Carlotta Cossutta si candida a sindaca: “Milano espelle chi ci lavora, serve una svolta su affitti e welfare”
Ricercatrice e docente in Filosofia Politica, intellettuale, attivista, tra le fondatrici di Non Una di Meno a Milano. Questa è, in estremissima sintesi (e le chiediamo già scusa per questo) la biografia di Carlotta Cossutta, nata e cresciuta nel capoluogo meneghino, che ieri ha annunciato la sua candidatura come sindaca alle elezioni comunali che si svolgeranno la prossima primavera. Fanpage.it l'ha intervistata e il suo progetto politico appare abbastanza chiaro: "È necessario riprendere in mano una discussione su come si fa a fare una città davvero pubblica: che cosa vuol dire, quali strumenti ci sono a disposizione e quali battaglie a livello nazionale vanno fatte per modificare alcuni degli strumenti legislativi possibili", ha detto.
Durante l'estate sono emersi diversi nomi per la candidatura a Palazzo Marino. Il toto nomi sembrerebbe essere un po' rallentato, anche se non del tutto bloccato. Questa frenesia, secondo Lei, ha rischiato e rischia ancora oggi di oscurare i programmi?
Credo che proporre nomi possa essere interessante. Ogni nome porta con sé delle visioni, delle reti. È vero che rischia un po' di spostare l'attenzione dai contenuti soprattutto laddove, accanto a questi nomi, non vengono messe in campo occasioni di confronto, dibattito, discussione, riflessione collettiva e condivisa sui temi della città. Al momento, mi sembra che venga molto invocato un lavoro sul programma, sul quale però è stato ancora fatto poco. Non saprei dire però se sia colpa del toto-nomi o se si tratti di due fenomeni distinti.
Secondo Lei quali sono le priorità che la sinistra deve mettere sul tavolo prima ancora di discutere di profili?
È necessario riprendere in mano una discussione su come costruire una città davvero pubblica: che cosa vuol dire, quali strumenti ci sono a disposizione e quali battaglie a livello nazionale vanno intraprese per modificare alcuni degli strumenti legislativi possibili. Ancora quali sono le possibilità di invertire la rotta rispetto a una privatizzazione della città che abbiamo visto in questi anni.
Legato a questo c'è il tema dell'abitare. Milano sta subendo un processo simile a quello che stanno vivendo altre grandi città del mondo: espellere coloro che la mantengono in vita. Chi lavora a Milano spesso non ci può vivere. Finiranno così per rimanere i membri della classe globale, cioè persone che lavorano nel campo delle multinazionali, che hanno stipendi che gli permettono di vivere qui, ma che sono anche i più volatili. Sono infatti coloro che più facilmente si trasferiscono e non si radicano all'interno della città. Quindi bisogna rendere la città vivibile per chi lavora qui. Questo è un tema sul quale bisogna capire quali strade intraprendere, consci del fatto che ci si inserisce in una depressione che travalica Milano.
Proprio l'abitare è uno dei temi maggiormente percepiti dalla popolazione: Milano è diventata una città sempre più esclusiva ed escludente. Quale sarà la sua proposta?
A Milano è già iniziato un grosso lavoro sulle case popolari e sull'edilizia residenziale pubblica, ma deve essere portato avanti. C'è ancora molto da fare. È chiaro che in questo momento non è possibile rispondere ai bisogni di tutti, però ci sono ancora troppe case dell'edilizia residenziale pubblica sfitte. È necessario inoltre mettere in campo delle operazioni per acquisirne di nuove.
Questo sicuramente non risolverà totalmente il problema dell'abitare: parliamo di un tema che non riguarda solo le fasce più povere, ma anche una parte di ceto medio che non ha i requisiti per accedere all'edilizia popolare ma che non riesce comunque a permettersi un affitto. I dati ci dicono che la spesa per la casa a Milano supera oramai il 60 per cento del reddito per una buona parte della popolazione. È letteralmente insostenibile.
Bisogna mettere in campo delle strategie. Una è quella di recuperare una tradizione milanese, che è quella dell'abitare cooperativo: costruire case attraverso la partecipazione dei cittadini e delle imprese che operano a Milano e che, in qualche modo, devono contribuire alla vivabilità della città. Per esempio potrebbero destinare fondi alla costruzione o al comprare case per le persone che lavorano. Infine va messa in campo una riflessione anche a livello nazionale: bisogna mettere un tetto agli affitti. Bisogna provare a regolamentare il mercato. Al momento il Comune non ha questo potere, ma è sicuramente una strada da percorrere.
