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Notizie sull'inchiesta sul Covid a Bergamo

Indagare tutti non porterà alla verità: perché l’inchiesta sul Covid a Bergamo parte azzoppata

Tre anni di indagini non sono bastati a stabilire chi abbia ragione fra Governo e Regione per la mancata istruzione della zona rossa a Nembro e Alzano e nel registro degli indagati ci finiscono tutti. Il rischio è che così non si arriverà da nessuna parte.
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Nell'inchiesta sulla mancata zona rossa a Nembro e Alzano sono diciannove indagati, fra cui l'ex premier Giuseppe Conte (oggi leader del Movimento 5 Stelle), l'ex Ministro dalla Sanità Roberto Speranza (Articolo 1), l'ex assessore al Welfare di Regione Lombardia Giulio Gallera (Forza Italia) e il rieletto governatore lombardo Attilio Fontana (Lega). Ma, oltre a quelli noti, c'è anche Giuseppe Marzulli, direttore sanitario dell'ospedale di Alzano Lombardo all'epoca dei fatti e – a dire il vero – uno dei primi ad aver denunciato le anomalie nella gestione del Covid in quella parte della provincia di Bergamo. In effetti negli atti di chiusura indagine della Procura di Bergamo ci si trova davvero chiunque, come a voler dire che la responsabilità è stata un po' di tutti. Ma non dovrebbe essere proprio la magistratura a individuare i responsabili dei delitti?

Tre anni di indagini non sono quindi bastati a mettere un punto a una querelle che va avanti da troppo tempo e che vede Regione Lombardia e Governo rimbalzarsi la responsabilità sulla mancata zona rossa. Che invece era proprio quello che la gente si aspettava. Sin dal 2020 Fontana e Gallera sostengono che fosse compito del Governo chiudere quella zona della provincia di Bergamo per evitare il propagarsi del Coronavirus, dall'altro lato Conte e Speranza continuano a dire di che è stata la Regione a non recepire le loro indicazioni. Nessuna delle due parti ha mai presentato documenti che potessero dimostrare senza dubbi la verità. E neanche la Procura è riuscita a trovarli, tanto è vero che li ha indagati tutti.

Indagarli tutti, però, vuol dire non riuscire a individuare precise responsabilità per nessuno di loro. E, quindi, rischiare di farli assolvere tutti. Ne sembra consapevole lo stesso Procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, che infatti in un'intervista a La Repubblica dichiara: "vedremo se e a cosa porterà la nostra inchiesta". E poi aggiunge: "Magari qualcuno sarà prosciolto, qualche posizione sarà archiviata". Ma questo è quello che prevede, in ogni processo, il codice procedura penale e pertanto non si capisce il senso di queste dichiarazioni, se non quello di voler mettere le mani avanti per una possibile archiviazione del processo o, in caso di rinvio a giudizio, una successiva assoluzione. Ma soprattutto sono dichiarazione che mostrano quanto questa inchiesta sia nata "azzoppata" per ammissione dello stesso ufficio che l'ha portata avanti e che, in ultimo, si affretta a dire: "Noi il nostro dovere lo abbiamo fatto". Indagando chiunque, non fa nulla se poi nessuno sarà condannato.

Eppure ci sarebbero, a sentire la stessa Procura, almeno 4mila morti con le loro famiglie che meriterebbero giustizia, se alcuni errori sono stati realmente commessi. Altrimenti bisognerebbe avere il coraggio di dire che le cose sono andate così senza alcuna responsabilità, invece di continuare a prendere in giro i cittadini con inchieste che li illudono di avere finalmente diritto a sapere la verità e che invece finiscono sempre in nulla, contribuendo a provocare quella sfiducia che ha portato quasi il 60 per cento degli elettori a non voler neanche votare alle regionali in Lombardia.

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Giornalista dal 2012, attualmente sono capo area Milano a Fanpage.it. Già direttore responsabile di Notizie.it, lavoro nell'editoria digitale dal 2009. Docente e coordinatore dell'Executive Master in Digital Journalism dell'Università Umanitaria. Autore di tre libri inchiesta sulla criminalità organizzata. Nel 2019 ho vinto il "Premio Europeo di Giornalismo Giudiziario e Investigativo".
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