. Con le primarie abbiamo avuto molti meno problemi. Con gli asili e le scuole materne abbiamo fatto più fatica a trovare posti". Nel frattempo però la maggior parte delle donne ha trovato occupazioni lavorative "grazie al supporto della nostra associazione e del terzo settore, come spesso succede le istituzioni sono state un po' latitanti".
"Fortunatamente – spiega Bezzicchieri – i datori di lavoro hanno accettato di inserire nel proprio organico lavoratori che non parlavano l'italiano oppure si sono fatti aiutare da figure intermediarie. Non mi pare che a livello comunale o regionale ci sia un'attività specifica".
"Infatti noi siamo riusciti a collocare tra le venti e le trenta persone esclusivamente grazie a nostri contatti diretti e trovare impieghi che potessero andare bene per queste persone. Grazie ad alcuni datori di lavoro abbiamo inserito persone che non parlavano italiano, facendole affiancare da qualcuno che parlava ucraino-russo e che ha fatto fargli la necessaria formazione".
Al di là dell'accoglienza nei centri specifici, l'associazione spiega che "inizialmente non c'era nessun tipo di organizzazione per questo flusso migratorio, così diverso dai soliti. Inizialmente è stato molto difficile e molti casi sono addirittura stati gestiti dalle istituzioni in un secondo momento, tra settembre e ottobre".
"I primi tempi – cita ad esempio – la procedura per l'ottenimento del permesso di soggiorno è durata settimane. Non si riusciva ad avere informazioni su cosa bisognasse fare, su quali documenti servissero e non sempre le richieste venivano recepite dai commissariati. È stato un delirio: solo dopo aver sperimentato il protocollo, abbiamo capito come utilizzarlo".
"Fondamentale è stata l'impegno di tutto il terzo settore, che è stato costante e quotidiano. Nonostante il supporto delle associazioni, che lavorano specificatamente sulle procedure relative ai permessi di soggiorno e che hanno canali diretti con prefetture e questure, non riuscivamo ad avere informazioni".
"Ci sarebbe bisogno ancora di molto supporto per i profughi ucraini, perché le associazioni come la nostra non riescono a far fronte a tutte le necessità, ma le istituzioni non mi sembrano intenzionate a fornirlo realmente".