A Milano c’è uno degli ultimi trottolai d’Italia, la storia di Luciano Molinari: “Un mio prodotto rivenduto a 480 dollari”

Nel nostro viaggio tra le Botteghe Storiche di Milano e tra i mestieri originali e in via di estinzione, Fanpage.it è incappata in qualcosa di incredibile e di eccezionale che si trova in via Padova al civico 267. Proprio lì, ci ha aperto la porta del suo laboratorio, Luciano Molinari, classe 1961, di professione ebanista e trottolaio. Attrezzi in ogni dove, pezzi di legno in lavorazione, trottole già costruite o da costruire, solo per citare alcune cose. Tanto per darvi un'idea dell’eccezionalità di questo artista del legno e del suo laboratorio, in esso si trovano circa 450 tipi di legno e, stipati in oltre 400 vasetti, suddivisi in 4 cassetti, trucioli di legno, dai profumi incredibili, ricavati dalla lavorazione. E, giusto per sottolineare lo spessore della persona, Luciano Molinari tiene anche lezioni sul legno all'Accademia Santa Giulia di Brescia.

In che cosa consiste la sua attività? Da quanto la pratica?
Tutto parte dalla Brianza dove erano tutti falegnami. A 15 anni, finita la terza media, ero già in bottega a lavorare come dipendente. Nel 1989, dopo varie vicissitudini, tra cui l'apertura, durante il militare, di una falegnameria, mi è venuta l'idea di mettermi in proprio e sono arrivato qui, a Milano. Ho aperto questo laboratorio dove non ho mai avuto problemi di lavoro. Dopo sette anni di collaborazione con il noto Fornasetti, quando ci siamo lasciati, ho cominciato a lavorare il legno massello e ho iniziato con il profumo dei legni.
Ogni legno ha il suo. Ho iniziato a raccogliere legni, che arrivano da tutto il mondo. La mia passione è questa. Ne ho 450 varietà. Consideri che in commercio vi sono 120 varietà e che un falegname, nell'arco della sua vita, ne usa forse un terzo. Nel 2001 mi invitarono all'Artigiano in Fiera e io portai questi 400 vasetti di trucioli, che ho da parte, per far sentire i profumi: è stato un enorme successo. In quell'anno ho chiuso l’attività, anche se sto andando avanti con la ricerca. Poi, ciò che vede qui, è un patrimonio che un domani potrebbe andare perso. Ci tengo anche a dire che in centro, a Milano, vicino al Bosco Verticale, c’è una falegnameria sociale. Una volta al mese, facciamo un corso per sei persone che non hanno mai preso in mano un attrezzo.

E com'è nata l'attività da trottolaio?
È nata 15 anni fa. Sono arrivato a Verona, per una Fiera, e ho visto quello che poi sarebbe stato il mio maestro, Mauro Sarti, che aveva delle trottole fatte con quelli che io considero i miei legni. Erano oggetti meravigliosi. Ho allora cominciato anch'io: dapprima erano un po' grezze, poi mi sono specializzato. Posso dire che sono uno degli ultimi trottolai esistenti in Italia, poiché è un mestiere in estinzione.
Che tipo di clientela ha?
Per la trottola non esiste il cliente tipo, dato che non esiste il negozio che vende le trottole. Diciamo che la trottola, in genere, l’acquista chi vuol fare un regalo. Chiunque può ricevere una trottola. Anche il Papa, per esempio.
Clienti particolari, se ne ricorda?
Particolari no. Può essere davvero chiunque: dalla casalinga all’avvocato. A dir la verità, c’è stato un signore che arrivava dalla Cina e vendeva vino, che si era innamorato delle mie trottole. Prima mandò il suo architetto in avanscoperta. Questi, mentre era qui, ha manifestato la volontà di acquistarne una anche lui. Quando gli dissi il prezzo, ne volle addirittura tre. Chissà cosa si aspettava di pagarle, rispetto a quello che è il prodotto.
Io non guardo il tempo che ci vuole per realizzare una trottola. Deve essere un oggetto che un domani parlerà della cura che ci ho messo per farlo. Questo è importante: non serve la “firma”. La mia trottola si riconosce come quella del mio maestro che è completamente diversa dalla mia, ma riconoscibile proprio come lo è la mia.

Aneddoti particolari?
Una volta andai da un mio amico che costruiva scale. Aveva rispolverato un tornio perché doveva fare dei particolari. Quando mi ha fatto vedere come l’usava, gli dissi: "Non si fa così, il modo corretto è questo…". E gli ho fatto due o tre trottoline per far vedere come si torniva. Dopodiché, lui cominciò a fare trottole. Una sera, arrivato a casa, alla moglie disse: "Guarda che cosa ho fatto". Le fece vedere questa manciata di trottole. Si misero un attimo a giocare sul tavolo.
Ad un certo punto, la moglie disse: "Io vado a dormire, sono stanca”. Lui rispose: ”Io sto qui ancora un po’ a giocare". Passato del tempo, la moglie tornò e disse: "Insomma, vieni a letto. Sono le 3 di notte!". Era rimasto come ipnotizzato dalle trottole. In effetti, la trottola è davvero ipnotica.
Il cliente che ha speso di più?
Questo è curioso. Un tizio, un collezionista, che vive in America, mi comprava le trottole: "Ne ho comprate alcune – disse – vorrei rivenderle in America. Faceva le aste su Facebook. Il tizio che ne ha comprata una da lui e che l’ha pagata di più, era italiano. Ha speso 480 dollari.
Quanto conta la passione in quello che fa?
Il 100 per cento. Ogni tornitore fa la sua trottola. Difficilmente arrivano, però ai miei livelli perché unisco anche l’arte dell’ebanisteria: faccio degli intarsi, lavoro con carte sottilissime, arrivo alla "cinquemila", come tipo di grana. I carrozzieri, tanto per usare un termine di paragone, arrivano, al massimo, alla "duemila".
Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, Luciano Molinari come si sente?
Un po' come l’ultimo dei mohicani. La cosa curiosa è che ho visto delle macchine a controllo numerico fare delle trottole che onestamente sembrano quelle prodotte con la stampante 3D. Non hanno niente a che vedere con le trottole che faccio io. Le mie sono generate da queste mie mani, punto e basta. Sono sempre diverse. Anche perché non sono bravo a copiare le forme. L’unica trottola che replico, perché mi è riuscita abbastanza bene, è una che ho chiamato Magritte, che raffigura il cappello di Magritte. Ci vuole tanta creatività per realizzare una trottola. Teniamo presente che la trottola, probabilmente, è stato il primo gioco a disposizione, anche dei bambini.
Per non disperdere tutto questo patrimonio culturale, di creatività, di arte, cosa ha in mente? Qual è la strada da percorrere?
La strada sarebbe quella di un rilancio dell’artigianalità. Gli artigiani, attualmente, vengono comunque penalizzati in tutti i modi: dalle normative a tutta una serie di obblighi che non permettono più di fare quello che era possibile una volta. Secondo me, il miglior periodo è stato quello del dopoguerra quando ci si arrangiava e ci si inventava un lavoro. In Giappone, una persona come me, verrebbe presa come maestro d’arte. Viene valorizzata e viene ritenuta un patrimonio. Qui si è considerati un limone da spremere. Io, poi, non ho individuato ancora un erede. Sto cercando un discepolo. Magari lo troverò. Ultimamente, mia figlia, che fa altro, sta venendo qui, qualche volta, a tornire, usa gli attrezzi. Chissà.