Curarsi con la cannabis terapeutica in Italia può essere un'odissea. A dirlo in una lettera pubblicata da Fanpage.it è Laura (nome di fantasia), una signora milanese di 50 anni che soffre di una malattia rara autoimmune e di cefalea invalidante e ha dovuto affrontare anche un cancro. Laura ha raccontato come, per chi deve ricorrere alla cannabis medica come ultimo rimedio per lenire i suoi dolori, la ricetta sia in realtà solo "il primo passo di un percorso travagliato e pieno di ostacoli". In Italia curarsi con la cannabis è possibile su indicazione del medico curante, ma i malati che vi possono ricorrere – tra cui vi è chi è affetto da dolore cronico o associato a sclerosi multipla e a lesioni del midollo spinale, chi soffre di nausea e vomito causati da chemioterapia o radioterapia o da terapie contro l'HIV – si trovano davanti a un grosso problema che è rappresentato dalla scarsità del prodotto. Lo Stato, che ha il monopolio della coltivazione di cannabis a uso terapeutico, la produce infatti solo nello stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, mentre altre varietà come Bedrocan, Bedica, Bedobrinol, Bediol e Bedrolite vengono importate dall'Olanda, ma sempre in quantità insufficienti. Il risultato è che, per i malati, spesso debilitati da dolori cronici e per i quali la libertà di movimento è compromessa, procurarsi la loro medicina diventa una vera e propria gara dove però, come sottolinea Laura, "chi perde soffre".

A peggiorare la loro condizione sono la burocrazia e alcune norme governative: come la nota ministeriale emanata il 23 settembre che vieta ai farmacisti di consegnare la cannabis medica tramite corriere o servizio postale. Una "follia", secondo Laura, in quanto visto l'esiguità di farmacie che la preparano – solo quelle con annesso laboratorio galenico possono farlo, a Milano sono cinque – per molti pazienti l'unico modo di ottenere la cannabis senza fare centinaia di chilometri è riceverla a casa.

Perduca (Luca Coscioni): No a sanzioni per chi coltiva cannabis per uso personale

Le difficoltà raccontate da Laura non sono purtroppo isolate, come spiega a Fanpage.it Marco Perduca dell’Associazione Luca Coscioni, attiva a livello internazionale a tutela del diritto della scienza e della salute: "Quotidianamente l'associazione viene raggiunta da denunce sulla mancanza di cannabinoidi terapeutici. Il governo, oltre a raddoppiare le risorse per incrementare la produzione allo stabilimento di Firenze e aumentare le importazione – anche senza gara d'appalto – deve andar oltre il monopolio della coltivazione perché sappiamo che non è in grado di sopperire al fabbisogno nazionale. Come misura necessaria e urgente – conclude Perduca – c'è comunque la sospensione di qualsiasi tipo di sanzioni per chi coltiva cannabis per uso personale: in tempi di ritorno al lockdown che senso ha poter fumare le sigarette di tabacco e non quelle di cannabis?".

Oggi alle 18 l'associazione Luca Coscioni in collaborazione con Forum droghe, la Società della ragione e la Cgil, ha organizzato il webinar "Chi ha paura del Cbd? Scienza, diritti e imprenditori per la ricerca libera e leggi giuste sulla cannabis". Assieme allo stesso Perduca, che per l’associazione Luca Coscioni coordina la campagna "legalizziamo!", interverranno Lorenza Romanese, managing director dell’European industrial hemp association, il farmacista galenista Marco Ternelli, la presidente del comitato scientifico del Forum droghe Susanna Ronconi, il direttore di Fuoriluogo (il portale di Forum droghe) Leonardo Fiorentini e Denise Amerini, responsabile Medicina di genere della Cgil nazionale. Si parlerà, tra le altre cose, della regolamentazione del Cbd in Europa, degli usi terapeutici di Thc e Cbd, delle raccomandazioni in merito dell'Organizzazione mondiale della sanità e dell’impatto della legge italiana sulla cannabis.

La lettera di Laura, milanese che non riesce a curarsi con la cannabis

Quando sei mesi fa l'anestesista mi ha prescritto finalmente la cannabis medica, ho pensato che fosse un traguardo. Invece era una partenza, il primo passo di un percorso travagliato e pieno di ostacoli.

L'odissea di chi ha diritto alla cannabis medica inizia con la ricetta. Quella bianca (farmaco a pagamento) non può essere ripetibile, quella rossa (farmaco rimborsabile) non può essere dematerializzata. Perciò il paziente, magari paraplegico, o troppo debole per spostarsi, o sfinito dalle sofferenze, deve arrivare allo studio medico per richiederla, poi ritirarla e infine cercare una farmacia che sia in grado di preparare il medicinale. Tutto questo pure con la pandemia e gli evidenti rischi che ne conseguono.

