
In Europa il 48% degli studenti intervistati dall'ultimo sondaggio realizzato da GoStudent lega la propria autostima ai voti. E in Italia non va meglio: il 46% del campione considerato viene colpito da questa pressione, che può avere spesso un impatto psicofisico rilevante, tanto che anche i genitori sono preoccupati. Nell'ambito della stessa rilevazione l'80% delle mamme e dei papà intervistati ammettono che i propri figli mostrano segni di stress legato alla scuola. Ma cosa succederebbe se non ci fossero più voti? O meglio, apprendimento e ansia potrebbero migliorare se si cambiasse metodo di valutazione?
IL TEMA DEL GIORNO
A scuola senza voti: le sperimentazioni in Italia e all'estero e i risultati che fanno riflettere
Quello sull'utilità dei voti nel sistema scolastico è diventato un tema di dibattito ormai da tempo nel nostro Paese. La normativa italiana prevede l'obbligo del voto numerico solo nella pagella finale, ma nella prassi quotidiana la valutazione aritmetica è dominante. Negli ultimi anni, però, sono partite sperimentazioni che prevedono l'abolizione del voto, sia alle primarie che alle secondarie, sulla falsariga di quanto succede all'estero, dove a essere premiato è più il percorso che non il risultato.
Qualche esempio? In Finlandia fino ai 13 anni gli studenti non ricevono voti e non possono essere bocciati, con la conseguenza che secondo un'indagine OCSE-PISA del 2018 i giovani finlandesi ottengono risultati tra i migliori in Europa in lettura, matematica e scienze. Un modello simile c'è in Svezia, dove non ci sono voti fino ai 12 anni d'età. Negli Stati Uniti sono in corso varie sperimentazioni, come quella alla Middle School 442 di Brooklyn (New York), dove, dopo l’introduzione del metodo "gradeless", la percentuale di studenti con buoni risultati in inglese è salita dal 7% al 29% in due anni.
In Italia da quest'anno all'interno della Fondazione Licei San Benedetto di Piacenza è nata la prima scuola media italiana senza voto interamente ispirata al metodo di Daniele Novara, fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (CPP). Qui si è detto addio al sistema dei voti, a favore di un approccio più centrato su laboratori, cooperazione e apprendimento. Anche al Liceo Buonarroti di Pisa è stato avviato, sempre quest'anno, il progetto "Oltre il voto", che coinvolge due classi prime in un percorso valutativo alternativo. Il Liceo Scientifico Cannizzaro di Palermo ha avviato una sperimentazione in collaborazione con l’Università di Palermo, formando docenti per adottare una valutazione narrativa al posto dei voti numerici.
Ma non tutte le esperienze in questo senso sono state positive. A Roma il Liceo Morgagni nel 2016 aveva fatto partire una sezione sperimentale senza voti, diventata indirizzo ufficiale nel 2019 e poi sospesa nel 2023 per decisione del collegio dei docenti, perché – si legge in un articolo del Corriere della Sera di tre anni fa – "il successo dell’iniziativa ha irritato i docenti che non ne erano parte. Sono anni che c’è questo conflitto".
Richieste in questo senso sono arrivate anche dagli studenti negli scorsi mesi. La Rete Studenti Medi del Lazio ha rivolto un appello direttamente al ministro Valditara, chiedendo di abolire la valutazione numerica, sostituendola con una descrittiva, per eliminare inutili pressioni sugli studenti, oltre a rendere la didattica più personalizzata, ed eliminando prima di tutto le classi pollaio.
L'APPROFONDIMENTO
Non voti ma valutazione educativa, futuro della scuola o utopia? Raimo: "Le maggiori resistenze arrivano dai docenti"
Una scuola senza voti – dunque – può davvero funzionare e far migliorare la vita degli studenti?. Lo abbiamo chiesto a Christian Raimo, docente di filosofia e storia in un liceo romano, scrittore, collaboratore di una serie di quotidiani nazionali e consulente scientifico di Treccani.
Per Raimo ci sono tre tipi di questione. La prima è didattica: "Noi spesso confondiamo il voto con la valutazione come se fossero sinonimi, ma di fatto non lo sono. Mettere dei voti non è detto che sia il miglior modo con cui valutiamo l'efficacia dell'apprendimento. A volte è il peggiore, perché non ci dà tante informazioni e perché crea una sorta di classifica tra chi è bravo e chi non lo è. Questo non facilita l'apprendimento, anzi spesso favorisce una dimensione di stress o mancanza di autostima. Per questo, ormai da tempo, la pedagogia democratica pensa che sarebbe meglio proseguire con una valutazione descrittiva piuttosto che con quella sintetica, soprattutto in itinere. Nel senso che ci potrebbe essere alla fine dell'anno un voto riassuntivo ma nel corso dei mesi si può pensare di valutare senza voti".
La seconda questione è storica e la terza, invece, è politica, spiega Raimo. "In Italia quella di dare i voti è una tradizione didattica importante, ma già dagli anni Settanta, con il collettivo L'Erba Voglio, si è cominciato a pensare ad un sistema alternativo, in cui i voti venissero aboliti. Oggi le riflessioni più significative credo arrivino da Cristiano Corsini, che ha creato il Comitato per la Valutazione educativa a cui tantissimi docenti si rifanno. Infine – dice il prof – c'è una questione politica, legata all'idea che la scuola non serva per selezionare ma soprattutto per emancipare e che quindi non bisogna fare classifiche tra chi è più bravo e chi è meno bravo, ma piuttosto cercare di dare a tutti le stesse possibilità includendo e rafforzando le forme di autonomia educativa e non usando il voto come sistema di dominio".
Dunque, la scuola senza voti è il futuro o è utopia? "Non credo sia utopia. Gli insegnanti che usano la valutazione educativa hanno feedback di studenti e famiglie che dicono che studiano di più e meglio. La resistenza maggiore a questo tipo di sistema credo sia proprio dei docenti perché è chiaro che mettere un voto può essere una pratica sbrigativa e meno impegnativa per loro. Spesso anche noi come docenti ragioniamo secondo uno schema preciso: spiegazione-compiti a casa-voto. Ma dovremmo cambiare prospettiva: il voto non dovrebbe essere il punto di arrivo ma quello di partenza per poter creare un metodo di apprendimento migliore per i nostri studenti".
A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi