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Mamma e figlia uccise in casa a Samarate: fermato il padre
14 Maggio 2022
10:54

Alessandro Maja, che ha ucciso moglie e figlia: quando il narcisismo diventa assassino

Che cosa c’è alla base della strage familiare di Samarate e chi è davvero Alessandro Maja? Il profilo di un narcisista insicuro e di cosa l’abbia spinto al più efferato degli omicidi.
A cura di Anna Vagli
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Mamma e figlia uccise in casa a Samarate: fermato il padre

Sono previsti per oggi 14 maggio, alle ore 15, i funerali di Stefania e della figlia Giulia, vittime della furia assassina di Alessandro Maja. Mentre le condizioni dell'altro figlio restano sempre gravissime. Intanto, ieri si è svolto l’interrogatorio di convalida di quest’ultimo. Ma chi è davvero Alessandro e che c’è alla base di questo orribile delitto?

Alessandro Maja è un uomo con tratti marcatamente narcisistici e che, come da manuale, ha costruito l’intera sua esistenza sull’apparire. Secondo quanto trapela, infatti, avrebbe conseguito il titolo di geometra, non di architetto. E questo è certamente un dato che la dice lunga sulla sua personalità. Perché proprio la volontà di sembrare ciò che non era (e non sarebbe mai stato) potrebbe essere alle origini della strage familiare. Più nel dettaglio, il movente dovrebbe proprio ricercarsi nell’umiliazione pubblica. Una gogna sociale derivante da un lato dalla presunta volontà della moglie separarsi, dall’altro da ciò che questo avrebbe potuto significare dal punto di vista economico. Un’ossessione, quella per i soldi, che attanagliava il Maja da molto tempo. Lo spettro del decadimento dello status in ogni sua forma e per qualunque ragione si palesava come un’eventualità evidentemente non tollerabile e assolutamente non contemplabile. Un uomo palesemente avverso all’insuccesso e che sentiva irrimediabilmente minacciata la sua mascolinità, incapace di accettare il disgregamento del nucleo familiare. Pertanto, quest’ultimo era forse diventato l’unico appiglio al mondo in grado di farlo ancora sentire un uomo affermato.

Ha usato strumenti come martello e cacciavite che aveva adeguatamente predisposto nel suo piano diabolico. E lo ha fatto svestendosi completamente della sua condizione di genitore prima che di marito. In altri termini, si è distaccato dal padre quale era perché, altrimenti, l’amore e l’empatia nutrita nei confronti dei figli gli avrebbe impedito di fare ciò che ha fatto.  La scelta dell’arma del delitto non è stata figlia del caso. In questo senso, il martello ed il cacciavite sono stati prediletti perché più di ogni altra cosa al mondo sono in grado di simboleggiare la distruzione. Ed infatti, nella sua mente lucida, è come se avesse personificato e proiettato la rabbia e la frustrazione provata sui figli e sulla moglie. Neppure il momento in cui ha scelto di colpire è casuale. Lo ha fatto mentre tutti dormivano approfittando della condizione di minorata difesa di quel frangente.

Durante l’interrogatorio di convalida svoltosi ieri, il suo avvocato ha dichiarato che “Alessandro non riesce a spiegarsi ciò che è successo. Per lui era una sera come tutte le altre: era più il tempo che passava in giro a camminare perché aveva questa ansia per i problemi economici che sentiva come insopportabili”.

Dopo aver concretizzato un timido suicidio per simulare una situazione mentale compromessa, il Maja continua evidentemente a cercare un modo per spuntarla nelle sedi giudiziarie. Ragioniamo sulle parole pronunciate nell’orecchio alla figlia Giulia la sera prima della strage: “scusa”. Un tentativo vigliacco di lavarsi la coscienza e di giustificare a sé stesso l’orribile azione omicidiaria che era consapevole si sarebbe concretizzata per sua mano di lì a poche ore. Perché questi tipi di delitti efferati, posti in essere con quelle modalità, non sono mai frutto di un raptus. Nemmeno quando la storia clinica dell’offender riporta l’esistenza di una qualche patologia psichiatrica. La volontà di distruggere si palesa in maniera progressiva nella mente di questo tipo di soggetti fino ad esplodere nel momento di maggior escalation di frustrazione. Conseguenza inenarrabile di un appiattimento delle risorse individuali necessarie per far fronte alle difficoltà dell’esistenza.

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