
Il governo lancia accuse contro i "nemici dell'Italia"che manifestano contro le Olimpiadi invernali e contemporaneamente, sfruttando la scia delle polemiche per gli scontri alle manifestazioni di Torino e Milano, vara il decreto Sicurezza, un insieme di norme urgenti, immediatamente in vigore, per contrastare anche il fenomeno delle baby gang e della violenza giovanile.
Tra le norme che riguardano direttamente i ragazzi che vanno a scuola, ci sono il divieto di vendita ai minori di strumenti da punta e taglio, anche tramite piattaforme elettroniche, e il daspo urbano esteso ai minori sopra i 14 anni. Misure che vanno lette insieme alla circolare che autorizza i metal detector nelle scuole. Per capire la portata e le conseguenze di questo provvedimento abbiamo intervistato per la newsletter di oggi i presidi, che insieme ai docenti hanno in mano il termometro della situazione. E abbiamo chiesto un parere ad Irene Manzi, deputata e responsabile nazionale scuola del Pd.
IL TEMA DEL GIORNO
Irene Manzi (Pd): "Le misure del decreto Sicurezza sugli adolescenti violenti sono una scorciatoia politica"

La deputata Irene Manzi (Pd) è tra coloro che pur accogliendo con favore l'arrivo di un servizio digitale di sostegno psicologico per gli studenti, la nuova app AscoltaMi, pensato per i ragazzi dell’ultimo anno delle medie e del primo biennio delle superiori, trova insufficiente la strategia del ministero dell'Istruzione. Per il Pd, spiega Manzi a Fanpage.it, occorre invece uno sportello psicologico integrato nella comunità scolastica.
Onorevole, con il decreto Sicurezza il governo ha emanato alcune misure rivolte al mondo degli adolescenti. C’è davvero bisogno di intervenire con una legge urgente per combattere la microcriminalità e aumentare la percezione di sicurezza nelle scuole?
Non credo che sia giusto né utile affrontare il tema della sicurezza nelle scuole e tra gli adolescenti con strumenti emergenziali o episodici. Si insegue la cronaca con un atteggiamento repressivo ma non ci si interroga sulle cause. E su come prevenire il problema.
Le misure contenute nel decreto Sicurezza, dal divieto di vendita di strumenti da punta e taglio (che voglio ricordare sono oggetto di una proposta di legge presentata mesi fa dal Partito Democratico ed ignorata fino ad ora dal governo), alle sanzioni economiche a carico delle famiglie, fino all’estensione del daspo urbano ai minori e all’uso dei metal detector nelle scuole, danno l’idea di una risposta rapida, ma rischiano di essere una scorciatoia politica che non affronta le cause reali del problema. La microcriminalità giovanile e il disagio adolescenziale non nascono nel vuoto. Sono spesso il risultato di fragilità sociali, educative e relazionali che si accumulano nel tempo. Pensare di risolverle principalmente o soltanto attraverso la repressione o il controllo significa intervenire sugli effetti, non sulle radici. Punire può essere necessario in alcuni casi, ma punire da solo non basta e non può diventare l’unico orizzonte. La scuola è e deve restare uno spazio educativo, di crescita, di costruzione delle relazioni. Una visione fondata solo sugli strumenti securitari rinuncia a educare. Io credo invece che la strada maestra sia un’altra: la prevenzione.
Sono necessari ascolto e dialogo. Eppure l’idea sembra essere quella di garantire il supporto psicologico tramite una app. È sicuramente un segnale di attenzione verso i ragazzi dare un voucher per cinque incontri della durata di 60 minuti ciascuno. Ma uno strumento digitale può sostituire del tutto la figura di uno psicologo integrato nella vita scolastica?
