
In tv, radio e ovviamente piattaforme social non si fa altro che parlare – ancora – delle dichiarazioni sulla cultura "in vendita come al supermercato" rilasciate in un podcast da Vincenzo Schettini, professore di chimica e fisica che fa anche divulgazione in rete tramite il suo canale "La fisica che ci piace" che solo su Instagram conta oltre 3,4 milioni di follower.
Mentre continua lo scontro tra chi lo difende a spada tratta e chi – anche tra i suoi studenti – lo accusa di fare lezione solo per aumentare le visualizzazioni dei suoi video, il dibattito si è allargato: esiste infatti un fenomeno ben più ampio e in crescita, quello dei cosiddetti Teach Tokers, neologismo nato dalla fusione delle parole "teach" (insegnare) e "toker" (richiamando gli influencer su Tik Tok). Si tratta di docenti della scuola pubblica che sbarcano sulle principali piattaforme social creandone un modello di business, molto spesso facendo anche collaborazioni con aziende private, che stanno cambiando il modo di fare istruzione. Ma quanto fa bene tutto questo ai ragazzi?
IL TEMA DEL GIORNO
La carica dei Teach Tokers, i docenti influencer che hanno creato un nuovo modello di business (lontano dalla scuola pubblica)
Proviamo, allora, a raccontare questo fenomeno. In Italia, infatti, non esiste solo Vincenzo Schettini. Ci sono tanti altri prof che attraverso i loro canali social fanno divulgazione e in alcuni casi anche lezione: pensiamo ad esempio a Maestro Gabriele (oltre 166mila follower solo su Instagram), oppure alla Prof Barbella, che di seguaci ne ha più di 78mila, e a Sandro Marenco, professore di inglese e tedesco, al primo posto della classifica italiana dell'Osservatorio Alkemy-Il Sole 24 Ore, dedicata agli insegnanti diventati famosi online, nel 2024.
Scorrendo i loro profili, si trova di tutto: consigli per i colleghi, immagini e filmati che li ritraggono con i propri studenti, collaborazioni con aziende private, consulenze per i genitori. Parola d'ordine: comunicazione, più che istruzione, come vogliono le rigide regole del marketing.
I primi docenti influencer sono nati negli Stati Uniti ma il trend si è ben presto allargato anche al nostro Paese, complice soprattutto la pandemia di Covid-19, durante la quale molti insegnanti hanno cominciato a usare gli strumenti della rete per poter fare lezione. Ed alcuni, meglio di altri, sono riusciti a farne addirittura un modello di business. Negli USA – secondo quanto riportato da Agenda Digitale già nel 2022 – un Teach Toker arriva a guadagnare fino a 500 dollari per ogni post pubblicato. Figurarsi ora.
Chiamati in causa, i Teach Tokers si difendono. "Il mio non è spettacolo, è ludodidattica", aveva dichiarato Prof Barbella in una intervista a La Stampa qualche mese fa. Eppure, molti colleghi storcono il naso (e non solo loro). Lo si capisce anche dai commenti alla nostra newsletter della scorsa settimana dedicata alle dichiarazioni di Schettini sulla cultura: "L'insegnamento non è divulgazione sui social, parlate ai ragazzi e non a un video. Questo è insegnare", ha scritto Giacomo. "La scuola non è solo ascoltare uno che parla, ma è soprattutto rapporto umano, stare assieme. Diffidate da chi vi propone una vita tutta online", è stato invece il messaggio di Luca. Vengono accusati di fare personal branding piuttosto che educare gli studenti. Nei mesi scorsi è stato già chiesto l'intervento del ministro Valditara per regolare la materia con regole ben precise. Ma su questo punto il dicastero di Viale Trastevere non si è ancora espresso.
L'APPROFONDIMENTO
Se il vecchio insegnante diventa un docente-star i suoi studenti cosa ci guadagnano?
Ma cosa c’è che non va nella moda degli insegnanti che promuovono i loro contenuti sui social? Si potrebbe obiettare che un’attività aggiuntiva rispetto a quella svolta nelle ore di scuola non sarebbe incompatibile con l’incarico di docente. Se un insegnante viene pagato poco (appena 1.350-1.400 netti al mese se neoassunto) per le sue ore in classe, perché non potrebbe cercare di guadagnare di più “vendendo” e promuovendo la sua immagine sui social con lezioni online, come del resto fanno altri professionisti per arrotondare lo stipendio? Sicuramente una prima considerazione da fare è che se il governo valorizzasse maggiormente questa categoria di lavoratori, forse il dibattito che si è acceso nelle ultime settimane a partire dalle dichiarazioni – o provocazioni – di Schettini sulla possibile trasformazione della cultura in prodotto da acquistare, nemmeno esisterebbe. L’impoverimento della categoria, il cui stipendio ha subito un calo del potere d’acquisto, è un fatto ineludibile e al momento ineluttabile. Però le basse retribuzioni non spiegano da sole un fenomeno che è figlio anche del narcisismo digitale, vera cifra di quest'epoca.
Il punto è che questi docenti, che si fanno imprenditori in rete monetizzando la propria immagine, spesso usano anche le interazioni in classe con i propri studenti per creare reel virali, registrando in presa diretta le lezioni, che dunque risulteranno inevitabilmente meno spontanee: se i dialoghi con i ragazzi servono ad arricchire il contenuto che finisce online, significa che gli studenti (anche se non vengono ripresi in viso) contribuiscono alla realizzazione dei video, finendo con il fare da spalla al protagonista principale, il loro insegnante. Ma questo ruolo di comprimari, a supporto del docente-star, ha per loro una funzione educativa? Probabilmente no, e la nostra idea è che abbia l'unico ed esclusivo scopo di tramutare gli insegnanti in influencer sui social media. Anche se le famiglie dessero il loro consenso, o i dirigenti scolastici dessero l'autorizzazione, resterebbe il fatto che degli studenti minorenni, che dovrebbero essere messi al centro dai loro insegnanti, passerebbero in secondo piano, quasi sullo sfondo. Con un cortocircuito evidente: prima sanzioniamo i ragazzi perché stanno incollati agli schermi dei cellulari, e poi mettiamo una barriera tra loro e quello che dovrebbe essere il loro più importante punto di riferimento a scuola, in certi casi persino l'unico al di fuori delle famiglie. Il rischio di una confusione dei ruoli è dietro l'angolo.
Forse parlare di "piaga" dei Teach Tokers, come ha scritto qualche opinionista, è eccessivo. Ma certamente non si può far finta di nulla se un docente, che percepisce uno stipendio da dipendente pubblico, in quelle stesse ore in cui viene pagato dallo Stato per lavorare in classe si industria per sfruttare al massimo l'ambiente scolastico e gli alunni che a lui sono affidati. Non stiamo dicendo che bisogna mettere un freno al fenomeno da un punto di vista normativo, nessuno vuole bloccare l'attività di content creator di questi insegnanti – tra l'altro molto seguiti anche da loro colleghi – che possono continuare a fare divulgazione online nel loro tempo libero (magari senza obbligare i propri studenti a seguire le loro live). Ma se crediamo ancora nella scuola pubblica è importante fissare dei paletti, per non svilirla. Se la si trasforma in un mero mezzo per attirare sponsor e brand, la sua missione rischia di essere definitivamente svuotata: da strumento per abbattere le diseguaglianze attraverso la cultura a privilegio per pochi purtroppo il passo è sempre più breve.
A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi