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Musulmani senza sepoltura nel Milanese, l’appello dell’assessore: “Non si può più fare finta di niente”

L’assessore di Paullo (Milano) Abdullah Badinjki a Fanpage.it: “Non è più accettabile che nella maggior parte dei comuni lombardi manchino luoghi per la sepoltura dei musulmani di seconda e terza generazione”
A cura di Francesca Del Boca
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Abdullah Badinjki, assessore a Paullo (Milano)
Abdullah Badinjki, assessore a Paullo (Milano)

Morire e non sapere dove essere sepolti. Succede oggi, in Lombardia, a due passi dalla città più europea d'Italia, dove da settimane ci sono ancora salme che attendono di trovare un luogo dove poter riposare per sempre. "Non è più accettabile che nella maggior parte dei Comuni manchino luoghi per la sepoltura dei cittadini di fede islamica", è l'appello rivolto direttamente ad Attilio Fontana e alla Regione Lombardia di Abdullah Badinjki, assessore a Paullo, a pochi chilometri da Milano. Una richiesta che arriva dai dintorni del capoluogo ma che, in realtà, è un tema destinato a essere sempre più discusso a livello nazionale. "È bene dirlo chiaramente. Non è un problema locale ma strutturale, presente in Lombardia e in tutta Italia", spiega a Fanpage.it l'assessore, classe 1987. "Una questione che con l'avvento delle seconde, terze generazioni raggiungerà proporzioni enormi. Non è più possibile far finta di niente, ragionando in maniera ideologica".

Come funziona, adesso? 

Lo Stato italiano non ha ancora normato a livello nazionale la sepoltura di fedeli musulmani, o in generale di cittadini di diverse confessioni. A livello, regionale, Regione non prevede nel proprio PGT che vengano destinati spazi cimiteriali per i defunti di fede islamica. E quindi viene tutto scaricato sui singoli comuni che in qualche caso, ridotto, hanno adeguato il proprio regolamento cimiteriale. La maggior parte, invece, non prevede sepoltura.

Quali sono questi comuni virtuosi?

Qualche esempio. Milano, come quasi tutte le grandi città che contano tanti cittadini di confessioni differenti. In provincia ci sono anche Rho, San Donato Milanese, Legnano. Ma attenzione, qui non si tratta di una battaglia politica.

In che senso?

È un tema totalmente amministrativo, di gestione tecnica. In assenza di indicazioni nazionali chiare, quando muore una persona di confessione islamica, tutto viene lasciato all’improvvisazione o scaricato sulle famiglie e sulle comunità. E se finora la questione non si è quasi mai posta, visto che la maggior parte dei cittadini musulmani chiedeva espressamente il rimpatrio nel Paese d'origine, non è più così per le seconde o le terze generazioni sul territorio. Io, ad esempio, sono nato a Milano da genitori che si sono trasferiti dalla Siria in Italia per studiare all'università. E se la parola rimpatrio non significa niente per me, significherà ancora meno per i miei figli, che nel Paese dei nostri nonni o genitori non abbiamo neanche mai vissuto. Insomma, una domanda sociale destinata a diventare esplosiva con il passare del tempo. Soprattutto in Lombardia.

Perché proprio qui?

Secondo gli ultimi dati, in Italia vivono circa 1,7 milioni di musulmani. In Lombardia risiedono 368mila persone di fede islamica, pari al 26 per cento del totale nazionale. A Milano città sono tra gli 80mila e i 100mila, quasi il doppio considerando l’area metropolitana. Cittadini che vivono, lavorano e crescono figli. Come i tre cittadini di origine egiziana morti nelle ultime settimane dell'anno in zona: una salma è stata rimpatriata con una colletta, un’altra ha trovato un posto solo perché è morta nell’ospedale “giusto", a San Donato Milanese, e una terza rimane sospesa in una cella frigorifera, in attesa che qualche amministrazione la accolga sul proprio territorio.

Come si può fare, quindi, per cambiare le cose?

Far finta che il problema non esista non è più accettabile. Purtroppo è un problema, puramente amministrativo, che viene sistematicamente ignorato perché non considerato utile sul piano elettorale. Ma la Lombardia ha gli strumenti per agire subito, tutelando la dignità dei suoi cittadini anche dopo la morte. Per questo mi rivolgo al presidente Attilio Fontana, con la speranza che intervenga per colmare subito questo vuoto normativo.

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