Un altro tema caro a Milano è anche quello del salario minimo: come può l'amministrazione comunale intervenire per garantire stipendi dignitosi e anche contratti giusti negli appalti pubblici?
Il Comune ha delle leve con cui può chiedere a chi partecipa agli appalti di garantire un salario minimo e delle condizioni di lavoro dignitose. Il problema infatti non è soltanto – benché sia un tema fondamentale – il salario minimo, ma anche le condizioni di lavoro precarie, intermittenti, molto fragili che vediamo negli appalti del Comune di Milano e non solo. Ovviamente sugli appalti il Comune può intervenire, così come può farlo su tutto il sistema, per esempio, del Terzo Settore. Mi riferisco alla figura delle educatrici e degli educatori, che percepiscono stipendi molto bassi per il lavoro che svolgono e su cui il Comune potrebbe insistere.
L'altro elemento sul quale può contribuire è una forma di welfare cittadino, che permetta a chi non può accedere al salario minimo, perché magari lavora nel campo del privato, di offrire strumenti che superano quelli nazionali che invece impongono condizioni molto stringenti per potervi accedere. Rafforzare il welfare potrebbe infatti alleviare il costo della vita.
In questi mesi abbiamo raccolto molte segnalazioni di genitori che lamentavano i costi degli asili nido e dei centri estivi. Anche su questo aspetto specifico il Comune potrebbe in qualche modo intervenire?
Il problema degli asili nido è centrale. Nel Comune di Milano, nonostante venga presentato come virtuoso – e sicuramente lo è rispetto ad altre situazioni in Italia -, non sono ancora coperti tutti i posti per tutte le bambine e i bambini che vivono in città. Le graduatorie penalizzano alcuni nuclei familiari: c'è un circolo vizioso per cui sono penalizzate le famiglie in cui una sola persona lavora e, spessissimo, si tratta di un uomo. E questo rende ancora più difficile per le donne reinserirsi nel mondo del lavoro nei primi anni di vita dei figli.
Il Comune qui dovrebbe compiere una scelta radicale: per esempio proporre asili nido veramente gratuiti per tutte le famiglie, garantendo più copertura possibile. Non è facile trovare fondi, ma dovrebbe essere un'indicazione di lungo periodo.
Inoltre è vero che è necessario lavorare sui centri estivi, ma non solo su questi: bisogna considerare tutte le attività pomeridiane. A Milano c'è un divario di classe profondo. Ci sono ragazze e ragazzi, bambine e bambini che non possono godere di tutte le opportunità che la città offre: attività sportive, di insegnamento di altre lingue e così via.
Questa è una città che offre infinite opportunità, ma in gran parte principalmente a pagamento. Bisogna potenziare la rete dei centri di aggregazione giovanile, grande eredità di Milano. In questo modo si potrebbero avere spazi a costo zero per bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Andrebbe anche fatto un lavoro sui campi sportivi del Comune, che vengono dati ai privati senza che vengano date regole sulla possibilità che quei luoghi diventino un presidio sociale.
L'educativa di strada, la possibilità di trasformare le relazioni, avviene anche in quei luoghi. Le attività pomeridiane possono essere svolte anche nei locali scolastici. Queste attività però devono essere accessibili a tutti e tutte: non possono avere prezzi impossibili. Anche questo produce un divario tra chi può usufruire di tutte le opportunità e chi no, che è poi il tema di Milano, che offre davvero infinite possibilità che però, se non sono accessibili, rischiano di essere fonte di frustrazione.
Proprio agli spazi sociali ed educativi si collega a un altro tema: quello della sicurezza. Il centrodestra parla sempre di misure repressive, ma non sarebbe necessario affrontarlo attraverso misure educative, formative e sociali?
Sì, sono molto d'accordo. I dati ci dimostrano che Milano non è così insicura. Per me, però, non è una risposta soddisfacente. Nel momento in cui ci sono delle paure è necessario ascoltarle e prenderle sul serio. Io arrivo dal femminismo e uno dei nostri slogan è: "Le strade sicure, le fanno le donne che le attraversano". Per me è una guida nel pensare che la sicurezza si fa con il presidio sociale, costruendo le condizioni per cui la città sia viva e aperta e anche costruendo forme di presa carico dei problemi che non siano solo di repressione. I dati sul carcere, soprattutto per i minori, ci dicono che un minore che va in carcere, ha una maggiore possibilità di tornare a commettere reati.
La repressione non è solo sbagliata dal punto di vista ideale, ma anche nelle risposte che riesce a fornire. Bisogna fare un grosso lavoro sui legami sociali, anche con le forze di polizia, così da creare una formazione permanente che permette di cogliere il tema della sicurezza come tema sociale e non solo come forma di repressione, che è una risposta molto veloce e molto più immediata, ma che produce maggiore criminalità.
