Processo ai social: la causa a Meta sta spiegando perché fatichiamo a staccarci dallo schermo

Per la prima volta davanti a una giuria popolare, Mark Zuckerberg è comparso mercoledì 18 febbaio nell'aula tribunale di Los Angeles per testimoniare nel procedimento che accusa Meta e altre piattaforme di aver progettato i social per creare dipendenza nei più giovani. Al centro del caso c'è la denuncia della ventenne Kaley G.M., che sostiene di aver sviluppato ansia, depressione e dismorfia corporea dopo essere stata esposta fin dall'età di 6 anni ai YouTube, per poi passare a Instagram. Il verdetto potrebbe influenzare oltre 1.500 cause simili intentate da famiglie che attribuiscono ai social gravi conseguenze psicologiche sui figli. E ridefinire le regole delle piattaforme social.
L'accusa: piattaforme social progettate per trattenere gli utenti
Gli avvocati dell'accusa sostengono che il modello di business delle piattaforme basato sul tempo di permanenza e sulla pubblicità incentiverebbe meccanismi studiati per mantenere gli utenti più tempo possibile con l'attenzione fissa sullo schermo. In aula è stato anche mostrato un documento interno in cui il responsabile di Instagram, Adam Mosseri – lo stesso CEO che gli scorsi giorni ha affermato nella sua deposizione che 16 ore sui social non sono sintomo di una dipendenza – parlava di video brevi capaci di spingere il tempo medio di utilizzo "a livelli record", con l'obiettivo di superare concorrenti come TikTok. Zuckerberg ha replicato che quei parametri non rappresentavano obiettivi, ma previsioni. Se il prodotto migliora, ha spiegato, è naturale aspettarsi un aumento dell'uso.
Secondo la ricostruzione dell'accusa, l'attenzione dell'azienda verso il pubblico più giovane sarebbe stata palese già anni fa. Un'email interna del 2017 definiva infatti gli adolescenti "priorità massima", circostanza che il fondatore di Facebook ha riconosciuto come plausibile nel contesto dell'epoca.
La posizione di Meta: i social non responsabili dei problemi di salute mentale
Nel suo intervento, Zuckerberg ha respinto l'idea che le piattaforme siano progettate per creare assuefazione. "Se crei qualcosa di utile, le persone poi vorranno usarlo in modo naturale", ha dichiarato, sostenendo che l’obiettivo aziendale sia costruire servizi di valore duraturo e non strumenti capaci di far stare male gli utenti. Ha inoltre ribadito che gli adolescenti rappresentano meno dell'1% dei ricavi pubblicitari, sottolineando come molti di questi giovani non dispongano di reddito proprio e quindi non costituiscano un target economicamente rilevante.
Gli avvocati di Meta hanno invece attribuito le difficoltà psicologiche della giovane querelante ad altri fattori personali e familiari, negando che le piattaforme abbiano avuto un ruolo sostanziale. In aula è stato citato anche un messaggio del 2018 inviato da Zuckerberg al CEO di Tim Cook, di Apple, in cui si parlava della volontà di garantire che la tecnologia migliori il benessere delle persone.
In risposta a questa posizione, l'avvocato di Kaley, Mark Lanier, ha affermato come le eventuali mancanze educative nei confronti di Kaley siano in realtà un motivo in più per diffidare dell'operato di Meta, incapace di tutelare gli utenti più vulnerabili. Lanier ha quindi voluto stupire l'aula spiegando un poster lungo diversi metri (tanto che sono servite sette persone per tenerlo) sul quale erano state stampate centinaia di immagini provenienti dall'account Instagram di Kaley. Per Lanier, era la prova provata dell'immenso numero di ore che la ragazza aveva dedicato al social.
L'ammissione di Zuckerberg sul filtro Under 13: non ha funzionato
Uno dei punti più delicati della deposizione ha riguardato i sistemi di controllo sull'età. Kaley, per esempio, aveva iniziato a usare Instagram fin dai 9 anni di età, senza incontrare alcuna difficoltà. Di fronte a questo aspetto, Zuckerberg non ha potuto che scusarsi. A suo dire i filtri per impedire l’accesso ai minori di 13 anni non hanno funzionato come previsto. Zuckerberg ha anche aggiunto che Meta ha ormai approntato notevoli miglioramenti, ma comunque avrebbe voluto "che ci fossimo riusciti prima".
Documenti interni citati in aula mostrano che prima del 2019 la piattaforma non ha mai chiesto di confermare la data di nascita al momento dell'iscrizione, limitandosi invece a una semplice autocertificazione bypassabile con pochi click. Oggi, complice la grande attenzione dei governi sulla necessità di imporre rigide regole di age verification, l'azienda sta integrando nuovi strumenti di intelligenza artificiale per stimare l’età degli utenti.
Il dibattito si è però esteso anche ai filtri estetici che modificano i volti nelle foto per renderli più gradevoli. Secondo l'accusa, però, tali funzioni possono peggiorare significativamente la percezione di sé nei ragazzi, riducendo la loro autostima e spingendoli a inseguire canoni di bellezza (spesso irrealizzabili). Di fronte a questa istanza Zuckerberg ha però replicato che vietarli sarebbe stato "paternalistico", spiegando che la scelta è stata consentirli senza raccomandarli.
Perché il processo alle piattaforme può fare scuola
Il procedimento, iniziato a fine gennaio, riunisce 22 cause considerate dei veri e propri casi pilota. Prima dell'avvio del dibattimento, altre piattaforme (come Snapchat e TikTok) hanno raggiunto accordi riservati per patteggiare, mentre Meta e Google sono rimasti a giudizio. La strategia legale, ha ricordato il New York Times, si ispira a quella usata negli anni Novanta contro l'industria del tabacco, conclusa con un maxi-risarcimento miliardario e nuove regole sul marketing del prodotto controverso.
In caso di condanna, le conseguenze per Meta potrebbero ridisegnare profondamente il modo in cui le piattaforme gestiscono non solo l'accesso ai propri servizi, ma anche gli algoritmi che ne regolano il funzionamento. A prescindere dall’esito del processo, l’azienda si sta già muovendo verso sistemi di verifica dell’età più rigorosi, come dimostra quanto avvenuto di recente in Australia, dove il governo ha vietato l’uso dei social agli under 16. Ma se i giudici dovessero stabilire che le piattaforme sono state progettate per incentivare un consumo incontrollato tra i più giovani, a discapito della loro salute mentale, Meta e l'intero settore saranno costretti a rivedere in modo sostanziale le strategie con cui attirano e trattengono l’attenzione degli utenti.