Nuovo tentativo di suicidio al Cpr di Milano, un’attivista: “Una spirale di violenza che annienta le persone”

Ancora un tentativo di suicidio dentro le mura del Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) di via Corelli a Milano dove due giorni fa, lunedì 30 marzo, è spuntata l'ennesima "corda" alla quale uno dei trattenuti ha cercato di impaccarsi per togliersi la vita. L'episodio, però, non è un caso isolato, ma si inserisce in un quadro che, più che emergenza, appare ormai essere una normalità strutturale: gesti estremi, autolesionismo e disperazione.
Una condizione che, secondo attivisti e osservatori, non può più essere letta come una somma di singoli casi, ma come il prodotto diretto di un sistema. A denunciare quanto accaduto è Teresa Florio, attivista della rete "Mai più Lager – No ai CPR" che a Fanpage.it ha parlato di una "spirale di violenza" volta "all'annichilimento della persona e all'oltraggio della stessa dignità umana".

La denuncia di Mai più Lager – No ai CPR
"Nel giro di quattro giorni ci sono stati altrettanti tentativi di suicidio per autoimpiccagione", ha esordito l'attivista a Fanpage.it, insieme a episodi di autolesionismo estremo ("una cucitura di labbra con filo di ferro") e un pestaggio all'interno del Cpr di Milano. Numeri che non restituirebbero appieno la realtà quotidiana, secondo Florio, perché ciò che emerge è "solo una parte di quanto accade".
Nonostante questo, il Cpr di via Corelli è oggi uno dei pochi centri in cui è ancora possibile utilizzare smartphone, almeno finché non sarà approvato in via definitiva il DDL sull'immigrazione recentemente licenziato dal Consiglio dei Ministri, che "prevede il divieto totale di videocamere nei CPR", che lo renderebbe – di fatto – un buco nero. Proprio per questo, però, alcune testimonianze riescono a uscire. Video, immagini, messaggi vocali arrivano al centralino SOS Cpr, inviati da persone trattenute che decidono di esporsi nonostante il rischio di ritorsioni. "Pubblicate, non mi interessa nulla, la gente deve sapere" è una delle frasi che, secondo Florio, più spesso vengono pronunciate nei momenti di maggiore disperazione dei trattenuti, "quando la sensazione di abbandono prende il sopravvento".
Quel che accade in questi luoghi, però, è molto di più. "I gesti di grave autolesionismo che ci vengono raccontati sono molti di più di quelli documentati, sicuramente più di uno al giorno", ha continuato a spiegare l'attivista della rete "Mai più Lager – No ai CPR", sottolineando che non si tratterebbe di mero autolesionismo, ma di "tortura di Stato".
L'attivista descrive un sistema in cui la violenza assume forme molteplici: strutturale, fisica e psicologica. Le "gabbie", le limitazioni, la presenza costante di forze dell'ordine. Poi, quella che ha definito come "camicia di forza farmacologica", ovvero un uso diffuso della sedazione come strumento di gestione dei trattenuti. A questo si aggiungerebbe, secondo Florio, una crescente deriva "manicomiale" sempre più marcata dei centri, utilizzati di fatto come contenitori per marginalità e fragilità sociali: "persone con evidenti disturbi psichici convivono per mesi con altri trattenuti", in condizioni che vengono descritte come degradanti e prive di qualsiasi supporto adeguato.
Il risultato, però, è la creazione di tante "discariche sociali", dove esistono "condizioni disumane" e dove all'esasperazione viene dato modo di crescere fino a esplodere in gesti estremi. Esattamente come è accaduto due giorni fa, quando è spuntata l'ennesima corda a dare voce alla disperazione dell'ennesima vittima di un sistema che, ha concluso l'attivista a Fanpage.it, "andrebbe abolito", perché in un sistema che produce sistematicamente sofferenza la questione, ormai, non è più come gestirlo, ma se sia accettabile che esista.