A proposito di femminismo e privilegi economici, un altro tema è quello relativo ai costi della salute, soprattutto femminile. Secondo Lei cosa può e deve fare il Comune di Milano per garantire consultori pubblici efficienti e servizi sanitari che possano essere davvero gratuiti e inclusivi?
La sanità non è una responsabilità diretta del Comune, ma della Regione. Il primo ha però la possibilità di fare pressioni sulla seconda. A Milano i consultori sono troppo pochi per il numero di abitanti. E sempre più spesso vengono accostati ad altri servizi, rendendo più difficile l'accesso. Regione Lombardia, attraverso una legge approvata dal Governo Formigoni, permette di far accreditare consultori privati, anche confessionali, dove vige l'obiezione di coscienza di struttura che, come stabilito dalla legge 194, sarebbe illegale. Questo produce una disparità che per chi si reca al consultorio non è evidente, ma che fa credere che quei consultori forniscano determinati servizi che in realtà sono completamente diversi.
C'è inoltre un'enorme carenza di servizi sulla salute mentale. Milano può fornire strumenti di orientamento e prossimità. Anche questa è una tradizione milanese: gli ambulatori popolari di Anna Kulishov sono nati a Milano e ancora esistono e fanno un prezioso lavoro. Ecco, il Comune dovrebbe riconoscere quei servizi, metterli ancora di più in rete e sedersi a un tavolo con Regione per premere perché alcune linee di indirizzo siano garantite. Accanto a questo, c'è un lavoro di prevenzione e informazione, che in parte sta avvenendo nei centri Milano Donna, ma che può essere implementato con servizi specifici su tutto il territorio.
C'è stato un dialogo con AvS. Si candida per loro? Ha avuto un dialogo con il Partito Democratico?
Al momento non sono candidata per alcun partito. Sto mettendo a disposizione un insieme di competenze e riflessioni. Non escludo che possano esserci forme di dialogo e incontro, anche in virtù del fatto che credo che sia il momento di aprire campi di discussione e confronto.
C'è una parte di popolazione che non vota – i dati sull'astensione lo dimostrano – e che in questo momento non si riconosce all'interno dei partiti. Il mio desiderio è quello di provare, in questa fase, ad aprire uno spazio, far convergere persone, mettere in rete delle esperienze che già esistono a Milano e che faticano a parlarsi. Da qui, capire poi cosa succede. Per il momento è una candidatura senza partiti.
Si è parlato molto di primarie. Secondo Lei è uno strumento idoneo per scegliere un candidato?
Credo che lo sia laddove non vengono pensate come uno spazio di competizione e di spartizione di potere, ma come momento di confronto per proporre mediazioni, per mettere sul piatto tutti temi di discussione. Anche per capire se ci siano davvero delle possibilità di convergenza o se se vi siano differenze insormontabili. Con queste modalità, potrebbero essere uno strumento per rendere chiara la situazione.
Se devono invece essere un momento di competizione fino a se stessa, per pesare i propri voti o spartirsi potere, allora no. Ritengo che vi siano strumenti più utili che passano dalle segreterie di partito. Sicuramente in questo momento di disaffezione alla politica istituzionale, lo spazio del dibattito pubblico – e in questo le primarie garantiscono forme di trasparenza, di apertura, di discussione, di investimento di persone diverse dentro lo spazio politico – è uno strumento per provare a mettere in circolo delle forme di partecipazione differenti.
Secondo Lei un'apertura verso forze moderate, centriste, come Azione e Italia Viva, può annacquare alcune battaglie sulla giustizia sociale, climatica, sui diritti? Azione, inoltre, negli scorsi mesi, quando si è tanto parlato della possibilità di revocare il gemellaggio con Tel Aviv, si è schierata contro questa eventualità. Ha inoltre fermamente criticato alcuni possibili candidati del centro sinistra dopo che hanno preso posizioni nette sul genocidio a Gaza. Cosa ne pensa al riguardo?
Credo che ci siano alcune questioni dirimenti e divisive perché riguardano una dimensione di valori. E credo che su questa sia difficile, certo non impossibile, produrre mediazioni. Parliamo proprio del genocidio: o lo si riconosce o non lo si riconosce, è molto difficile trovare una via di mezzo. Credo che il rischio di allargare, rinunciare a dimensioni anche radicali, in nome di una supposta maggioranza del centro, è una scommessa che potrebbe essere perdente. Se invece le forze al centro riconoscono la necessità di cambiare passo e di introdurre forme di radicalità, ben venga.