Stragi pianificate da ragazzini di 13 e 14 anni: la nostra indagine nella True Crime Community online

Un 14enne che progetta di far saltare un edificio. Un 17enne che pianifica una strage a scuola. Un 13enne che accoltella la sua professoressa. Casi diversi. Stesso punto in comune: alcuni gruppi Telegram. Non sappiamo ancora tutti i dettagli delle indagini. Ma questi gruppi seguono spesso uno schema molto preciso: attirano ragazzi giovanissimi, condividono video violenti e trasformano gli attentatori in modelli da imitare.
Siamo entrati in queste comunità per capire dove nasce la violenza e come viene nutrita dalle dinamiche di gruppo. Qui gli utenti passano ore a condividere video di violenza reale. Clip di accoltellamenti, impiccagioni, risse, decapitazioni. Nei commenti scrivono: “Ne voglio ancora”. “Più sangue”. "Nuovi casi di suicidio?". "Petsaggi? Omicidi?". E in alcuni casi non si fermano ai video.
Dentro i gruppi della violenza online
Questi gruppi rientrano nel mondo della True Crime Community. Nasce come fenomeno culturale: podcast, forum e contenuti dedicati all’analisi di crimini reali. Ma in alcuni spazi succede qualcosa di diverso. Gli assassini e gli attentatori non vengono solo studiati. Vengono osservati, imitati, idolatrati. Alcuni cominciano a vestirsi come loro. Scrivere i loro nomi sui quaderni o riempire le stanze di foto e riferimenti.
Scorrendo le chat abbiamo osservato un universo che cerca e inneggia la violenza. Ci sono pagine e pagine di video espliciti, crudeli, dai pestaggi, a corpi macellati fino alle sparatorie. Sotto compaiono link, emoji con gli occhi a cuore e dello spruzzo.
Gli eroi della TCC: l'effetto a catena
Alcuni membri della TCC si spingono oltre, compiendo attacchi violenti nella vita reale. Dentro questi gruppi si attiva un circolo vizioso. Un membro decide di agire, viene glorificato, nascono nuovi gruppi e a volte, nuovi attacchi. Secondo l'Institute of Strategic Dialogue nel 2024 e 2025, diversi episodi mostrano questo effetto a catena. Un attentatore cita un altro. Un altro ancora lascia simboli o nomi. È una sequenza. Un ciclo che si autoalimenta. Dal 2024, almeno 15 sparatorie o piani di attacco sventati sono stati collegati a persone attive in questa community.
"Il desiderio di notorietà è un fattore determinante nella violenza nichilista e l'attenzione ottenuta dagli autori di stragi può ispirare i membri più vulnerabili del TCC a compiere i propri attacchi. L'analisi di recenti attacchi collegati al TCC suggerisce che questi attentatori potrebbero aver cercato specificamente riconoscimento e prestigio all'interno della comunità", spiega l‘Institute of Strategic Dialogue.
Dal true crime all’estremismo: la radicalizzazione online
Spesso la True Crime Community è un punto di partenza, poi si ramifica andando a creare altre sottoculture più specifiche, e nuovi gruppi focalizzati sui video gore o su contenuti razzisti, misogini, o ispirati al nichilismo post-sovietico. Nel caso del 13enne abbiamo trovato diversi riferimenti dai meme, alla foto profilo ai video pubblicati su TikTok legati alla True Crime Community. Il ragazzo di 17 anni invece sappiamo che per realizzare l’attacco stava utilizzando un Haters Handbook, un manuale dell’odio che viene condiviso su gruppi legati a Terorrgram, uno dei principali hub dell’ “accelerazionismo militante” di matrice suprematista bianca.
All’interno di questo continuum, la distinzione tra intrattenimento macabro, ironia e ideologia tende a sfumare. È proprio questa ambiguità, secondo diversi studi sul radicalismo online, a facilitare la transizione di alcuni utenti verso contenuti sempre più estremi, soprattutto in presenza di vulnerabilità individuali come isolamento sociale, ricerca di appartenenza o esposizione prolungata a dinamiche di gruppo.
Le origini della TCC
Questa ossessione non nasce oggi. Già negli anni ’90, dopo eventi come il massacro della Columbine High School, iniziano a formarsi le prime fanbase. Con internet poi, quello che prima era isolato diventa una rete. Forum. Hashtag. Gruppi chiusi. Una cultura condivisa. E soprattutto un pubblico.
Gli attacchi legati alla TCC non seguono una logica politica. Non sono terrorismo nel senso tradizionale. Sono qualcosa di diverso. Ogni attacco diventa un contenuto. Un riferimento. Un pezzo da remixare. Non per una causa. Ma per essere visti. Essere ricordati. Essere riconosciuti dalla community.
Lo abbiamo visto anche nelle chat creata dal ragazzo di 13 anni la sera prima dell'accoltellamento. Per esempio, l’immagine con il filtro con le orecchie da cane pubblicata in chat per “gli edits”, ovvero le foto e meme da creare sulla base di un'immagine, alla maglietta con sopra scritto vendetta, fino alla diretta dell’accoltellamento.
La reazione della community
L’obiettivo non è tanto l’attenzione dei media, ma quella interna al gruppo. Un pubblico che analizza ogni dettaglio: diari, vestiti, foto personali. Tutto diventa materiale da studiare. E funziona. Quando ci siamo infiltrati in diversi gruppi TCC abbiamo visto che il 13enne veniva glorificato, i membri hanno creato meme in suo onore, chiedono il merch delle magliette e scrivono “è il nostro re italiano”.
C’è però anche chi lo critica, scrivendo “le sue doti da regista sono peggio di quelle da assassino”, oppure “io avrei usato questi” sotto la foto di due fucili appoggiati sul letto. Alcuni membri, invece, implorano gli altri di fermarsi. Temono ban, conseguenze legali. Ma la struttura stessa della community crea un incentivo. Perché ogni azione violenta trova un pubblico.
Gli effetti della violenza continua
Il collante di questa rete è il nichilismo. Una visione del mondo fatta di rabbia, isolamento e desiderio di essere visti. Sentimenti frequenti nell’età adolescenziale che dentro queste comunità chiuse vengono trasformati in leve pericolose. La letteratura scientifica mostra come l’esposizione ripetuta a contenuti violenti online può contribuire a desensibilizzare gli utenti verso la sofferenza altrui e aumentare pensieri aggressivi, rabbia e reattività emotiva, pur non essendo l’unica causa di comportamenti violenti.
Questo non significa che i video o le immagini da soli “creino” un aggressore, ma che possono alterare la percezione e le risposte emotive, specialmente se l’esposizione è frequente e non mediata da contesto critico. In questi gruppi la violenza viene da un lato spettacolarizzata, dall’altro normalizzata. E quando a passarci ore ogni giorno sono ragazzi di 13, 14, 15 anni il confine tra guardare e agire diventa sempre più sottile.