Finalmente – come annunciato dal ministro Valditara – si avvia un servizio di sostegno psicologico per gli studenti. Questo avviene grazie alla battaglia portata avanti dal Partito Democratico e all’emendamento approvato alla legge di bilancio dello scorso anno su nostra iniziativa e con le risorse messe a disposizione dal nostro gruppo parlamentare. Sono quelle risorse che ora vengono utilizzate per attivare la app. È un primissimo, significativo, passo. Ma non possiamo accontentarci perché quella annunciata dal ministro è ancora una risposta parziale ed insufficiente rispetto ai bisogni reali delle ragazze e dei ragazzi. Rispetto alla comunità scolastica non è sufficiente una semplice app di supporto psicologico. La scuola è una comunità educativa viva e complessa. Per questo lo psicologo deve farne parte in presenza, essere riconoscibile, accessibile, integrato nel contesto scolastico. Pensare di rispondere al disagio giovanile solo con uno strumento digitale significa non cogliere fino in fondo la natura del problema. Uno psicologo presente a scuola può fare molto di più: attività di gruppo, prevenzione, lavoro all’interno delle classi, consulenza a docenti e personale scolastico, supporto alle famiglie, accompagnamento continuo degli studenti. Sono attività che si sono realizzate in passato, ad esempio, grazie agli strumenti messi in campo nel 2020 dal protocollo d’intesa tra ministero dell’Istruzione e Ordine degli psicologi. Esperienze che andrebbero recuperate e valorizzate perché rappresentano dimensioni comunitarie che una app può affiancare ma non sostituire. Per noi questo resta l’obiettivo: uno sportello psicologico strutturalmente inserito nella comunità scolastica- integrato in un team multidisciplinare di educatori, pedagogisti, mediatori culturali- come presidio educativo e di benessere, non come intervento emergenziale. Su questo siamo pronti a collaborare insieme alla maggioranza, come fatto con la legge di bilancio 2025.
Si continua a intervenire sugli effetti e non sulle cause profonde del disagio e della violenza giovanile. Quali saranno le conseguenze secondo lei?
Se continuiamo ad affrontare la violenza giovanile e il disagio adolescenziale solo attraverso interventi punitivi o misure repressive, senza guardare alle cause profonde, rischiamo di generare più effetti collaterali che soluzioni reali. Partiamo da un punto fondamentale: i comportamenti violenti non sono quasi mai improvvisi o isolati. Secondo gli psicologi, l’aggressività dei giovani spesso emerge come espressione di un disagio non riconosciuto e non elaborato, intrecciato con fragilità emotive, isolamento, difficoltà nella gestione delle relazioni e senso di inadeguatezza. Senza strumenti per regolare emozioni e frustrazioni, l’aggressività può diventare il modo più immediato per esprimere sofferenza o per attirare attenzione su un bisogno non soddisfatto.
In una situazione del genere, la semplice repressione rischia di spingere il problema “sotto la superficie”, senza interrompere o comprendere le dinamiche che lo alimentano. La conseguenza concreta potrebbe essere un aumento delle forme di disagio non visibili, con ragazzi che, non trovando spazio per esprimersi e chiedere aiuto, finiscono per manifestare comportamenti a rischio, isolamento sociale o difficoltà psicologiche più gravi.
Da questo punto di vista, come sottolineo spesso, gli interventi spot e le soluzioni simboliche non producono cambiamenti strutturali. Se non investiamo su prevenzione, educazione all’affettività, ascolto e accompagnamento educativo, continuiamo ad affrontare i sintomi, non le cause profonde e non favoriamo percorsi di responsabilizzazione e crescita. Gli esperti ci ricordano che prevenire significa intervenire prima che i segnali di disagio si cristallizzino in comportamenti violenti o devianza persistente. Per farlo è necessario promuovere contesti sicuri di ascolto, supporto emotivo e relazione, non solo terapie individuali quando il problema è già conclamato, ma interventi diffusi nelle scuole, nei servizi territoriali e nelle comunità educanti, a supporto di studenti e famiglie.
Abbiamo bisogno di una strategia educativa e di prevenzione strutturale, che metta al centro la scuola come luogo di ascolto e crescita, rafforzi la comunità educante e garantisca supporti psicologici e sociali accessibili fin dalle prime fasi del disagio. Solo così possiamo sperare di ridurre efficacemente la violenza giovanile e costruire percorsi di benessere e responsabilità condivisa.
Molti giovani però, stando a un sondaggio condotto da Skuola.net, sarebbero d’accordo con la stretta (l’84% degli intervistati), stanchi di vedere bulli e baby gang impuniti. Le sembra un punto su cui riflettere?
Certo il dato che emerge dall’ultimo sondaggio di Skuola.net è significativo e merita una riflessione profonda: l’84% dei giovani intervistati dichiara di essere d’accordo con misure più stringenti come risposta alla violenza e alla microcriminalità, e una quota importante guarda con favore anche a strumenti come i metal detector nella scuola. Questo non va ignorato. Indica che una parte consistente delle ragazze e dei ragazzi vive la scuola e l’ambiente che la circonda con una percezione di rischio reale: non è un’impressione astratta, ma una sensazione legata a episodi di tensione, aggressioni o paura di conflitti. Tuttavia, i numeri raccontano una realtà più complessa di quanto non emerga da una prima lettura superficiale. Infatti, pur dichiarandosi favorevoli a misure di controllo, gli studenti stessi non vedono queste soluzioni come una “cura” dei problemi.
Cosa succederà con l'introduzione dei metal detector nelle scuole?
Sulla questione dei metal detector, ad esempio, solo una minoranza, circa un quinto, ritiene che la loro presenza li farebbe sentire davvero più protetti e tranquilli; molti, invece, temono che strumenti come questi possano aumentare la tensione, generare ansia o minare i rapporti di fiducia con l’istituzione scolastica. Questa ambivalenza non è sorprendente: anche la ricerca internazionale indica che misure visibili di sicurezza, come i metal detector, non necessariamente migliorano la sicurezza effettiva e possono avere effetti collaterali sul benessere psicologico degli studenti. In questo senso, credo che i dati degli studenti ci offrano più di una semplice risposta numerica: essi ci dicono cosa i giovani sentono come mancante, non solo ciò che temono. E qui emerge un’altra parte importante del sondaggio di Skuola.net: molti ragazzi stessi indicano come priorità investimenti in educazione alla gestione delle emozioni, corsi su legalità e affettività, supporto psicologico e spazi di ascolto, strumenti che agiscono sulle cause del disagio più che sull’effetto immediato. Questa doppia lettura è fondamentale per chi vuole fare politiche serie e non spot propagandistici per qualche apertura giornalistica: non si tratta di ignorare la percezione di insicurezza, ma di non confondere strumenti di emergenza con strategie strutturali di prevenzione. I giovani ci dicono chiaramente che percepiscono il problema, ma che non basterebbero solo metal detector e controlli per affrontarlo.
L'APPROFONDIMENTO
Via libera ai Metal detector a scuola, Giannelli (ANP): "Presidi favorevoli, anche se non risolvono il problema della violenza giovanile"

Chi è d'accordo con le misure contenute nella circolare congiunta, sottoscritta dal ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara, e da quello dell'Interno, Matteo Piantedosi, che introduce nuove norme di "prevenzione e contrasto dell'illegalità nelle scuole", è l'ANP, l'associazione nazionale presidi. Tra le misure previste, la possibilità di installare metal detector mobili negli istituti più a rischio. "Credo che sia una misura che serve da tampone a situazioni specifiche. Che poi si debba prestare attenzione al rispetto per gli altri è pacifico", ci ha detto il presidente Antonello Giannelli.
Dott. Giannelli, cosa ne pensa delle misure contenute nella circolare sulla sicurezza, in particolare quella relativa all'installazione del metal detector?
Riteniamo che sia uno strumento utile in certe situazioni specifiche, senza generalizzare. È più che altro un invito alle prefetture a collaborare con le scuole qualora si ritenesse sussistente un rischio concreto di porto o utilizzo di coltelli o altre armi. In questo caso, la scuola chiederebbe di valutare la situazione e insieme alle forze di polizia si potrebbe pensare di installare metal detector portatili, che verrebbero gestiti dalle forze dell’ordine.
Dunque, il suo è un parere favorevole?
Sì, è uno strumento in più e ben venga. Ovviamente non risolve tutti i problemi della violenza giovanile, ma quelli sono di più ampio respiro e come spesso ho detto, se noi educhiamo i ragazzi immergendoli in tante serie tv che parlano di violenza e propongono come modelli positivi dei malviventi che non esitano a ricorrere alla forza e alle armi per far valere le loro ragioni, non possiamo lamentarci che poi possano pensare che sia normale comportarsi in questo modo e pretendere che la scuola corra ai ripari e faccia chissà cosa, quando tutto il resto della società va in un’altra direzione. Non è molto logico e coerente.
Con queste nuove misure viene rafforzato il ruolo dei prefetti ma anche dei dirigenti scolastici…
La responsabilità dei dirigenti è già chiara da tempo, questa direttiva non aggiunge responsabilità, ma ribadisco che ci dà uno strumento in più. Il dirigente ha un ruolo a tutto campo che va esercitato in maniera differente a seconda del contesto. In alcuni casi i metal detector già ci sono, come nel caso di Caivano, nel Napoletano, ma in altri non si avrà questa necessità.
Con l'inasprimento anche di norme disciplinari, pensiamo al 6 in condotta e alle ripercussioni sull'esame di Maturità, lei crede che la situazione violenza sia cambiata in Italia?
Servono statistiche che non abbiamo. Gli episodi c’erano l’anno scorso come oggi, solo il tempo potrà dirci se effettivamente c’è un trend in diminuzione da quando sono entrare in vigore le norme più rigide in maniera disciplinare. Ma con meno di 6 in condotta si veniva bocciati anche prima, ora cambia l’obbligo di presentare l’elaborato relativo all’educazione civica per rafforzare una riflessione degli studenti su queste tematiche. La violenza va bandita nelle scuole, ma si tratta di questioni distinte, agire su singoli episodi e provvedere all'educazione civica dei ragazzi.
A tal proposito, non crede che si debba agire preventivamente per evitare certi episodi, come la morte dello studente a La Spezia, accoltellato da un compagno durante l'ora di lezione, e non attraverso strumenti come i metal detector?
Le scuole già lo fanno, tutto l’insegnamento si basa sulla non violenza e il rispetto degli altri. È connaturato con l’insegnamento e lo studio della cultura dell’umanità. Il metal detector è una misura che serve come tampone ad una situazione specifica, poi che si debba prestare attenzione al rispetto per gli altri è pacifico ed è stato rafforzato anche come disciplina specifica.
L'EVIDENIZATORE
Lo sapevi che esiste una iniziativa sperimentale del Ministero dell'Istruzione e del Merito, aperta alle scuole primarie e secondarie, che si chiama "I Nuovi Giochi della Gioventù 2025/2026"? Il progetto promuove sport e valori educativi, con fasi regionali e una finale nazionale prevista per maggio 2026 e chiunque voglia iscriversi può farlo online entro il 25 febbraio. Un modo, in pratica, per far capire agli studenti più giovani l'importanza dello sport e del movimento fisico.
Ebbene, non è tutto oro quel che luccica. Ed anzi contro questa iniziativa alcuni sindacati hanno puntato il dito. Come nel caso della Gilda degli Insegnanti. "Piuttosto che finanziare le scuole prevedendo anche il mantenimento dei docenti di scienze motorie per incentivare e coinvolgere i ragazzi all’attività sportiva, si incentivano iniziative che apriranno collaborazioni con enti privati e che metteranno ancora di più in difficoltà gli istituti scolastici ed a rischio lo svolgimento degli stessi Giochi della Gioventù", ha commentato il coordinatore nazionale, Vito Carlo Castellana.
"Inoltre – sottolinea sempre Castellana – anche i più recenti regolamenti attuativi dei nuovi Giochi della Gioventù rischiano di creare ulteriori ostacoli alle scuole che vorranno comunque parteciparvi, prevedendo una serie di nuove categorizzazioni, di limiti alla partecipazione alle fasi successive a quelle d’istituto, di modalità partecipative differenti tra gli sport di squadra e quelli individuali, che di fatto creano ulteriori disparità di occasioni sportive per gli alunni, anche all’interno delle singole scuole". E tu che ne pensi? Credi che questa iniziativa sia effettivamente utile?
A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi