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Ucciso a Rogoredo da un poliziotto

Per gli avvocati del poliziotto Cinturrino, la pistola messa dopo l’omicidio fu solo “un gesto sotto shock”

La difesa del poliziotto Carmelo Cinturrino attacca la stampa e parla di fatalità. Ma la pistola giocattolo accanto al corpo di Mansouri resta il dettaglio che fa discutere.
A cura di Giulia Ghirardi
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A sinistra il poliziotto Carmelo Cinturrino, a destra il 28enne Abderrahim Mansouri
A sinistra il poliziotto Carmelo Cinturrino, a destra il 28enne Abderrahim Mansouri
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Dopo settimane di ricostruzioni, indiscrezioni e interpretazioni, la difesa del poliziotto Carmelo Cinturrino, composta dagli avvocati Marco Bianucci e Davide Giuseppe Giugno, ha rotto il silenzio con un comunicato durissimo che attacca la stampa e prova a ridimensionare quanto accaduto lo scorso 26 gennaio, dopo che l'assistente capo di polizia – in carcere dallo scorso 23 febbraio – ha sparato e ucciso il 28enne Abderrahim Mansouri con un colpo di pistola alla testa durante un'operazione antidroga vicino al "bosco della droga" di Rogoredo.

Nello specifico, i legali parlano di una narrazione "grottesca" che sarebbe stata fatta di Cinturrino, sostenendo che il proprio assistito sarebbe stato dipinto come "un soggetto dedito a delinquere e inserito in contesti criminali". Un'immagine che la difesa respinge con decisione, parlando apertamente di "mistificazione" e annunciando battaglia nelle sedi giudiziarie per dimostrare la liceità dell'intervento di polizia.

Al centro della controversia, nello specifico, c'è il video del 7 maggio 2024 nel quale si vede Cinturrino all'interno del "Grande Market" di Piazzale Gabriele Rosa, a Milano, mentre parla con un ragazzo. Per i legali, la lettura che ne è stata fatta sarebbe stata "forviante", frutto di interpretazioni giornalistiche che avrebbero finito per orientare l'opinione pubblica. Rimane, però, il fatto che nel video si sente perfettamente il poliziotto dire: "Se trovi la droga dalla a me".

Non meno pesanti le accuse rivolte alla fonte di alcune testimonianze. Nel comunicato diffuso dai legali viene, infatti, sottolineato con tono polemico come le ricostruzioni più severe nei confronti dell'agente arriverebbero da "pusher e assuntori abituali di eroina e cocaina", persone che, secondo gli avvocati, sarebbero "notoriamente ostili alle forze di polizia". Un passaggio che sembra, però, voler ridurre la questione a un mero scontro tra polizia e ambienti dello spaccio, quando al centro dell'indagine dovrebbe esserci l'omicidio di Mansouri.

Il cuore della ricostruzione difensiva riguarda, però, il momento dello sparo. Secondo i legali, il colpo che ha ucciso il 28enne sarebbe stato, sostanzialmente, impossibile da indirizzare con precisione. La distanza – circa 31 metri – e le condizioni di scarsa visibilità renderebbero, secondo Bianucci e Giugno, improbabile che il proiettile potesse colpire intenzionalmente una persona. Da qui la conclusione: si sarebbe trattato di una "tragica fatalità". Una tesi che, però, si scontra con un dettaglio che difficilmente si può ignorare: la pistola giocattolo collocata accanto al corpo della vittima dopo i fatti. Un episodio che lo stesso comunicato definisce una "grottesca messinscena" che avrebbe compromesso la credibilità dell'agente agli occhi dell'opinione pubblica, dei colleghi e degli inquirenti.

La spiegazione fornita dalla difesa è netta: quel gesto sarebbe stato "il gesto di un uomo sotto shock, in preda alla paura e totalmente disorientato". Una reazione emotiva, dunque, che – secondo i legali – andrebbe separata dalla ricostruzione del fatto omicidiario. Tuttavia, è proprio qui che il ragionamento difensivo appare più controverso. Perché se è vero che lo shock può spiegare reazioni irrazionali, è altrettanto vero che collocare un'arma – anche se giocattolo – vicino al corpo di una vittima non può e non deve essere un dettaglio marginale perché rimane un atto che, inevitabilmente, altera la scena e cambia la percezione di ciò che è accaduto.

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