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Odio per le donne, passione per l’estrema destra e le armi: chi è l’altro “cecchino” che uccideva a Sarajevo

Proseguono le indagini della Procura sul caso dei “safari umani a Sarajevo”. Nell’ambito dell’inchiesta spunta il profilo di un altro “cecchino” italiano indagato. È un piemontese di 65-70 anni.
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I civili che corrono lungo la "sniper alley" cercando di evitare il fuoco dei cecchini (foto da LaPresse)
I civili che corrono lungo la "sniper alley" cercando di evitare il fuoco dei cecchini (foto da LaPresse)

La passione per la caccia e le armi, l'odio verso le donne, il sostegno all'estrema destra. Al momento sono gli elementi in comune tra i primi presunti cecchini del weekend italiani' che sarebbero coinvolti in quelli che sono stati definiti veri e propri safari umani, in cui si pagava per andare ad uccidere per svago civili nella Sarajevo assediata dai serbo-bosniaci tra il 1992 e il 1995. 

Nell'ambito della corposa inchiesta condotta dalla Procura di Milano – coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis in collaborazione con i Ros dei carabinieri – volta a far luce su questo caso macabro e raccapricciante in cui sarebbero coinvolti circa 100 italiani, è emerso il profilo di un altro "cecchino" indagato. Si tratterebbe di un uomo, piemontese, di età compresa tra i 65 e 70 anni, misogino, esponente di estrema destra e cacciatore di selvaggina di grossa taglia.

Il primo italiano a essere inserito nel registro degli indagati con la pesante accusa di omicidio volontario continuato e aggravato è Giuseppe Vegnaduzzo, 80 anni, di San Vito al Tagliamento (Friuli-Venezia Giulia), ex autotrasportatore, nostalgico dell'estrema destra e appassionato di caccia. Interrogato dagli inquirenti, avrebbe negato ogni coinvolgimento.

Giuseppe Vegnaduzzo – il presunto "cecchino dei weekend" (foto LaPresse)
Giuseppe Vegnaduzzo – il presunto "cecchino dei weekend" (foto LaPresse)

Secondo quanto emerge in un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano, nel caso del "cecchino" piemontese, pare che l'uomo avrebbe dichiarato davanti a più persone di essere andato ad uccidere soprattutto donne durante il conflitto nella ex Jugoslavia. Lo avrebbe fatto in alcuni momenti conviviali dopo la caccia. Si sarebbe proprio vantato di questa cosa. Avrebbe raccontato che tra bambini, uomini e donne il suo “bersaglio preferito” fossero le donne, alle quali avrebbe riservato frasi piene di disprezzo e odio.

Intanto nell'ambito dell'inchiesta e delle indagini, si sta tenendo conto anche della testimonianza di Aleksandar Licanin, oggi 63enne, all’epoca volontario in un’unità corazzata serbo-bosniaca a Grbavica, che alla stampa britannica avrebbe detto che il comandante a capo dei cecchini "guidava una jeep con un teschio umano montato sul cofano". E ancora: "Dopo aver eliminato i civili, gli assassini si abbuffavano di maiale arrosto durante cene imbevute di brandy".

Man mano che la l'indagine procede, emergono sempre più dettagli sconvolgenti. Stando a quanto ricostruito e appreso fino ad ora, sembrerebbe che i "turisti" – italiani e non solo –  arrivassero a Sarajevo con elicotteri o su camion che partivano da Belgrado, o a bordo di bus che partivano sempre da Belgrado il giovedì sera, per fare rientro poi la domenica. Un weekend lungo, insomma. Dal giovedì alla domenica. 

Pagavano migliaia di euro e versavano di più per uccidere bambini e donne incinte. Ma non è tutto. Pare che pagassero anche per poter ottenere "un posto da cecchino" in "edifici alti". Dopo questi terribili atti, banchettavano con carne e alcol: "Celebravano l'uccisione di persone. Non riesco a immaginare come si possa convivere con l'uccisione di un bambino", ha aggiunto il 63enne.

Si ipotizza che le vittime di questi safari siano in tutto oltre undicimila. Tra i cecchini, c'erano anche donne. Una tesi che è sempre stata sostenuta anche da Zlatko Miletic, l'allora capo della polizia di Sarajevo.

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