
Domenica, 8 marzo, è la giornata internazionale della Donna, ricorrenza ufficiale riconosciuta dalle Nazioni Unite per riflettere su temi come la parità e la violenza di genere. Anche se molti la considerano una festività ormai superata, da abolire piuttosto che da celebrare, perché in fin dei conti lo si dovrebbe fare tutti i giorni e non solo una volta all’anno, può essere una occasione per fare il punto sui diritti delle donne nella nostra società, ed anche nel mondo della scuola, e favorire un dibattito su alcuni temi. Come quello del congedo mestruale, cioè della possibilità di restare a casa per due o più giorni al mese per chi soffre, anche in modo non certificato, di dolori forti durante le mestruazioni (la cosiddetta dismenorrea).
Diciamo subito che su questo punto l’Italia è indietro rispetto ad altri paesi europei, non solo per quanto riguarda la scuola ma anche per il settore lavorativo. Anzi, possiamo affermare che questa misura sembra al momento molto più popolare tra i banchi che nelle aziende pubbliche e private, e questo perché non c'è ancora a livello nazionale una norma organica in materia di salute mestruale. Eppure, sono sempre di più gli istituti scolastici che autonomamente hanno adottato in forma sperimentale politiche legate alla dismenorrea.
IL TEMA DEL GIORNO
Congedo mestruale, la scuola dà una lezione di civiltà al mondo imprenditoriale (ma è ancora troppo poco)
Partiamo, infatti, col dire che l’Italia, quando si tratta di diritti delle donne, è quasi sempre un passo indietro rispetto agli altri paesi dell’Unione Europa. Ciò è vero anche per il tema del congedo mestruale. Il primato – in questo caso – spetta alla Spagna che nel 2023 ha introdotto una legge che prevede che le lavoratrici che soffrono di mestruazioni invalidanti abbiano diritto ad un congedo pagato dallo Stato, previa presentazione di un certificato che attesti patologie come l’endometriosi o la dismenorrea severa. In Francia manca una legge nazionale ma ci sono casi significativi come quello dell’Università di Limonges che lo scorso anno ha introdotto un congedo di 10 giorni l’anno per le alunne. E in Italia?
Come abbiamo visto, una legge specifica non c’è. Ma la scuola sembra essere molto più avanti del mondo imprenditoriale grazie ad una serie di esempi vincenti. L’ultimo istituto che ha lanciato il congedo mestruale, a gennaio 2026, è stato il liceo Alessandro Manzoni di Milano, prima era toccato al liceo Quinto Orazio Flacco e all’Istituto Da Vinci-Nitti di Potenza. Altri esempi arrivano anche da Torino e Roma. Ma pioniere in questo senso è stato il liceo Artistico e musicale Nervi Severini di Ravenna. Come funziona? Essendo un permesso giustificato, le assenze non vengono considerate nel calcolo di quelle scolastiche, che per legge non possono superare un quarto delle ore totali di lezione. Per poterne usufruire, le studentesse interessate devono presentare entro i termini stabiliti da ciascun istituto un certificato medico che attesti la diagnosi di dismenorrea. Si tratta di una piccola grande conquista.
Secondo uno studio dell’Ong WeWorld, che si occupa di diritti umani, realizzata insieme a Ipsos, nel 2024 le studentesse italiane hanno perso oltre 6 giorni di scuola all’anno a causa delle mestruazioni, mentre le donne si sono assentate dal lavoro in media 5,6 giorni in un anno. Proprio nei giorni scorsi il tema del congedo mestruale è stato al centro di una mozione presentata in Consiglio regionale in Toscana dal democratico Iacopo Melio, con la quale si chiede l’introduzione di una disciplina sul congedo didattico mestruale nelle istituzioni scolastiche per garantire una tutela strutturata del benessere delle studentesse. Secondo i dati citati da Melio, fino al 52% dell’assenteismo tra i banchi risulta riconducibile alla dismenorrea, che spesso è associata a patologie invalidanti come l’endometriosi e la vulvodinia.
