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Il fotografo Pizzicannella: “Son legato ai Coldplay, li ho visti nascere. Milano? Camaleontica, si adatta a tutti”

“Milano è camaleontica”, ma “Il difetto risiede nel pregio. Non sopporto quando mi accorgo che il camaleonte cambia pelle davanti a me”, a dirlo a Fanpage.it è il fotografo Alessio Pizzicannella.
A cura di Paolo Giarrusso
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Alessio Pizzicannella
Alessio Pizzicannella

"Milano ti aiuta, non ti ostacola. Ti facilita. È la cosa che ho sempre apprezzato. Avendo vissuto per parecchio tempo a Londra, il capoluogo lombardo ricorda proprio una città cosmopolita come la capitale inglese", a dirlo a Fanpage.it è Alessio Pizzicannella che definisce la città come "camaleontica" specificando però anche che "il difetto risiede nel pregio. Non sopporto quando mi accorgo che il camaleonte cambia pelle davanti a me". Fotografo, autore, sceneggiatore e scrittore, a Fanpage.it racconta il suo rapporto stretto con Milano, ma anche con alcuni artisti come i Negrita o i Coldplay che ha visto nella "loro vita embrionale".

Fotografo, autore, sceneggiatore, scrittore. C’è un ruolo che prevale sugli altri?

Sì, inevitabilmente. Per tutti gli anni '90 e fino al 2010, ho lavorato principalmente come fotografo. Poi, piano piano, mi sono dedicato al cinema e alla scrittura per il cinema. I confini tra l'una e l'altra attività, nel tempo, sono diventati sempre fini e labili.

Tra le persone che hai fotografato, ci sono Neil Young, i Pink Floyd e i Rolling Stones. Tra tutti i soggetti che hai fotografato, chi ti ha lasciato sensazioni o emozioni particolari?

In primo luogo i Negrita. Con loro c'è un rapporto che va avanti da anni: c'è stato un viaggio in Sudamerica che è durato un mese, che è stata tra le esperienze più intense. Storicamente sono legato ai Coldplay. Quando vivevo e lavoravo a Londra, mi sono trovato a fotografare i loro concerti prima ancora che firmassero con la loro casa discografica. Sono stato testimone della loro vita embrionale. Sono molto legato a loro. Altri momenti che per me, come fotografo, sono indimenticabili, sono stati il "Live Aid" di Londra del 2005 e la reunion dei Pink Floyd. Se ci penso, mi viene ancora la pelle d'oca.

Hai iniziato con gli artisti musicali, in seguito hai abbracciato il mondo del cinema. Hai notato grandi differenze o similitudini particolari tra musicisti, attori o registi fotografati?

Tra musicisti e attori c'è un'enorme differenza. Il musicista, per definizione, fa quello. Spesso vive il momento del servizio fotografico come una rottura di scatole, necessaria per promuovere il disco. Preferirebbe stare in studio a registrare o su un palco a suonare. L’attore, invece, vive davanti a una lente: ha un approccio completamente diverso. Quando fotografi un musicista, il 90 per cento è psicologia, il 10 per cento è fotografia. Con l'attore, questa percentuale si ribalta. Nel caso dell'attore, è come guidare una Ferrari: appena tocchi il volante, sterza. Per un fotografo, quindi, è molto più semplice.

Durante la tua carriera da fotografo, hai sviluppato alcune riflessioni che hai convogliato nel romanzo "E Lui sarà Levon", che è incentrato sulla mercificazione dell'immagine. Come mai?

La mercificazione dell’immagine è una cosa che riguarda tanti aspetti della società, non solo del mondo dello spettacolo. Nella mercificazione, c'è qualcuno disposto a delegare, a vendere l'immagine e di conseguenza a comprarla. È un problema antico, che non nasce oggi. Mi sembra però che oggi stia dilagando sotto tutti gli aspetti. C’è la voglia di delegare velocemente a qualcun altro per lavarsene le mani. Ci limitiamo a indignarci, ma poi finisce lì. Io, la mercificazione dell’immagine, l’ho vissuta in prima persona quindi mi è stato facile raccontarla.

Hai lavorato molto a Milano. Qual è il tuo rapporto con la città?

Non vi ho mai abitato, ma l’ho vissuta tanto. Il centro della discografia è sempre stato a Milano. Anche le redazioni, erano in gran parte a Milano. Il mio lavoro, per tanto tempo, è stato Milanocentrico, insomma.

Che cosa non sopporti di questa città e che cosa maggiormente ti piace?

Mi piace la velocità di esecuzione di qualsiasi cosa. È una città dove puoi fare velocemente quello che ti sei prefissato di fare. Milano ti aiuta, non ti ostacola. Ti facilita. È la cosa che ho sempre apprezzato. Avendo vissuto per parecchio tempo a Londra, il capoluogo lombardo ricorda proprio una città cosmopolita come la capitale inglese. È "camaleontica", ecco. Si adatta a tutti quelli che arrivano. Il difetto risiede nel pregio. Non sopporto quando mi accorgo che il camaleonte cambia pelle davanti a me. Quello mi infastidisce: quando mi accorgo del trucco.

Da quello che mi hai detto, deduco che Milano sia, secondo te, la più europea delle città italiane…

Sicuramente. Lavorando con la musica, me ne accorgevo proprio perché i tour europei e internazionali facevano tappa a Parigi, Marsiglia, Lione, Milano. Milano è l’avamposto europeo, da questo punto di vista. Lo è per la musica e per tante altre discipline, ad eccezione del cinema. Per un business internazionale è facile arrivare a Milano, più complesso arrivare a Roma.

Se dovessi definire con una parola Milano, quale parola useresti?

Mi devo ripetere: camaleontica. Però se tu sei lì e il camaleonte cambia pelle, non va bene. Altrimenti, al di là di questo aspetto, è una città che risulta accogliente.

Hai firmato cortometraggi, lungometraggi, sceneggiature. Che cosa ti ha spinto a questo e quale di queste discipline ti ha appassionato di più?

Ho la convinzione che si vive una sola volta e, quindi, non posso e non ho voglia di ridurmi a fare sempre la stessa cosa. Ho la volontà di imparare e di mettermi a fare cose che non sono capace di fare. Ciò comporta una serie di problematiche. È un modo, certamente, fantastico per complicarsi la vita, ma sono convinto di potermi esprimere in diversi modi. Prima dividevo le varie cose.  Anche perché, soprattutto in Italia, si pensa che se fai una cosa, non puoi farne un’altra. Quindi se nasci fotografo, devi morire fotografo. Quando ho scritto il primo libro, tendevo a nascondere il fatto che fossi fotografo. Adesso, sinceramente, sono in una fase che non me ne frega assolutamente nulla. Anche perché non vedo più le differenze tra una disciplina e l’altra. C’è il mio sguardo sulle cose, poi, che io lo esprima con una foto, un testo o un film, per me davvero cambia poco. In un mondo dove tutti sono diventati fotografi, permettetemi di fare altro.

Nella tua attività, complessivamente, sei sempre riuscito a essere te stesso?

Dico sì, anzi ni. Lo sono stato sia nel periodo londinese, durato dieci anni, che quando sono tornato a vivere in Italia. Poi, ai miei occhi, è cambiato il mondo della fotografia e della musica: sono diventati sempre più vendita di prodotti, che gesti artistici. Per un periodo mi sono adeguato, perché, a quel punto, era per me un lavoro che doveva sostenermi. Un giorno, quando mi sono svegliato e mi sono accorto di questo mio atteggiamento, ho capito che quella cosa per me si era esaurita e dovevo passare ad altro. La possibilità di girare un cortometraggio, è stata l’occasione per virare.

Hai, infine, sogni particolari, nel tuo cassetto?

Sogni particolari, a parte quando sognavo di diventare fotografo, non ne ho mai avuti. Data la mia estrazione, diventare un fotografo era la cosa più lontana da me. Mi sembrava una cosa irraggiungibile. Una volta raggiunto quel traguardo, a circa 22 anni, quando mi sono ritrovato a fotografare per il più importante settimanale musicale sulla faccia della terra, ho capito che tutto, più o meno, si poteva ottenere. Ho smesso di sognare e mi sono messo a "pedalare". Non sono abituato, quindi, a sognare. Ho mille progetti, se poi li vogliamo chiamare sogni, che richiedono attenzione e tempo. 

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