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10 Giugno 2026
11:16

La storia di Luigi, una vita per i cani e i gatti di nessuno: “Amateli: non c’è giustificazione all’abbandono”

Luigi Carrozzo, storico attivista animalista napoletano conosciuto in tutta Italia, racconta una vita dedicata al soccorso dei cani randagi. Dai recuperi con la mamma quando era bambino alla creazione del rifugio “L’emozione non ha voce” ha promosso adozioni, cure e cultura del rispetto animale, denunciando abbandoni e limiti delle leggi italiane sul benessere animale.

Intervista a Luigi Carrozzo
Fondatore del rifugio "L'emozione non ha voce" a Napoli
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Luigi Carrozzo e, in primo piano, il suo Achille

Gli occhi celesti puntati verso il verde degli alberi, circondato dai suoi cani all'ombra fresca del tramonto di un inizio di giugno finalmente clemente in una Napoli dove il caldo è arrivato più tardi quest'anno.

Inizia lentamente a parlare di sé Luigi Carrozzo, figura simbolo dell'attivismo animalista non solo in Campania ma in tutt'Italia. Poi si mette a suo agio, le sue parole diventano così una narrazione unica di una persona il cui nome è noto nel Belpaese come figura di riferimento da praticamente più di cinquant'anni di un universo fatto di storie di umani e quattro zampe che si sono intrecciate da Sud a Nord. Di lui, del resto, potete chiedere anche a Maria De Filippi o a Selvaggia Lucarelli: due volti noti che hanno adottato rispettivamente un cane e un gatto dal suo rifugio "L'emozione non ha voce" che sorge nella zona di Santa Croce, nella parte settentrionale di Partenope.

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Luigi nel suo rifugio "L’emozione non ha voce" insieme al Pastore Tedesco Achille che vive con lui da 14 anni

Come è iniziato tutto?

Eravamo sei fratelli e vivevamo in centro storico. Della mia infanzia ricordo sin da piccolissimo come mia madre ci ha insegnato il rispetto per gli animali di strada. Andavo con lei a dare soccorso a creature in difficoltà ma soprattutto scoprivo la bellezza di una comunità di persone che convivevano quotidianamente con quelli che oggi vengono chiamati "cani di quartiere" e che all'epoca erano gli animali di tutti.

E' un interesse e una passione che nasce dall’infanzia, anche mio padre accettava la presenza di cani e gatti nella grande casa con giardino dove abitavamo. Mia madre, impiegata comunale, era conosciuta per la sua dedizione agli animali e per aiutare i vicini anche con problemi legati alle tasse: gli dava una mano a compilare i moduli. Negli anni ’80 ho iniziato l'attività sul campo: lavoravo attivamente per la protezione degli animali, collaborando con altri volontari e affrontando sfide di ogni tipo per la tutela dei cani in particolare.

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Luigi Carrozzo negli anni 70 con Diablo, uno dei cani di famiglia

Che tempi erano?

Posso raccontare lo spaccato di un Paese attraverso ciò che ho vissuto insieme ad altri amici nel costante tentativo di far emergere una cultura animalista, lì dove questo termine oggi ha assunto quasi un significato negativo. Quando abbiamo iniziato ad aiutare gli animali in difficoltà non c'erano piattaforme social, ovviamente, e poco si parlava in generale del benessere delle altre specie viventi.  Negli anni ’80 l’attivismo per i diritti animali si è sviluppato, almeno qui a Napoli, grazie proprio al nostro intento di far emergere le storie che c'erano dietro e lo abbiamo fatto coinvolgendo i media e andando in strada con i banchetti per le adozioni.

Il punto di rottura per me, quello in cui finalmente ho ritenuto fosse arrivato il momento di far emergere l'esigenza di considerare lo status del cane e anche del gatto come animale familiare, è culminato nel 1990 con il ritrovamento di una cagna incinta e il mio coinvolgimento in un caso di furto di cani.

Nel 2000, poi, sono arrivato qui nella zona di Santa Croce dove ho affittato un terreno per ospitare i cani recuperati, consolidando l’attività di cura e istituzionalizzando i percorsi di adozione responsabile.

Una vita interamente dedicata alla causa animale. Com'è stata "l'Italia dei cani" da questo punto di vista?

Io sono nato nel '56 e come tutti quelli della mia epoca abbiamo vissuto anni in cui la convivenza con i cani cosiddetti randagi era normale. Negli anni 70, ad esempio, non ho ricordi di branchi così come ancora ci sono oggi in molte città del sud. Dal 1991 al 1996, il numero di cani liberi a Napoli aumentò, con l'approvazione della Legge Quadro del '91 che vietò finalmente l'eutanasia, facendo sì però che in assenza di campagne di sterilizzazione all'epoca, e in fondo ancora oggi, il numero aumentasse soprattutto nelle periferie.

C'è stato però il passaggio da una fase orribile in cui gli animali venivano accalappiati e uccisi con il gas fino alla creazione dei canili che però si sono tramutati nella maggioranza dei casi in luoghi senza speranza per gli animali reclusi. Nel 1998, poi, feci qualcosa di diverso e unico a livello nazionale: introdussi la prima ambulanza per soccorsi veterinari, successivamente sostituita da un veicolo comunale nel 2000.

Ne sono successe tante di cose nel corso di tutti questi anni ma ciò che ho sempre notato è che le persone, se educate e responsabilizzate, rispondono bene e vedono gli animali in modo diverso se si sa come parlargli e fargli capire che c'è bisogno di cura ma anche di rispetto.

Effettivamente hai avuto e hai a che fare con varie tipologie di persone, da chi maltratta a chi "salva a tutti i costi"…

Il mondo del volontariato animalista è molto variegato. Ci sono alcuni che lo fanno per compensare delle proprie mancanze e spesso si confonde la cura dell'altro con quella che è una propria necessità di svolgere una funzione salvifica che non bada poi al vero benessere del cane o del gatto. Ci sono poi le persone che si danno realmente da fare, che sanno di cosa c'è bisogno e quando davvero è il caso di intervenire.

Dal punto di vista dei maltrattamenti, sì, ho visto di tutto: dai cani tenuti perennemente a catena e lasciati a loro stessi fino ad orribili abusi. Ma pur considerando che sono tantissimi gli animali oggetto di violenza tanti hanno trovato poi una famiglia, lì dove accanto all'adozione c'è stato un percorso di consapevolezza e non una scelta basata sull'istinto di voler "salvare".

Ho sempre accompagnato gli animali durante il cammino di conoscenza dei loro nuovi proprietari, attraverso anche il supporto di educatori e istruttori cinofili che mi hanno dato una mano per rendere i cani che ospitavo e che ospito adottabili e pronti a vite complesse, quelle che noi umani svolgiamo soprattutto nelle città.

Le adozioni sono spesso conseguenza positiva di un fenomeno negativo e mai in calo: l'abbandono…

L’abbandono degli animali è un problema complesso che richiede un approccio preventivo, non punitivo. Dopo tanti anni di attività sono dell'idea che sia necessario ancora un controllo preventivo della popolazione animale, attraverso la sterilizzazione, e la promozione di leggi che favoriscano la prevenzione come percorsi obbligatori per l’adozione fatti però con criterio, E non con patentini che non badano alla complessità dell'individualità del cane e offrono test inutili che riguardano il "qui ed ora". Servono strumenti che incidano su colui il quale deve essere veramente educato: l'essere umano. Inoltre, è necessario rivedere le normative sui canili e rifugi, stabilendo standard nazionali e regionali chiari per la gestione e il benessere degli animali.

C'è però una cosa che voglio dire con grande sincerità e chiarezza: non c'è nessuna giustificazione all'abbandono. Quante volte mi sono sentito dire che per situazioni gravi, magari di salute anche di una persona, non era più possibile tenere l'animale… Io dico solo che in una famiglia di otto persone come era la mia, nonostante tutti i problemi che abbiamo vissuto, nessuno di noi mai ha mai pensato a separarsi dai cani e gatti che erano parte integrante del nostro nucleo. No, non c'è giustificazione all'abbandono.

Realtà come la tua non sono riconosciute, giusto?

No, ufficialmente no. Nel senso che io non prendo un euro da alcun ente pubblico ma siamo in piedi grazie alle donazioni private che si possono fare anche con l'attribuzione del 5×1000 e alla mia pensione sociale. In realtà luoghi come la mia piccola oasi ed altri che esistono in tutta Italia, soprattutto al centro sud, tolgono le castagne dal fuoco a chi di dovere. Intendo dire che per chi opera in correttezza e trasparenza spazi come il mio consentono alle istituzioni di non caricarsi di troppi animali nei canili pubblici e allo stesso tempo, dal mio punto di vista e cosa ben più importante, consentono una vita dignitosa ai cani senza famiglia.

L'attuale normativa sui canili è vetusta e si preoccupa solo, dal punto di vista del benessere animale, dello spazio a livello di metri quadri dei box, per fare un esempio. Box che poi sono delle gabbie di cemento in luoghi dove i cani non toccano mai la terra e non sgambano e sono privati sistematicamente della loro libertà.

Ecco, io penso che i piccoli rifugi, secondo ovviamente delle normative che regolino e stabiliscano elementi legati al benessere degli animali che vanno rispettati, dovrebbero essere riconosciuti e tutelati.

