
Per molto tempo abbiamo pensato che gli animali reagissero soprattutto ai grandi cambiamenti causati dalle attività umane: città, strade, agricoltura, deforestazione. Ma un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science mostra che anche la semplice presenza delle persone può modificare profondamente il comportamento della fauna selvatica. In altre parole, gli animali non reagiscono solo l'ambiente che trasformiamo: osservano anche noi e si comportano di conseguenza.
La ricerca è stata coordinata dallo Yale Center for Biodiversity and Global Change e ha coinvolto decine di autori, università e istituti di ricerca in tutto il mondo. Gli studiosi hanno monitorato 37 specie diverse tra mammiferi e uccelli negli Stati Uniti, raccogliendo quasi 12 milioni di dati sulla posizione degli animali grazie a collari GPS e altri sistemi di tracciamento applicati a oltre 4.500 individui differenti.
Tra le studiate più rilevanti c'erano lupi, coyote, procioni, cervi dalla coda bianca, avvoltoi, falchi, gru e cicogne. L'obiettivo era capire in che modo gli animali modificano i propri movimenti e il proprio comportamento quando aumenta o diminuisce la presenza umana. Per farlo, i ricercatori hanno utilizzato anche i dati anonimi dei telefoni cellulari, che permettono di stimare quanti esseri umani frequentano una determinata area.

Un'opportunità unica è arrivata però durante la pandemia da COVID-19: il lockdown del 2020 ha cambiato drasticamente gli spostamenti delle persone, creando una sorta di "esperimento naturale" senza precedenti. Con meno persone in circolazione rispetto al 2019, gli scienziati hanno potuto individuare meglio gli effetti della presenza umana diretta da quelli dei cambiamenti permanenti del paesaggio, come urbanizzazione e agricoltura.
I risultati mostrano che oltre il 65% delle specie osservate ha modificato il proprio comportamento in risposta alla presenza delle persone. E non sempre nello stesso modo.
Molti animali tendevano a ridurre l’area frequentata dalle persone, probabilmente per evitare il contatto diretto con gli esseri umani. I coyote, per esempio, limitavano maggiormente i propri spostamenti. Altri invece facevano il contrario: i lupi ampliavano il loro raggio d'azione, forse per aggirare le zone più frequentate dalle persone, mentre i corvi aumentavano i loro spostamenti probabilmente approfittando delle risorse alimentari legate alle attività umane.
Secondo gli autori, uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio è soprattutto la flessibilità comportamentale dei singoli animali. Alcuni individui cambiavano strategia da un anno all'altro, adattandosi rapidamente alle nuove condizioni. Questo dimostra che molte specie sono in grado di "leggere" in un erto senso il livello di presenza umana e modificare il proprio comportamento di conseguenza.

Lo studio suggerisce anche che l'impatto umano non dipende soltanto dalla distruzione degli habitat naturali. Anche attività considerate relativamente innocue o neutrali, come escursioni, turismo, possono influenzare il modo in cui gli animali usano il territorio, soprattutto nelle aree più naturali e meno urbanizzate. Per questo motivo, spiegano i ricercatori, la conservazione della biodiversità non dovrebbe limitarsi a proteggere gli habitat, ma dovrebbe considerare anche quando e quanto gli esseri umani frequentano certi ambienti.
Ridurre il disturbo in periodi sensibili come per esempio quello riproduttivo, limitare il traffico in alcune aree o gestire meglio le attività ricreative potrebbe quindi aiutare umani e fauna selvatica a convivere più serenamente.
La ricerca mostra infine quanto le nuove tecnologie stiano cambiando lo studio degli animali e del loro comportamento. L'unione tra GPS, dati satellitari e informazioni sulla presenza umana permette oggi di osservare con un livello di dettaglio mai raggiunto prima il rapporto tra fauna selvatica ed esseri umani. E questo rapporto, sempre più stretto, sembra essere anche molto più complesso di quanto immaginassimo.