Io sono fortunata, cammino e ho energia per lottare. Nel mio caso ottenere la prescrizione della cannabis medica è stato abbastanza semplice. Dopo trent'anni di dolore cronico causato da una malattia rara autoimmune e da una cefalea invalidante, dopo il cancro e i danni alle ossa dovuti alla terapia antitumorale, dopo essere arrivata al mio cinquantesimo compleanno con le limitazioni e i dolori di una grande anziana, ho cominciato a chiedermi se la mia vita valesse la pena. E mi sono risposta di no. L'idea del suicidio, lucida, ponderata, liberatoria, prendeva forma ogni giorno, diventando un progetto. Finché ho voluto tentare con la cannabis medica, affidandomi al centro di terapia del dolore dell'Ospedale Niguarda. Dove ho trovato subito comprensione e ascolto, oltre a un piano terapeutico che mi dà diritto al Bediol (cannabis in forma oleosa) rimborsato dal Ssr. È stato abbastanza semplice, dicevo, almeno fino a quel punto. Complice il fatto che la Lombardia, dove vivo, è una delle poche regioni in cui la cannabis medica non si deve necessariamente pagare (sono disoccupata e non potrei permettermela). Ma presto sono iniziate le difficoltà.

Il Bediol dura appena 30 giorni e può essere preparato solo da una farmacia con annesso laboratorio galenico, tuttavia poche lo fanno. Qui a Milano sono soltanto cinque (mi vergogno a scrivere "soltanto" perché in molte città non ce n'è neanche una). E non riescono mai a soddisfare tutte le richieste. Ogni mese è una corsa contro il tempo, una gara a chi arriva prima, se la prendo io non la prenderà il paziente dietro di me. O viceversa. Questo succede perché lo Stato Italiano ha il monopolio della coltivazione di cannabis, la produce nello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze in due varietà, la FM1 e la FM2. Mentre le cosiddette "olandesi" – Bedrocan, Bedica, Bedobrinol, Bediol e Bedrolite – vengono importate dall'Olanda e sempre in quantità insufficienti.

Anche la burocrazia rende ogni cosa più complicata. Il Bediol, ad esempio, prevede vari metodi di estrazione per i quali servono macchinari specifici, ogni farmacia sceglie a sua discrezione quale utilizzare (di rado tutti, spesso uno soltanto). Il metodo, consigliato dallo specialista, deve essere tassativamente indicato sulla ricetta e se io quella ricetta ce l'ho già in mano, ma dove mi rivolgo di solito per la preparazione hanno finito le scorte di infiorescenze, sono costretta a cercare altrove. A volte la mia ricerca è vana, a volte trovo in una farmacia dove usano un metodo di estrazione diverso. Quindi mi tocca correre ancora dal medico di base e chiedere una nuova ricetta con la variazione necessaria, caricandolo di ulteriore lavoro e sperando sia disponibile a venirmi incontro. Appena è pronta torno in studio a ritirarla e richiamo la farmacia. Sorpresa: il Bediol è già esaurito e non sanno quando ne arriverà altro. È davvero questione di un giorno, o di poche ore. È una gara, appunto, dove chi perde soffre.

Oltre al resto, il 23 settembre, è stata emanata una nota ministeriale che vieta ai farmacisti di consegnare la cannabis medica tramite corriere o servizio postale. Follia. Per molti pazienti l'unico modo di ottenerla è riceverla a casa (dopo aver spedito la ricetta originale), visto l'esiguo numero di farmacie che la preparano. Cosa fai se il laboratorio galenico più vicino dista 200 chilometri e hai una seria invalidità? Come te la procuri? Se sei solo, se non guidi, se nessuno è disponibile ad aiutarti? Rimani senza, ecco come fai. E per un paziente affetto da dolore cronico non c'è nulla di peggio che trovare finalmente un po' di sollievo e poi ripiombare all'inferno.

Io con la cannabis medica sono passata da cinque/sette attacchi di cefalea alla settimana, a due attacchi al mese. Nessuna terapia, per quanto potente, mi ha dato un simile beneficio. Posso alzarmi dal letto ogni mattina senza il timore di dover trascorrere la giornata al buio, con fitte lancinanti nel cranio, nausea, vomito e tremori. Posso sopportare tutti gli altri dolori, per quanto forti, posso vivere in autonomia, posso persino riposare la notte. Adesso, con la seconda ondata di Covid e nuovi lockdown in molti paesi compresa l'Olanda, ho paura. Riuscirò a continuare la terapia? Riusciranno gli altri pazienti? Riuscirà chi soffre di sclerosi multipla, metastasi ossee, sindrome di Tourette, anoressia nervosa, fibromialgia?

A differenza di quello che troppi pensano, il dolore fisico non è formativo. Non ci rende migliori, non ci apre le porte della conoscenza o del Paradiso. Il dolore ci logora, ci consuma con metodo. Ci ruba la dignità. Il dolore trasforma il nostro corpo in una prigione. Abbiamo bisogno di tornare liberi. Abbiamo bisogno di aiuto.