Indagine sugli operai pagati 5 euro all’ora: nessun controllo giudiziario per Dama-Paul&Shark e Aspesi

Il giudice per le indagini preliminari di Milano, Roberto Crepaldi, ha rigettato la richiesta della Procura di sottoporre a controllo giudiziario Dama, società del marchio Paul&Shark, e alla Alberto Aspesi &C, dai pm Paolo Storari e Daniela Bartolucci di concorrere nello sfruttamento dei lavoratori impiegati da un laboratorio gestito da cinesi cui è stata subappaltata la produzione di alcuni capi di abbigliamento.
In particolare l'accusa evidenziava le condizioni dei lavoratori, con stipendi sotto la soglie di povertà (intorno ai 5 euro all'ora) impiegati 7 giorni su 7, dalle 8 alle 22, nella produzione proprio dei capi del brand Paul&Shark, la cui attività produttiva si svolge principalmente nella sede di via Piemonte a Varese.
Secondo quanto si apprende, per il giudice "non sussistono i presupposti" del provvedimento chiesto. E "non può ritenersi provato (…) che i due indagati", l'ad Andrea Dini, cognato del governatore lombardo Attilio Fontana, e Francesco Umile Chiappetta, "abbiano concorso" nel reato.
Il gip Crepaldi tuttavia, nel suo provvedimento, non nega l'esistenza di una situazione di sfruttamento dei lavoratori ma osserva che le responsabilità sono in capo al laboratorio di Garbagnate Milanese, i cui titolari sono anch'essi indagati. E che la misura richiesta dal pm "ha certamente (…) contenuto e intento diretto a interrompere la condotta illecita. (…) Ma non consente (…) di porre rimedio ai deficit", ipotizzato nei confronti di Dama e Aspesi, "del modello organizzativo rispetto ai criteri di scelta dei fornitori e alla sorveglianza".
Quanto a Dini e Chiappetta, "non può ritenersi provato" che "abbiano direttamente assunto, impiegato o utilizzato i lavoratori" determinando "direttamente" o intermediando il loro effettivo impiego "in condizioni di sfruttamento". Non vi sarebbe nemmeno prova di "un accordo criminoso tra i vertici delle società coinvolte in merito all'utilizzazione dello sfruttamento quale metodo condiviso per abbattere i costi delle lavorazioni".
E che il loro essere "rimasti inerti, pur consapevoli delle concrete modalità con cui avveniva il confezionamento dei loro prodotti" non sarebbe stata, come ha sostenuto il pubblico ministero, "cecità intenzionale". Ciò anche perché "non vi è alcuna prova diretta che porti a ritenere che (…) siano stati informati, seppur in maniera parziale e incompleta, delle condizioni" produttive all'interno del laboratorio, che nel corso degli anni ha cambiato nome – da M&G COLLEZIONI in GMAX – ma non sede. Insomma pare di capire che nei loro confronti ci potrebbe essere al massimo un concorso colposo come quello ipotizzato in altre vicende che hanno coinvolte le griffe del lusso.