Delle tante storie di adozione e abbandono che hai vissuto, puoi raccontarcene alcune?

Penso a chi è adesso con me da molti anni. Lì in fondo (dice indicando un'area del rifugio ndr) c'è il gruppo dei "corsomaltesi". Li chiamo così perché vengono da una zona di Napoli, il corso Malta, dove furono recuperati dalla signora Margherita, una preside in pensione scomparsa da poco che ha anche fatto un importante lascito per il quale le sarò per sempre grato. Una donna di rara sensibilità che comprese che quel gruppo di quattro cuccioli senza mamma non poteva proprio più rimanere in strada. Ecco, quello è un bell'esempio di intervento necessario, perché quando dei cani hanno problemi a rimanere in libertà vanno supportati. Siamo riusciti a far adottare Ranocchia, una delle femminucce, ad un'altra persona fantastica insieme alla sua famiglia che avevano già preso da noi Max, un trovatello che ho ospitato. Ranocchia e Max vivono sereni adesso in casa mentre Botolocchio, Grosso e Orsetta che hanno una personalità diffidente verso gli umani sono rimasti con me e convivono con Rock&Roll, uno splendido mix Pitbull di nove anni e Wolf, un meticcio che è rimasto qui al rifugio dopo che la persona di riferimento si è trasferito all'estero. Già solo nel racconto dei "cortomaltesi" ci sono, come si può notare, storie di abbandono, ritrovamenti e adozioni che si innestano l'una nell'altra.

Penso anche ad Hiro, un Pastore tedesco di pura razza abbandonato dalle persone di riferimento perché aveva il comportamento ossessivo compulsivo di rincorrersi la coda. Grazie al supporto costante di un'istruttrice cinofila che lo segue da anni e veterinari esperti in comportamento, da quando è al rifugio ha nettamente diminuito questa stereotipia e anche lui convive serenamente in una zona del rifugio in compagnia di Luna, una pastorona che sta con me da dodici anni, e Cipria una meticcia anche lei ritrovata da cucciola sul territorio.

Se poi vado ancora più indietro indietro nel tempo e penso ad adozioni simboliche, ci sono anche quelle che hanno fatto Maurizio Costanzo e Maria De Filippi e recentemente Selvaggia Lucarelli. I primi due scoprirono l'esistenza di Fortunato, un cane che non dimenticherò mai. La seconda invece ha adottato una gatta che era rimasta da sola in un appartamento dopo che la persona di riferimento era morta.

Qual è la storia di Fortunato?

Erano gli anni 80 e fui chiamato da alcune persone per la segnalazione di un cane ridotto in fin di vita e gettato in un cassonetto. Fu recuperato e portato in una clinica dove notte e giorno ci dedicammo al suo recupero: era stato preso a vangate e aveva dei proiettili conficcati in tutto il corpo. Mi rivolsi ai giornali per far conoscere la sua storia, per renderlo un esempio del livello di violenza che un essere umano poteva mettere in atto nei confronti di un animale. La storia arrivò alle orecchie di Costanzo e De Fillippi, fui contattato dall'assistente di quest'ultima e i due decisero di adottarlo. Insomma, il nome Fortunato fu in tutto e per tutto adatto a quel meraviglioso Pastore tedesco.

Ci sono ora cani che cercano adozione nel tuo rifugio?

Oggi io vivo insieme a circa 40 cani. Tanti sono anziani e li considero parte della mia famiglia o io della loro. Ci sono però due cagnette in particolare che meritano di trovare una persona di riferimento e che vivrebbero meglio in una casa vera e propria.

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Una si chiama "Simba delle Vele" perché viene proprio da quel quartiere di Napoli. Con l'abbattimento delle strutture deciso dal Comune di Napoli è arrivata qui una mix Malinois dalla taglia contenuta che la famiglia non poteva portare con sé nella nuova abitazione. E' ancora con me e fa parte di un altro gruppetto di cani che vivono insieme in un'area dell'oasi. Simba ha tutte le caratteristiche per essere portata a casa ed è anche seguita dalle educatrici del centro cinofilo ‘Oiccan che si è aperto da poco qui proprio accanto al rifugio.

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Penelope

La stessa cosa vale per Penelope che ho recuperato proprio in strada dopo un incontro fortuito. Vagava spaesata in una via a scorrimento veloce poco distante dal rifugio e credo sia scappata da una casa. Nonostante gli appelli e le condivisioni nessuno mai l'ha reclamata ed è inutile sottolineare che non aveva microchip: ancora ci sono tanti cani non iscritti all'anagrafe canina. Penelope è fantastica: simpatica, allegra e piena di vita e come Simba aspetta solo la persona giusta per salutarci definitivamente.

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