
L'ultimo a perdere le forze e non riprendersi più è stato Genghis Khan, un elefante di 11 anni che è stato il 20esimo esemplare a morire nella riserva di Kitenden B in Kenya, nella contea di Kajiado, vicino al Kilimangiaro e all'area protetta di Amboseli. Tutta questa zona fa parte di un importante corridoio faunistico per gli animali selvatici in cui sta avvenendo una moria di pachidermi di cui ancora non si conoscono le cause.
Ancora non si riesce a comprendere cosa stia succedendo agli elefanti, sebbene all'inizio si fosse pensato a un avvelenamento da cianuro. Un'ipotesi però che ha perso peso man mano che sono passati i giorni da quel primo caso registrato ufficialmente il 24 giugno scorso. Tutti i decessi successivi si sono concentrati in un arco di tempo di circa sei settimane e la presenza del cianuro era stata iscontrata attraverso dei test fatti dell'Università di Nairobi che avevano appunto indicato un possibile avvelenamento legato ai pesticidi delle coltivazioni vicine. Analisi successive, condotte però dal governo keniano hanno smentito questa ipotesi, risultando completamente negative. Il veterinario capo del Servizio per la fauna selvatica del Kenya, il dottor Isaac Lekolool, aveva invece riferito alla BBC di aver trovato tracce di cianuro nei campioni prelevati dallo stomaco degli elefanti e non escludeva l'ipotesi di un avvelenamento deliberato.
Il Kenya Wildlife Service (KWS) ha avviato un'indagine e ha escluso che si tratti di una malattia contagiosa, soprattutto per mettere in chiaro che non c'è rischio di trasmissione da animali ad esseri umani e per paura che cali il turismo nell'area. Intanto però gli animali continuano a stare male e a manifestare sintomi come paralisi parziali che gli impediscono di stare in piedi e tra gli esemplari morti è stato ritrovato anche il cadavere di un cucciolo di due mesi.