Verso una settimana lavorativa da 72 ore: cosa succede quando inseguiamo l’intelligenza artificiale

La velocità con cui l'intelligenza artificiale generativa si sta evolvendo è davanti agli occhi di tutti noi. Basti pensare al successo di ChatGPT e degli altri chatbot: sebbene siano entrati nelle nostre vite solo qualche anno fa in poco tempo sono diventati parte integrante della nostra quotidianità. Ad aprile 2025 gli italiani che usavano ChatGPT erano quasi nove milioni (senza considerare tutte le altre IA, come Gemini, Grok o Copilot). Sempre per rimanere in Italia, secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano nel 2025 il giro d’affari dell’AI in Italia valeva 1,8 miliardi di euro, circa il 50% in più rispetto all'anno prima.
Questo successo sta mettendo le aziende tech che lavorano nel settore dell'IA in un clima di competizione senza precedenti. Le startup in questo settore si moltiplicano a vista d'occhio e le aziende sanno che dovranno fare più veloce degli altri se non vogliono cedere il passo a chi saprà fare meglio e più in fretta di loro. Tutta questa frenesia sta però rivoluzionando anche le stesse modalità del lavoro, e più strutturalmente l'idea stessa del lavoro, facendo diventare la classica settimana lavorativa da 40 ore un ricordo lontano.
Settimane lavorative da 72 ore
Non stiamo parlando di qualche straordinario in più, ma di un nuovo modello lavorativo in cui il famoso work-life balance non solo non esiste più, ma viene apertamente relegato a un sintomo di scarsa ambizione e dedizione al lavoro. "Per favore, non iscriverti se non sei entusiasta di lavorare circa 70 ore a settimana in presenza con alcune delle persone più ambiziose di New York", si legge in un annuncio per una nuova posizione lavorativa sul sito di Rilla, un'azienda tech nel settore dell'IA di New York che – come spiega la BBC – è diventata un esempio di questa nuova cultura del lavoro dichiaratamente totalizzante.
Un nuovo modello di lavoro
Chi propone questa modalità lavorativa infatti non cerca di nasconderla, ma la rivendica come requisito indispensabile per un'azienda di successo fatta da persone ambiziose e davvero talentuose. Lo dice apertamente il responsabile della crescita di Rilla, Will Gao, quando è pronto a scommettere che i suoi 120 dipendenti sono tutto fuorché infelici:
"Cerchiamo persone che siano come gli atleti olimpici, con caratteristiche come ossessione o ambizione infinita. Si tratta di persone che vogliono fare cose incredibili e divertirsi molto mentre le fanno", afferma.
L'eredità della cultura 996
In realtà questo approccio al lavoro sta solo vivendo una nuova stagione grazie alla corsa all'IA, ma non è nato oggi. Parliamo di quel sistema affermatosi in Cina circa dieci anni fa, proprio nel settore tech, noto come "cultura 996". La sequenza di numeri indica proprio il modello lavorativo che prevede di lavorare dalle 9 alle 21, quindi 9-9, sei giorni su sette. Da qui 996, ovvero 72 ore settimanali. Tra i suoi principali sostenitori e fautori c'è Jack Ma, il fondatore della piattaforma di ecommerce B2B Alibaba.com. L'imprenditore miliardario in un post pubblico ai suoi dipendenti aveva definito l'opportunità di lavorare 996 una "benedizione".
I rischi per la salute dei dipendenti
C'è da dire che le preoccupazioni sulle conseguenze per la salute dei dipendenti sono cresciute altrettanto velocemente in molti paesi. Alla fine il dissenso in Cina era diventato così forte che il governo cinese è dovuto intervenire: così nel 2021, almeno formalmente, l'orario 996 è stato dichiarato illegale dalla Corte suprema del popolo e dal Ministero delle risorse umane.
Oltre alle proteste dal basso, negli ultimi anni gli effetti sulla salute dei lavoratori costretti a questi ritmi sono diventati evidenti. Non parliamo solo della Cina, in Corea del Sud il fenomeno delle morti legate allo stress sul lavoro è così importante che è stato coniato un termine per indicarlo, il “Gwarosa”.
Il fenomeno è finito anche all'attenzione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che nel 2021 insieme all'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha condotto uno studio per valutare scientificamente i possibili effetti sulla salute di una settimana lavorativa così intensa. I risultati parlano chiaro: lavorare più di 55 ore a settimana aumenta il rischio di malattie cardiache ischemiche e ictus. Tradotto: modelli lavorativi che prevedano oltre 55 ore settimanali possono aumentare il rischio di morire per il troppo lavoro. Nello specifico il rischio di morte per infarto è maggiore del 17% rispetto a chi lavora 35-40 ore alla settimana.