Dormitori abusivi, salari da 5 euro l’ora e turni di 14 ore: le foto degli opifici cinesi dietro a Paul&Shark

Dormitori abusivi e degradanti, turni estenuanti e salari da fame. Anche per questo, stando alle carte della Procura che Fanpage.it ha potuto visionare, il caso esploso intorno alla filiera produttiva di Paul&Shark non si può considerare soltanto come una vicenda giudiziaria che sfiora i vertici della Dama spa – società guidata dal cognato del governatore della Lombardia, Attilio Fontana – e di Alberto Aspesi&C, ma anche come la rappresentazione di un sistema di caporalato che baserebbe la sua competizione globale su una manodopera invisibile, ricattabile e priva di ogni dignità.
Il pm Paolo Storari e la pm Daniela Bartolucci hanno disposto il controllo giudiziario d'urgenza della Dama spa che, secondo gli inquirenti, avrebbe esternalizzato la produzione del marchio Paul&Shark, affidandone la realizzazione in subappalto ai laboratori cinesi della M&G e poi alla GMAX 365 srl dove, sempre secondo l'accusa, si sarebbe consumato uno sfruttamento sistematico, organizzato e quasi scientifico dei lavoratori.
Il primo dato che colpisce è quello dei salari. I lavoratori avrebbero percepito cinque euro all'ora, spesso pagati in contanti, ben al di sotto di qualsiasi standard contrattuale. Inoltre, in molti casi, la paga sarebbe stata a cottimo: una tantum per ogni capo prodotto, per costringere a ritmi serrati i lavoratori. A rendere il quadro ancora più grave sono gli orari lavorativi: ufficialmente, contratti part-time da poche ore al giorno, ma stando ai diversi cartelli affissi nei dormitori (fotografati nel corso dell'ispezione e già agli atti del fascicolo), i lavoratori sarebbero stati costretti a lavorare dalle 8:00 alle 22:00, sette giorni su sette, festivi inclusi.

Poi, ci sono le condizioni di vita. Negli stabilimenti di Garbagnate Milanese, secondo l'accusa, i lavoratori vivevano in dormitori abusivi ricavati negli stessi locali di produzione, definiti "al di sotto degli standard minimi di dignità". Sporcizia, impianti elettrici precari, assenza totale di misure di sicurezza. In più, all'interno dei laboratori sarebbe stato attivo un sistema di video sorveglianza non autorizzata che avrebbe controllato costantemente movimenti e attività. Così, i lavoratori avrebbero dovuto lavorare, a mangiare e dormire nello stesso spazio, in una condizione di isolamento senza confini tra vita e lavoro.

Uno squilibrio contrattuale che si sarebbe tradotto, secondo gli inquirenti, anche in una forma di sottomissione psicologica. Molti lavoratori stranieri e irregolari, e per questo facilmente ricattabili, sarebbero stati "addestrati" a mentire agli ispettori e tenuti in uno stato di dipendenza attraverso promesse di regolarizzazione, spesso illusorie.
E mentre tutto questo accadeva, i dipendenti della Dama spa avrebbero frequentato i laboratori fino a 3 volte a settimana per "effettuare delle verifiche". È qui che la tesi della "cecità" diventa più ardua da sostenere perché, una volta lì, è difficile credere che non abbiano visto i macchinari accesi oltre gli orari consentiti o i letti accatastati accanto alle postazioni di lavoro o, ancora, che non abbiano potuto constatare l'esistenza di ambienti degradanti e insalubri. Intanto, però, da queste "verifiche" sarebbero derivati margini di guadagno fino al 95 per cento su alcuni capi di abbigliamento come il "carcoat reversibile" che verrebbe realizzato dal brand Paul&Shark con una spesa di poco superiore ai 100 euro, ma nei negozi arriverebbe a sfiorare i 2mila.

E, in fin dei conti, il controllo giudiziario disposto dal tribunale di Milano riconosce proprio questo: non ci si troverebbe di fronte a irregolarità marginali, ma a un meccanismo di caporalato e sfruttamento strutturale. Un modello di business che, per restare competitivo, avrebbe bisogno di lavoratori che guadagnano 5 euro l'ora, lavorano 14 ore al giorno e vivono in luoghi degradati e – di fatto – disumani in cui producono beni di lusso.