
I biologi marini chiamano questa fase della vita delle tartarughe marine "gli anni perduti". Dopo la schiusa, infatti, le tartarughine lasciano rapidamente la spiaggia e si disperdono nell'oceano aperto, diventando praticamente invisibili e impossibili da seguire. Le loro dimensioni ridotte rendevano infatti troppo pesanti i tradizionali trasmettitori satellitari, lasciando un enorme vuoto nelle conoscenze sul loro comportamento e sulle loro abitudini.
Ora però, grazie a una nuova generazione di minuscoli dispositivi satellitari, uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports è riuscito per la prima volta a ricostruire nel dettaglio come si muovono in verticale le giovani tartarughe marine nei primissimi anni di vita. La ricerca rappresenta uno dei risultati più importanti del progetto internazionale Lost Years Initiative coordinato dalla ONG Upwell, nato proprio con l'obiettivo di fare luce su questa misteriosa fase del ciclo vitale delle tartarughe.
Le tartarughe marine si immergono sempre più profonde con la crescita
I ricercatori hanno analizzato oltre 2.400 registrazioni giornaliere raccolte da 71 giovani tartarughe liuto (Dermochelys coriacea) e tartarughe caretta (Caretta caretta) equipaggiate con trasmettitori satellitari miniaturizzati in diversi bacini oceanici.
I dati mostrano un cambiamento del comportamento graduale, ma molto chiaro. Man mano che crescono, le giovani tartarughe imparano a immergersi sempre più in profondità e a rimanere sott'acqua più a lungo. Anche il modo in cui utilizzano la colonna d'acqua – cioè l'intero spazio che va dalla superficie ai fondali – diventa progressivamente più organizzato.
Secondo gli autori, questa evoluzione è fondamentale per comprendere come le tartarughe sfruttino l'ambiente oceanico, trovino il cibo e affrontino le lunghe migrazioni che caratterizzeranno la loro vita adulta.
Informazioni preziose anche per proteggere meglio le tartarughe marine

Capire dove si trovano e a quale profondità nuotano le giovani tartarughe non è importante solo dal punto di vista scientifico. Queste informazioni possono infatti aiutare a prevedere meglio i loro spostamenti e individuare le aree in cui rischiano maggiormente di entrare in contatto con attività umane, come la pesca.
Conoscere le profondità frequentate da questi rettili marini potrebbe, per esempio, contribuire a modificare la posizione degli attrezzi da pesca, in particolare le reti, per ridurre le catture accidentali – una delle minacce principali per molti animali marini – oppure aiutare a progettare aree marine protette che tengano conto non solo della distribuzione geografica delle tartarughe, ma anche dello spazio che occupano e sfruttano in profondità.
Come ha spiegato George Shillinger, direttore esecutivo dell'organizzazione Upwell, l'obiettivo è trasformare queste nuove conoscenze in strumenti concreti per migliorare la conservazione delle tartarughe marine durante tutte le fasi della loro vita, non solo quando diventano adulte o tornano sulle spiagge per deporre le uova.
Le tartarughe marine hanno una bussola naturale, ma non perfetta

Proprio qualche giorno fa, inoltra, un altro studio aveva già contribuito a chiarire meglio un altro dei grande mistero legato al comportamento delle tartarughe marine: come riescano a orientarsi in pieno oceano. Sappiamo infatti da tempo che questi rettili sono in grado di sfruttare il campo magnetico terrestre per orientarsi in mare e riuscire a trovare, anche a distanza di molti anni, la spiaggia su cui sono nate per deporre a loro volta le uova.
Tuttavia, il sistema sembra non essere così preciso come si riteneva in passato. Il campo magnetico fornisce infatti soltanto un'indicazione generale della direzione da seguire, mentre il percorso viene continuamente corretto lungo il viaggio grazie ad altri segnali ambientali e a successivi aggiustamenti della rotta.
Insieme, questi studi stanno finalmente mettendo insieme i pezzi del puzzle che mancavano: da un lato mostrano come le giovani tartarughe esplorino l'oceano anche in profondità, dall'altro spiegano come riescano a mantenere la direzione durante le loro lunghe migrazioni. Un insieme di informazioni che fino a pochi anni fa era semplicemente impossibile ottenere e che oggi grazie alla tecnologia potrebbe fare la differenza per proteggere meglio alcune delle specie marine più minacciate del pianeta.