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Il “bosco della droga” di Rogoredo si sta espandendo, i volontari: “I venditori di morte sono tornati”

Lo spaccio è tornato anche nel vecchio bosco di Rogoredo. I volontari resistono, ma senza politiche sociali strutturali più profonde il “bosco della droga” continuerà a espandersi.
A cura di Giulia Ghirardi
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Uno degli ingressi del "bosco della droga" di Rogoredo – Credits: Fanpage.it
Uno degli ingressi del "bosco della droga" di Rogoredo – Credits: Fanpage.it

"Le postazioni dei venditori di morte sono tornate persino nel vecchio bosco di Rogoredo". A denunciarlo sui social è Simone Feder, educatore e psicologo che da anni, tutte le settimane, presidia il cosiddetto "bosco della droga" con alcuni volontari per distribuire pasti caldi, vestiti e coperte a chi passa di lì o a chi, dal bosco, non è più in grado di uscire. Il racconto di Feder riporta indietro di anni, a quando l'area alle spalle della stazione di Rogoredo era considerata una delle più grandi piazze di spaccio d'Europa, raccontando una nuova, pericolosa espansione dello spaccio all'interno del bosco.

Il "bosco della droga" è tornato a espandersi

Negli ultimi tempi, più volte il boschetto è stato raccontato dalle istituzioni come un problema ormai superato. Lo stesso sindaco di Milano Giuseppe Sala ha rivendicato pubblicamente che, nel tempo, la città avrebbe "liberato" l'area dalla droga. Una narrazione rassicurante, ma miope. Perché tra Rogoredo e San Donato lo spaccio non è mai stato davvero sconfitto: si è spostato, adattato e mimetizzato, come ha documentato Fanpage.it nella sua inchiesta "Dove Milano muore", raccontando un "non-luogo" dove l'eroina costa 2 euro e dove, ogni giorno, transitano migliaia di persone.

Il fatto che le postazioni di spaccio stiano ricomparendo proprio nel vecchio bosco racconta, infatti, qualcosa di molto diverso dalla versione istituzionale. Significa che quella piazza non era stata davvero "cancellata", ma solo spinta più in là nello spazio, tra i sentieri e le aree verdi lungo i binari che portano a San Donato. Per questo, quello di oggi non può essere considerato solo un ritorno simbolico, ma il segnale di una nuova e pericolosa espansione.

"Mentre svolgevamo il nostro servizio, osservavamo il viavai dei giovani pellegrini verso quello che assomiglia sempre più a un santuario della morte", ha scritto ancora Feder, sottolineando l'estrema necessità di parlare perché "si percepisce dentro di loro un vuoto profondo, un vuoto che nulla, nemmeno la droga, riesce davvero a colmare". È un silenzio che "implora ascolto", secondo l'educatore, "una ferita che chiede presenza e noi continueremo a essere lì per questo".

Una presenza che oggi è garantita soprattutto dai volontari che, tutte le settimane, si recano al limitare del bosco per distribuire pasti caldi, vestiti e coperte ai frequentatori – più o meno stabili – del bosco. Proprio il fatto che questo presidio umano sia diventato sempre più indispensabile racconta, però, anche un'altra verità: da solo non basta e la nuova espansione dello spaccio ne è la prova concreta.

Pensare di affidare la questione a qualche volontario, tentare di risolverla con operazioni di polizia o con la bonifica di qualche area significa continuare a rincorrere il problema senza affrontarlo davvero. Infatti, se oggi le postazioni sono tornate nel vecchio bosco è anche perché negli anni è mancata (e continua a mancare) una strategia d'intervento più profonda così come l'adozione di politiche sociali, sanitarie, di riduzione del danno o di integrazione. E finché tali mancanze continueranno a essere tali, il rischio è che la storia continui a ripetersi o, come in questo caso, che lo spaccio continui a espandersi, facendo di Rogoredo una vicenda tutt'altro che chiusa.

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