Non basta un ristorante aperto per dire che a Gaza non si muore di fame: il trucco israeliano sui social

Negare la crisi alimentare a Gaza è stata sin dall’inizio una priorità per Israele. E se prima lo faceva sponsorizzando annunci falsi di camion carichi di aiuti, oggi la strategia si concentra su ristoranti aperti e presunti report falsati dell’IPC, il sistema internazionale che misura la gravità delle crisi alimentari. Da qui le decine di video che, negli ultimi mesi, mostrano gelaterie, ristoranti e caffetterie ancora aperti nella Striscia. Sotto, nelle didascalie, c’è scritto: “Ecco come si muore di fame nella striscia”. Pochi secondi di immagini decontestualizzate diventano così lo strumento per mettere in dubbio una crisi umanitaria certificata dalle principali agenzie internazionali. L’obiettivo è chiaro: insinuare che Gaza stia inscenando una situazione di emergenza.
I video social sono però solo un pezzo di una campagna più strutturata. Abbiamo infatti scoperto che parallelamente Israele sta sponsorizzando in Italia, su Google, report fuorvianti sull’IPC, accusando l’ONU di utilizzare un sistema “fallato e di parte”. In sostanza: a Gaza non si muore di fame, e le immagini dei ristoranti aperti servono a confermare questa narrazione. Per capire meglio abbiamo contattato uno dei ristoranti di Gaza presi di mira sui social, il Jenin restaurant.
Cosa ci ha raccontato il Jenin Restaurant
I video mostrano tavole imbandite, piatti strabordanti e persone in sovrappeso. “Finito di girare una scena drammatica di pentole vuote e improvvisamente hai appetito? Non preoccuparti, ora devi soltanto scegliere il tuo locale preferito!”, scrivono.
Il titolare del Jenin Restaurant ci ha spiegato che queste clip sono fuorvianti: “Vorrei subito chiarire che la presenza di ristoranti non significa che non ci sia la carestia a Gaza. Stiamo attraversando una grave crisi alimentare. I prezzi dei generi alimentari sono estremamente alti, i beni di prima necessità scarseggiano e non tutti i tipi di cibo sono ammessi. Di conseguenza, la maggior parte della popolazione semplicemente non può permettersi pasti regolari”.
“Anche con gli aiuti, molte famiglie mangiano meno, saltano i pasti o fanno affidamento su opzioni alimentari molto limitate”, ha spiegato a Fanpage.it “In questo contesto, i ristoranti operano in condizioni straordinarie e anomale. Il nostro lavoro non è un segno di abbondanza, piuttosto un tentativo di rispondere a un sistema alimentare al collasso.”
Gli ingredienti scarseggiano e i prezzi sono altissimi. “Facciamo del nostro meglio per fornire pasti ogni volta che è possibile, ma questo non cambia il fatto che le condizioni di carestia persistono, l'insicurezza alimentare è diffusa e l'accesso a un'alimentazione adeguata rimane fuori dalla portata della maggior parte delle persone a Gaza. Queste immagini isolate, estrapolate dal contesto, possono travisare la realtà umanitaria che qui affrontiamo ogni giorno.”
Campagna mirata su Google: come Israele mette in dubbio l’IPC
Mentre sui social circolano i video dei ristoranti aperti a Gaza su Google Israele porta avanti una campagna che conosciamo molto bene: quella delle sponsorizzazioni mirate. In passato questa tattica è stata utilizzata contro Francesca Albanese, l’UNRWA, l’Onu e la Global Sud Mid Flotilla.
L’analisi dei dati rivela una campagna pubblicitaria su larga scala sul territorio europeo per diffondere messaggi di propaganda israeliana. Tutti i dati si possono trovare sulla piattaforma Ads Transparency Center, sviluppata dalla stessa Google.
Dietro alla campagna di sponsorizzazioni c'è la Israeli Government Advertising Agency. L'agenzia opera come gruppo di comunicazione per vari enti governativi, aziende, enti statali e aziende pubbliche. L'obiettivo delle autorità israeliane è far credere che a Gaza non ci sia una crisi umanitaria e che l’IPC stia diffondendo report di parte, con dati falsi sulla crisi alimentare a Gaza. Nel documento: “La difesa fallita dell'IPC sulla sua falsa dichiarazione” pubblicato il 13 gennaio si legge ,”l’analisi dell’IPC è distorta e fuorviante, così come le sue classificazioni e proiezioni sull'insicurezza alimentare”. Sotto una lista di presunti errori metodologici e interessi politici che renderebbero non attendibili le analisi delle organizzazioni internazionali sulla crisi a Gaza.

Gaza tra emergenza e rischio carestia: i dati dell’IPC
Per capire cosa sta succedendo davvero a Gaza facciamo parlare i dati. Secondo l’ultimo rapporto dell’IPC, pubblicato il 19 dicembre 2025, “nessuna area di Gaza è attualmente classificata come in stato di carestia ( fase 5 dell'IPC ), in seguito al miglioramento dell'accesso umanitario e commerciale dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre” . Tuttavia, quasi tutta la Striscia di Gaza rimane in stato di emergenza ( fase 4 dell'IPC) “centinaia di migliaia di persone che soffrono ancora di tassi molto elevati di malnutrizione acuta.”
Tra metà ottobre e fine novembre circa 1,6 milioni di persone – il 77% della popolazione analizzata – hanno dovuto affrontare "una fame di livello critico o peggiore." Tra queste, oltre 500.000 persone si trovavano in stato di emergenza e oltre 100.000 in stato di catastrofe, si legge nel rapporto.
L’IPC stima che fino a metà aprile 2026 circa 571.000 persone resteranno in condizioni di emergenza alimentare, mentre quasi 1.900 individui continueranno a vivere una fame di livello catastrofico. Infine, se le ostilità riprendessero o gli ingressi umanitari e commerciali venissero nuovamente bloccati, l’intera Striscia di Gaza rischierebbe un ritorno alla carestia. I video virali e le campagne pubblicitarie non cambiano la realtà sul campo. La narrazione social può deformare la percezione, ma i dati dell’IPC parlano chiaro.