Cristina Mazzotti, sequestrata e uccisa nel 1975: fermato Giuseppe Calabrò dopo la condanna all’ergastolo

Gli agenti della squadra mobile di Milano hanno fermato questa notte Giuseppe Calabrò. L'uomo, che era a piede libero, è stato condannato in primo grado all'ergastolo il 4 febbraio scorso perché accusato dell'omicidio aggravato di Cristina Mazzotti.
La ragazza, che aveva 18 anni, è stata rapita mentre tornava nella casa vacanza a Eupilio (Como) il 30 giugno 1975 insieme al fidanzato e un'amica. È stata segregata in una buca a Castelletto Ticino. Proprio le condizioni del sequestro – "senza sufficiente aereazione, senza possibilità di deambulazione" – durante il quale le sono state somministrate "massicce dosi di tranquillanti ed eccitanti, così cagionandone volontariamente la morte" che è poi avvenuta a Galliate, che si trova in provincia di Novara. Mazzotti, che è stata tenuta segregata per un mese, è stata ritrovata morta l'1 settembre 1975. È considerata la prima donna rapita dalla ‘ndrangheta.
Durante tutto il periodo di segregazione, è stata obbligata a scrivere diverse lettere indirizzate al padre in cui chiedeva di pagare un riscatto di 1 miliardo e 50 milioni di lire. Il padre è riuscito a consegnare questo riscatto quando la figlia era già morte.
Per trovare tutti i responsabili, ci sono voluti cinquant'anni. Un primo processo è iniziato nel 1976 a Novara e si è concluso nel 1977. Sono state emesse 13 condanne, di cui 8 ergastoli. Poi la Corte di Cassazione ha confermato cinque ergastoli. Mancavano però gli esecutori materiali del rapimento. La svolta è arrivata poi nel 2007 quando è stato rintracciato Demetrio Latella, che ha confessato i nomi di altri tre uomini, tra cui Calabrò.
Sia Calabrò che Latella sono stati condannati all'ergastolo il 4 febbraio 2026 dalla Corte d'Assise di Como. Sono stati condannati per omicidio aggravato perché il reato di sequestro di persona in concorso a scopo di estorsione è ormai prescritto.
Calabrò faceva parte del commando che ha rapito la giovane. È stato fermato poche ore prima che si imbarcasse su un volo per Reggio Calabria, che sarebbe partito alle 8.35 di questa mattina.
E, stando a quanto ricostruito dagli investigatori della squadra mobile coordinati dalla direzione distrettuale antimafia di Milano, la sua figura sarebbe emersa anche in alcune infiltrazioni sulla criminalità organizzata calabrese presente nel tifo di Inter e Milan, ma nonostante questo non è mai stato rinviato a giudizio.
A disporre il fermo di indiziato per sequestro di persona a scopo di estorsione e omicidio pluriaggravato, è stato disposto dai pubblici ministeri Paolo Storari, Stefano Ammendola e Pasquale Addesso. Stando a quanto sostenuto dai magistrati, l'uomo godrebbe di appoggi "di carattere logistico e patrimoniale" che potrebbe attivare "in qualsiasi momento e in grado di garantirgli la latitanza e l'impunità".
Per i pm, l'uomo sarebbe inserito in "circuiti di ‘ndrangheta di notevole livello" sia al Nord che in Calabria.