
C'è un punto in cui un'inchiesta giornalistica smette di raccontare soltanto un fatto e diventa uno specchio. È quello che è successo lo scorso 16 gennaio quando Fanpage.it ha pubblicato "La vita nel Cpr di Milano disegnata da Alì". L'obiettivo dell'inchiesta, al di là di documentare le "condizioni disumane" che esisterebbero nel Cpr di via Corelli, era quello di generare indignazione, domande, una pretesa di trasparenza o, quantomeno, di dignità. Invece, nei commenti, si è aperto un altro abisso.
Auguri di morte, inviti alla fucilazione, insulti disumanizzanti, sarcasmo davanti a tentativi di suicidio. Persone che di fronte alla sofferenza documentata di altri esseri umani rispondono con: "Se scoppiano tutti è festa nazionale", ma anche "dovrebbero uscirci orizzontali". O, ancora: "Fuori le scimmie dalle nostre città". Il tutto accompagnato da "cuori neri" e inviti alla "remigrazione", un concetto promosso dall'estrema destra europea per sostenere l'espulsione degli stranieri dal territorio. Di fronte a questi commenti non si può parlare di rabbia estemporanea. È un linguaggio strutturato, ripetuto, persino legittimato da tutti coloro che seminano odio digitale. È una cultura, una vera e propria cultura dell'odio.

Il punto qui, però, non è quello di difendere "l'immigrazione incontrollata", lo slogan utilizzato da chi vuole delegittimare qualunque riflessione sui diritti, sulle responsabilità dello Stato e sulle condizioni umane minime che dovrebbero essere garantite a chiunque. Il punto è un altro ed è molto più profondo e inquietante: perché parte della società prova piacere, o quantomeno sollievo, nel negare diritti ad altre persone? Perché davanti a un'inchiesta di denuncia la reazione è quella di augurare la morte a persone che non si conoscono? Persone che spesso non hanno commesso alcun reato, e che, comunque, reato o no, hanno diritto a essere trattate con umanità.
Qui il problema non sono "loro". Il problema è generale. Perché un Paese in cui diventa normale scrivere che qualcuno "andrebbe vaporizzato" ha già fatto un passo oltre la disumanizzazione: ha interiorizzato l'idea che esistano vite sacrificabili. Che la sofferenza possa essere uno spettacolo, che l'autolesionismo meriti i popcorn, che la tortura sia accettabile se applicata a determinate persone. E attenzione: non serve essere estremisti per contribuire a questo clima di odio violento. Basta il silenzio. Basta scrollare. Basta pensare che "in fondo se la sono cercata". Dimenticandosi che, anche se si avesse di fronte il peggior criminale, lo Stato di diritto serve proprio a impedire che l'odio diventi un sistema.
Va detto, per correttezza, che non è così per tutti. Tra i centinaia di commenti ce ne sono anche alcuni di persone che hanno riconosciuto l'orrore e si sono indignate. Ma sono pochissimi: voci isolate, sommerse dall'odio e dal disprezzo. Ed è proprio questo squilibrio a far paura. Perché se davanti a un'inchiesta che denuncia condizioni disumane la reazione è chiedere più disumanità, allora l'emergenza non è migratoria. È culturale, democratica. E no, non è accettabile. Perché non è più libertà di opinione. È il sintomo di una società che ha smesso di riconoscersi nei propri valori fondamentali. Una società che dovrebbe fermarsi, guardarsi allo specchio – quello dei commenti – e chiedersi chi sta diventando. Prima che sia troppo tardi, se già non lo è.