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Si fa presto a parlare di lavoretti estivi per i ragazzi, molto più difficile poi è assicurare a quegli stessi ragazzi tutele lavorative e  diritti. Tre mesi di riposo per gli adolescenti sono davvero eccessivi secondo qualcuno. Un periodo di vacanza così lungo potrebbe essere impiegato meglio, magari lavorando. Ne è convinto ad esempio l'ex generale Vannacci, che negli ultimi giorni ha lanciato la proposta di reintrodurre il libretto di lavoro a partire dai 14 anni, anche per velocizzare i tempi per la pensione. "Dare la possibilità a chi ha compiuto 14 anni di poter lavorare, chiaramente non in miniera, ma lavori che facevamo in tantissimi venti, trenta, quaranta anni fa e che devono essere in connubio con l'attività di apprendimento", sostiene Vannacci. Praticamente l'idea è incentivare il lavoro minorile e dare una lezione agli adolescenti ‘fannulloni'.

In Italia in questo momento non è possibile lavorare con un regolare contratto a 14 anni. L'età minima legale per l'accesso al lavoro è fissata a 16 anni, terminato il periodo di istruzione obbligatoria. Per l'eurodeputato e leader di Futuro Nazionale, però, sarebbe educativo e formativo un periodo di lavoro per gli adolescenti, su base volontaria, anche dai 14 anni in su. Ma è credibile il quadro raccontato da Vannacci oppure la narrazione sullo "studente nullafacente" è solo uno stereotipo culturale e mediatico? Facendo lavorare i giovanissimi, secondo noi, il rischio è che si possa innescare ancora di più una spirale di sfruttamento al ribasso, visto che un datore di lavoro potrebbe trovare sempre più vantaggioso offrire un lavoretto stagionale a uno studente senza esperienza, mal pagato, piuttosto che assumere un lavoratore già formato, che pretenderà un salario più alto.

Il TEMA DEL GIORNO

Gli studenti non sono fannulloni, come dice Vannacci: uno su due già lavora dalle superiori (spesso senza tutele)

Aiuto cuoco, cameriere, garzone. Sono alcuni dei lavoretti menzionati da Roberto Vannacci nelle sue ultime uscite pubbliche, in cui ha anticipato una delle proposte su cui punterà per la prossima campagna elettorale, cioè dare un'occupazione agli studenti che vogliono lavorare già dai 14 anni in su.

"Oggi – è il ragionamento – lo studente medio ha tre mesi di vacanza durante i quali potrebbe tranquillamente dare una mano alla bottega dei genitori, fare il cameriere, fare l'aiuto bagnino, fare l'aiuto cuoco, fare una enormità di attività che non solo gli consentirebbero di guadagnare qualcosa ma anche di cominciare più presto a contribuire per la propria pensione. Ci lamentiamo che andiamo in pensione troppo tardi ma se si inizia a contribuire prima si accorciano questi tempi". A questo punto bisognerebbe porsi una domanda: come li impiegano davvero questi tre mesi di stop dalla scuola gli adolescenti? Vannacci forse non sa che il numero di studenti-lavoratori è più alto di quanto si pensi.

Dati ufficiali non ce ne sono, perché spesso parliamo di lavoretti ‘in nero', con accordi stipulati direttamente dai ragazzi con i datori di lavoro, senza passare dai canali tradizionali. Ma secondo le percentuali dell'Osservatorio ‘Dopo il Diploma', realizzato dal Centro Nazionale di ELIS in collaborazione con Skuola.net, più della metà degli studenti italiani non rimane sul divano una volta terminate le lezioni a giugno. C'è chi fa il cameriere stagionale o fa l'istruttore di palestra. Oppure c'è chi si cimenta nel campo dell'economia digitale. L'indagine si basa sulle dichiarazioni dei diretti interessati, un campione di 1500 alunni delle scuole superiori italiane: il 34,5% lavora nei periodi in cui la scuola è chiusa; mentre il 20,6% svolge un lavoretto continuativo durante tutto l'anno scolastico. Solo il 44,9% ammette di non lavorare.

Per quanto riguarda le attività prescelte, l'87,2% di chi lavora sceglie professioni tradizionali. Un altro 12,8% invece guadagna qualcosa dalle nuove professioni digitali: parliamo di E-commerce, influencer marketing, settori in cui i ragazzi racimolano soldi facendo i creator o gli youtuber. Un altro campo è quello dell'informazione online, dove i giovani si propongono come blogger o editor. E non ultimo c'è il mondo degli eSport e del Gaming, che può essere anche molto redditizio. Una parte di questi studenti magari lavora in modo legale, ma c'è sicuramente una fetta che si dà da fare per gonfiare la propria ‘paghetta' in nero, come chi offre un servizio di babysitter o dà ripetizioni.

Prima di aprire il mercato del lavoro ai giovanissimi bisognerebbe innanzi tutto stabilire regole chiare e salari dignitosi per tutti. E soprattutto smettere di descriverli con paternalismo come pigri perdigiorno, visto che già alle superiori 1 su 2 prova a darsi da fare, in un mondo del lavoro interessato il più delle volte a massimizzare il profitto e non a valorizzare le persone.

L'APPROFONDIMENTO

Fracassi (Flc Cgil): "Idea di Vannacci da paese del terzo mondo. La scuola? Si deve investire sui servizi alle famiglie"

La questione è molto più complessa di quanto possa sembrare. "Quella di Vannacci è un'idea degli anni Cinquanta, selettiva del sistema di istruzione, e purtroppo, come dire, neanche funzionale a quello che è il mondo del lavoro", ha commentato a Fanpage.it Gianna Fracassi, segretaria generale della Flc Cgil, secondo cui mandare a lavorare i 14enni durante il periodo estivo sarebbe una misura che "ci porta direttamente nella direzione di paesi del terzo mondo, dove si contrasta il lavoro minorile".

Il tema si intreccia a quello della pausa estiva scolastica: come abbiamo già visto in un numero precedente di questa newsletter, molti considerano le 12 settimane di stop delle lezioni in Italia un problema, sia per i genitori che lavorano sia proprio per i ragazzi che molto spesso vengono lasciati a loro stessi. Da qui anche la proposta di Vannacci. Ma, anche in questo senso, la questione è complessa.

"Per quanto riguarda la pausa estiva – ha spiegato Fracassi -, segnalo che noi abbiamo prima di tutto un calendario scolastico che non prevede delle pause durante l'anno, e anche su questo bisognerebbe verificare quello che accade negli altri paesi. Noi ovviamente abbiamo la pausa durante i mesi estivi. Banalmente, credo che siamo tutti testimoni, oggi a maggior ragione, del motivo per cui sia così. Non è un caso che ci si ferma nei mesi di luglio e di agosto".

Per Fracassi, il problema non è dunque la chiusura delle scuole. "Una cosa è la scuola, cioè le lezioni, e non è vero che noi abbiamo un calendario scolastico più breve degli altri paesi. Altra cosa, ma è proprio un altro tema, è il supporto alle famiglie durante i mesi estivi. Sono due questioni diverse, perché a scuola non si fa babysitteraggio, a scuola si insegna. Non chiudere gli istituti vorrebbe dire allungare l'orario e i periodi di lezione. Per quanto riguarda i servizi alle famiglie, questi ultimi vanno ovviamente potenziati, magari dando più risorse agli enti locali, che possono migliorare tutti quei servizi accessori che proprio per carenza di risorse sono venuti meno. Ma – ribadisco – sono due questioni diverse", ha concluso.

A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi

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