Insomma, dalla scuola arriva a tutta la società italiana una lezione di civiltà ma ancora molto deve essere fatto: dai banchi scolastici il dibattito dovrebbe tornare su quelli del Parlamento per la discussione di una legge che tuteli le donne a tutte le età, come succede già altrove in Europa.
L'APPROFONDIMENTO
Di congedo didattico mestruale si comincia a parlare, non è più un tabù
È vero che il congedo mestruale esiste quasi esclusivamente nelle scuole, ma è anche vero che qualcosa sta iniziando a cambiare, come osserva Laura Onofri, presidente di Senonoraquando? Torino, contatta da Fanpage.it. "Anche nella mia città ci sono scuole superiori che hanno introdotto il congedo didattico mestruale nei loro regolamenti. Ma ci vorrebbero delle direttive nazionali valide in tutto il territorio nazionale. Come ha chiesto anche la mozione presentata lunedì dal consigliere dem toscano Iacopo Melio, che auspica una legge nazionale".
Il tema adesso quantomeno è entrato nel dibattito pubblico, c'è una maggiore attenzione verso il problema. Anche se questa maggiore sensibilizzazione purtroppo non si traduce automaticamente in un'iniziativa istituzionale, in una legge che possa assicurare lo stesso diritto a tutte le donne.
"La dismenorrea è associata anche a patologie molto invalidanti, come l'endometriosi e la vulvodinia. Vorrei ricordare un dato: secondo la Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (Sima), la dismenorrea può essere riconducibile al 52% di assenteismo scolastico tra le adolescenti", ha detto Onofri a Fanpage.it. "Se non viene presa in considerazione, può diventare un fattore discriminante. È un dolore reale, in alcuni casi può impedire lo svolgimento delle normali attività quotidiane. Qualche azienda si è già mossa per riconoscere questo diritto, ma sono eccezioni. Probabilmente perché si continua a sottovalutare l'impatto che questo problema può avere. Basti pensare ai giorni di frequenza obbligatori previsti per esempio per alcuni corsi universitari o master. A scuola un'assenza frequente di alcuni giorni ogni mese, senza una giustificazione, potrebbe incidere negativamente sulla valutazione. Un congedo vero e proprio invece metterebbe al riparo da penalizzazioni legate alla validità dell'anno scolastico. È mancata fino ad ora la consapevolezza, anche da parte del mondo delle associazioni femministe. ".
Sicuramente dalle scuole arriva una lezione preziosa, in vista dell'8 marzo: si può fare pressione dal basso sulla politica (grazie anche all'autonomia scolastica) per eliminare le disparità di genere, che continuano a rappresentare un ostacolo quotidiano per una grossa fetta di popolazione. Ma la risposta dei singoli istituti può arrivare fino a un certo punto, poi dovrebbe entrare in gioco una normativa nazionale, per uniformare le variegate realtà e assicurare lo stesso diritto a lavoratrici e studentesse, in caso di dismenorrea severa. Il tentativo in Parlamento è stato fatto varie volte con diverse proposte di legge, ma nessuna di queste ha avuto successo. Risulta almeno un testo del Pd, presentato da Marco Furfaro nel 2023, un altro a firma di Elisabetta Piccolotti (Avs) dello stesso anno, che giace in commissione Affari sociali, in attesa dell'esame. Ci sono già nel mondo esempi virtuosi: la Spagna è stato il primo Paese europeo a introdurre un congedo mestruale retribuito per le lavoratrici; in Giappone una legge esiste addirittura dal 1947 (anche se viene poco utilizzata, per paura di subire pressioni al lavoro).
"Al Comune di Torino per esempio è stato attivato l'Osservatorio sulla Salute delle Donne, dove c'è un gruppo che si occupa proprio di queste patologie invalidanti per le donne, dismenorrea, endometriosi e vulvodinia. Qualcosa si muove. Non è una mera questione di principio, ma si tratta di un cambiamento che potrebbe portare sollievo a tante ragazze. Il primo passo è riconoscere l'esistenza della malattia", ha sottolineato Onofri. Ci auguriamo che questo 8 marzo possa essere l'avvio per una svolta concreta e non solo un inutile e verboso elenco di buoni propositi.
A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi