“Mi pagavano 4 milioni di lire per portare i cecchini a Sarajevo”: il ruolo del “Francese” nei safari umani

"Durante l'assedio di Sarajevo, c'erano persone che venivano pagate 4 milioni di lire ogni volta che accompagnavano i cecchini nelle zone di guerra. Si chiamavano contractor: loro conoscevano tutto dei clienti, i quali al contrario non sapevano nemmeno il nome del proprio accompagnatore. Una volta era Michele, un'altra Francesco o anche Luis". A parlare a Fanpage.it è Martina Radice, la criminologa che insieme al giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni lavora nell'inchiesta sui "safari umani" di Sarajevo che ha portato all'apertura di un'indagine della Procura di Milano. "Siamo riusciti a trovare quattro contractor, ma solo uno ha accettato di parlare con noi", ha spiegato Radice: "Non ha voluto dirci come ci chiama perché vuole tutelarsi, dato che è coinvolto anche lui, per questo motivo lo abbiamo soprannominato ‘il Francese‘. Quello che ci ha raccontato è stato confermato anche da altri testimoni e ora è tutto nelle mani del pm che indaga".
Il ruolo dei contractor e la "testa" dell'organizzazione
Secondo quanto emerso finora, tra il 1992 e il 1996, quando la città di Sarajevo era assediata dalle truppe jugoslave e serbo-bosniache, persone provenienti dai Paesi occidentali avrebbero pagato ingenti somme di denaro per poter sparare ai civili inermi. Il ruolo di soggetti come "il Francese" era centrale per la riuscita di quelli che poi hanno preso il nome di "safari umani". I contractor, infatti, si occupavano di accompagnare fisicamente i "clienti" nelle zone di guerra. Li accoglieva a Milano, a Trieste e in altre zone del Triveneto, e organizzava il viaggio. "Ci ha raccontato che sono stati ‘tradotti', come dice lui, in tutto 230 italiani", ha ricordato Radice: "Non è un numero approssimativo, ma quello giusto, uno più o uno meno. Ha detto che lui stesso avrebbe accompagnato persone importanti come un neurochirurgo, un imprenditore italiano molto famoso e in genere soggetti dall'alta disponibilità economica".
Le persone che potevano essere interessate ai "safari umani" venivano a conoscenza di questi viaggi attraverso il passaparola, in contesti anche simili alle feste private. "Era l'organizzazione a stabilire a chi poteva essere proposto, non il contrario. Era un modo per tutelare chi comandava tutto, ma anche i clienti", ha detto Radice: "Una volta che il candidato accettava, le comunicazioni avvenivano tramite email e telefoni satellitari con frasi in codice. Quando il viaggio era pronto, il messaggio era: ‘Ci sono cervi per gli arcieri‘. I cervi erano i civili, gli arcieri erano i cecchini".
I clienti pagavano gli spostamenti, il vitto e l'alloggio, e i loro soldi andavano all'organizzazione, la quale poi ricompensava i contractor con 4 milioni di lire per ciascun accompagnamento. "Il Francese ha detto di aver accettato di parlare con noi non perché si sente in colpa, ma perché vuole togliersi ‘sassolini dalle scarpe'. Probabilmente ha ancora crediti con l'organizzazione che non gli ha pagato tutto e ora dice queste cose per vendetta", ha affermato la criminologa: "Alla testa di tutto c'era proprio questa organizzazione, che però ancora è avvolta nel mistero. Trovare chi comanda è compito del pm".
I bossoli usati come trofei di caccia
Una volta raggiunta la postazione, i turisti cecchini avevano sei ore di tempo per sparare. "Le prede più ambite erano i bambini e le ragazzine, mentre gli anziani venivano uccisi perché considerati inutili per l'economia", ha spiegato Radice: "La logica era: ‘Se passi davanti al mio mirino, muori'". Quando i clienti venivano accompagnati nella zona di guerra attorno Sarajevo, venivano perquisiti ed erano costretti a lasciare dietro di sé cellulari, macchine fotografiche e tutto ciò che poteva mettere in pericolo l'organizzazione. "L'unico ricordo effettivo di quell'attività di cecchinaggio che potevano portarsi a casa erano i bossoli", ha raccontato ancora la criminologa: "Erano un trofeo".
C'erano due modi per trasformare il bossolo in trofeo e in genere variava a seconda del contractor. C'è chi incideva tacche con un coltello: una tacca indicava che la vittima era uno o più bambini, o ragazzine; due tacche erano per le donne, anziane e mature; tre tacche per gli uomini. Altri, invece, usavano i colori. Come illustrato da "il Francese", se il bossolo veniva colorato di azzurro o rosa vuol dire che aveva ucciso un bambino o una bambina; se rosso allora era stato ucciso un uomo; se rosso e verde era un uomo militare. Per le donne si usava il giallo, per le donne militari il giallo e il verde, mentre il nero e l'azzurro per gli anziani e il nero e rosa per le anziane.
"Diversi testimoni ci hanno raccontato di come queste persone alla fine della caccia erano felici, adrenaliniche, non avevano alcun ripensamento", ha concluso la criminologa: "Sono comportamenti che indicano una psicopatia d'élite e una perfetta lucidità. C'è un'alta probabilità che abbiano conservato ancora i bossoli come trofei di caccia, non se ne libererebbero per nessun motivo".