Perché la Procura ricorre contro l’assoluzione delle due psicologhe coinvolte nel caso Pifferi

Il pm di Milano, Francesco De Tommasi, ne sarebbe convinto: l'unica "finalità perseguita" dalle due psicologhe, le "due imputate", era "quella di evitare l'ergastolo a Alessia Pifferi". A ogni costo. Così l'avrebbero messa "in condizioni di richiedere e ottenere una perizia psichiatrica che potesse eventualmente dichiararla, se non incapace d'intendere e volere, quantomeno seminferma di mente". La "concessione" di quella perizia è "il movente che sin dall'inizio" ha mosso le loro condotte, "altro che esigenze di gestione interna" della detenuta.
Secondo quanto emerge dalle informazioni diffuse, De Tommasi lo avrebbe scritto nell'atto di appello con cui ha fatto ricorso per le posizioni di due psicologhe – difese dagli avvocati Mirko Mazzali e Francesca Beretta – che erano in servizio nel carcere di San Vittore e che sono state assolte nel caso cosiddetto "Pifferi bis", la tranche sull'omicidio della piccola Diana, lasciata in casa da sola per sei giorni nel 2022 dalla madre, e che vedeva al centro una presunta attività di "manipolazione" per aiutare Alessia Pifferi ad ottenere la perizia psichiatrica in primo grado.
La Procura, invece, ha deciso di non impugnare la sentenza del gup Roberto Crepaldi del dicembre scorso, per quanto riguarda le posizioni degli altri imputati assolti anche loro dalle accuse di falso e favoreggiamento, tra cui l'avvocata Alessia Pontenani, legale di Pifferi in primo e secondo grado, e lo psichiatra ed ex consulente della difesa Marco Garbarini.
Nella sentenza sulle due psicologhe, per la Procura che ne chiede ancora le condanne, da parte del giudice ci sarebbe stato un "travisamento dei fatti e delle prove". Non avevano alcuna "finalità clinica" quando sottoposero la donna al "test di Wais", falsificato per il pm e che accertò un quoziente intellettivo pari a quello di una bambina.
Come riportato anche dall'agenzia Ansa, per la Procura di Milano però il giudice erroneamente ha aderito alla "linea difensiva, secondo cui le psicologhe di San Vittore avrebbero agito esclusivamente per finalità cliniche" e per "comprendere quale fossero le condizioni mentali della Pifferi" per poter "stabilire come gestirla in carcere".
Il pm riporta le chat e spiega che "diversamente da quanto emerge dalla motivazione della sentenza, la somministrazione del test di Wais non venne mai autorizzata dallo ‘staff multidisciplinare'" del carcere. Il "filo conduttore" delle azioni delle due psicologhe era quello di "fare in modo che potesse essere fondatamente richiesta e concessa una perizia".
Una delle due, scrive il pm, si accorse "benissimo che un test di Wais" fatto in quel modo "non era attendibile", né utilizzabile per "formulare una diagnosi, ma ciò nonostante ha avallato la condotta" della collega e ha contribuito alla stesura della "relazione finale".
Le perizie psichiatriche nei due processi, comunque, accertarono che la donna non aveva vizi di mente. Nel processo d'appello, però, si è passati dalla condanna all'ergastolo del primo grado a 24 anni di reclusione, con il riconoscimento delle attenuanti generiche.