Multare le Big Tech non serve (quasi) a nulla: il paradosso economico che premia chi è più forte

Negli ultimi anni le grandi aziende tecnologiche sono diventate realtà sempre più centrali nella costruzione della nostra società. Nomi come Google, Meta o Microsoft non si limitano più a fornire strumenti per la produttività o semplici servizi digitali, ma modellano il modo in cui le persone si informano, comunicano e influenzano perfino il dibattito pubblico, orientando comportamenti individuali e collettivi. Con l'avvento dell'intelligenza artificiale, questa capacità di incidere sul quotidiano è destinata ad ampliarsi ulteriormente, e la sensazione è che ormai simili realtà siano pressoché intoccabili, libere di fare il buono e il cattivo tempo anche quando le loro azioni influiscono direttamente sulla salute delle persone.
Finora, la risposta più immediata adottata dai governi per arginare tale strapotere è stata quella di colpire le aziende laddove sono più sensibili: il portafoglio. Negli ultimi anni si è assistito a una vera escalation di sanzioni. La Commissione europea ha inflitto a Google una multa da 2,95 miliardi di euro per abuso di posizione dominante nel settore della pubblicità online. Negli Stati Uniti, Facebook è invece stata sanzionata con 5 miliardi di dollari complessivi per il caso Cambridge Analytica, dove l'azienda di Zuckerberg passò alla società di consulenza britannica i dati di più di 80 milioni di utenti, dati che poi vennero utilizzati per influenzare le campagne elettorali in occasione delle Presidenziali che portarono al primo mandato di Donald Trump.
Tutte strategie che, sulla carta, dovrebbero scoraggiare i comportamenti scorretti. Eppure, secondo alcuni esperti, l'utilità di queste misure rimane limitata.Tra questi figurano anche i membri di un team multidisciplinare dell'Università della Tasmania che in un recente intervento sul sito The Conversation hanno mostrato come, dati alla mano, le multe da sole non possono bastare a contrastare lo strapotere delle Big Tech.
Perché le sanzioni non sono un deterrente efficace: l'esempio dell'asilo
Nella loro analisi, le ricercatrici Lauren C. Hall, Christine Padgett, Maria Yanotti e il ricercatore James Sauer hanno spiegato che per realtà come Meta o Google, la cui potenza finanziaria supera quella di molti piccoli Stati sovrani, l'idea di poter sanare le proprie mancanze con un risarcimento economico rischia di trasformare il concetto di "illegale" in qualcosa di "legale ma con prezzo". In questa logica, le multe non sono più una punizione che impone ai sanzionati di rivedere il proprio comportamento, ma una sorta di tariffa da scontare per poter continuare a fare ciò che si vuole.
Se quindi modificare un sistema o rinunciare a una pratica commerciale dovesse comportare perdite maggiori, l'azienda finisce per scegliere di continuare a violare le regole. Un problema che viene poi amplificato quando le sanzioni non sono immediate o sufficientemente severe.
A supporto di questa tesi, i ricercatori hanno citato uno studio condotto nel 2000 dove alcuni asili nido israeliani avevano iniziato a comminare piccole ammende ai genitori che continuavano a ritirare in ritardo i propri piccoli a fine giornata. Alla fine dell'esperimento, però, non solo il fenomeno non si era ridotto, ma anzi era aumentato. Il fatto di poter "rimediare" con il denaro aveva trasformato un comportamento socialmente scorretto in un servizio a pagamento. Una dinamica che, seppur con ben altri numeri, potrebbe ripetersi anche nella difficile dialettica tra Stati, società e grande compagnie digitali.
Le difficoltà tecniche di perseguire una multinazionale
Un'altra criticità sottolineata dai ricercatori è che spesso le piattaforme digitali non appartengono al Paese che decide di sanzionarle. Questo rende molto più difficile per un singolo governo far rispettare le proprie regole. Quando un'autorità nazionale o sovranazionale impone una multa, l'azienda può reagire in modi diversi, contestandola in tribunale e allungando i tempi, anche di anni, oppure sfruttando le differenze tra legislazioni per ridurre l'impatto della sanzione. In altri casi, se non ha una presenza forte o beni significativi nel Paese che ha emesso la multa, può persino ignorarla, rendendo l'azione legale poco efficace nella pratica.
Il caso più recente in casa nostra riguarda la disputa tra l'Agcom e Cloudflare, sulla multa comminata a quest'ultima per non aver rispettato le indicazioni sull'oscuramento dei siti pirata. Cloudflare, la cui attività sono importantissime per il corretto funzionamento di molti servizi sul web, non solo si è rifiutata di pagare la multa da 14 milioni di euro (effettivamente spropositata visto che in Italia la compagnia fattura poco più della metà di quella cifra), ma ha anche minacciato di tagliare i ponti con il nostro Paese, gettando nel panico molti addetti ai lavori.
Le alternative: controllo, trasparenza e cooperazione
Secondo i ricercatori, la soluzione passa da un approccio più articolato. Le evidenze mostrano che strumenti come il monitoraggio costante, il rafforzamento degli enti regolatori e le ispezioni periodiche risultano più efficaci delle sole multe.
Un ruolo chiave, suggeriscono gli esperti, potrebbe essere svolto da centri indipendenti di ricerca sulla sicurezza tecnologica, ai quali le aziende dovrebbero fornire accesso a dati e algoritmi. Questo permetterebbe di verificare concretamente l'adozione di misure di sicurezza e di individuare tempestivamente eventuali rischi. Allo stesso tempo, un modello cooperativo tra regolatori e imprese, basato sulla condivisione di conoscenze e buone pratiche, potrebbe rivelarsi molto più incisivo nel promuovere comportamenti virtuosi. Non solo punizione, dunque, ma anche prevenzione e accompagnamento.
Secondo il team dell'Università della Tasmania per contrastare efficacemente i comportamenti scorretti occorre quindi cambiare radicalmente prospettiva e pensare a un nuovo sistema che combini strumenti di monitoraggio, trasparenza, responsabilizzazione interna e sanzioni che devono agire insieme. Uno studio del 2016 citato dagli autori conferma che "l'utilizzo simultaneo di più leve" rappresenta il metodo più efficace di deterrenza. Le multe, concludono, non vanno insomma eliminate, ma integrate in un quadro di maggiore respiro, capace di incidere sulle dinamiche strutturali delle aziende.
Le sanzioni milionarie non bastano più a frenare lo strapotere delle Big Tech. Come dimostra il "paradosso dell'asilo", le multe rischiano di trasformarsi in semplici tariffe per continuare a operare oltre le regole. Per garantire sicurezza e sovranità digitale, gli esperti suggeriscono di passare dalla pura punizione a un modello basato su trasparenza, monitoraggio costante e cooperazione.