Le ambasciate iraniane si sono fatte prendere la mano sui social: dalla difesa di Meloni a Trump anni ’80

Dopo che il presidente americano Donald Trump ha duramente attaccato Giorgia Meloni – rea sia di averlo criticato per gli attacchi a Papa Leone IV, sia di non sostenere con zelo l'attacco all'Iran – l'Italia ha ricevuto un inaspettato endorsement da parte dell'ambasciata iraniana in Ghana. "Cara Italia, Il tuo Primo Ministro ha appena difeso il Papa e ha perso un alleato a Washington", si legge nel post pubblicato su X. "Vorremmo candidarci per il posto vacante". Ora, se vi state chiedendo perché il profilo social dell'ambasciata di uno Stato ostile (peraltro attiva in una nazione del tutto estranea alla questione) abbia preso le parti del nostro Paese, le perplessità sono del tutto legittime.
In realtà, da qualche settimana a questa parte, la comunicazione social delle ambasciate iraniane ha abbandonato i soliti istituzionali per sfidare l'amministrazione Trump al suo stesso gioco, utilizzando un linguaggio volutamente pop, spesso sopra le righe, per rilanciare meme, video e remix ironici. Una cosa di per sé sarebbe anche divertente, se di mezzo non ci fosse una guerra che ha già mietuto migliaia di vite.
Il conflitto si sposta sui social: frecciate, accuse e video demenziali
Nel post che ha destato scalpore, l'ambasciata iraniana ha attinto dalla storia millenaria del Paese, erede della tradizione persiana, per lanciare un per nulla disinteressato messaggio di amicizia rivolto all'Italia. Dopo essersi proposto come nuovo alleato, l'account ha infatti snocciolato le numerose similitudini tra le due culture:
"Le nostre qualifiche: 7.000 anni di civiltà, un amore condiviso per la poesia, l’architettura e il cibo che richiede più tempo per essere preparato rispetto alla durata dell’attenzione di Trump".
Il colpo da maestro è però il finale. "L'unica cosa per cui l’Iran e l’Italia si sono mai battuti è su chi ha inventato il gelato". Il riferimento è al faloodeh, una specie di granita che gli iraniani rivendicano con orgoglio come il primo gelato della Storia. "Siamo in una guerra fredda su questo da 2.000 anni", conclude il post. Un tentativo di ridurre le tensioni geopolitiche a una disputa gastronomica che non sfigurerebbe nella bacheca di una pagina Facebook dove ci si indigna per pizza all'ananas e si bisticcia per la supremazia culinaria tra Nord e Sud.
La strana interazione dell'ambasciata non è però un episodio isolato. Il caso più emblematico arriva dal profilo X dell'ambasciata iraniana in Tagikistan. Dopo il battibecco con il Santo Padre, Trump aveva pubblicato un'immagine generata dall'intelligenza artificiale in cui appariva in vesti mistiche, intento a guarire un malato. A quell'immagine che ha destato un certo scalpore anche tra l'elettorato repubblicano più conservatore, lo scorso 14 aprile l'ambasciata iraniana ha risposto con una versione alternativa dove Gesù Cristo cala dal cielo e attacca il presidente americano precipitandolo in una voragine di fuoco. In Bulgaria, un altro account diplomatico iraniano ha invece rilanciato un'ulteriore modifica dell'immagine "incriminata", insinuando con una didascalia tagliente che il malato guarito da Trump potesse essere Jeffrey Epstein. Un riferimento diretto alle frequentazioni passate dell'ex presidente, usato per minare la sua credibilità morale.
Dopo simili exploit, gli sberleffi alla figura del presidente americano sono proseguiti con il profilo dell'ambasciata in Sudafrica, la quale ha ripubblicato un video creato con l'IA da un creator tedesco (che tra l'altro si è lamentato per l'appropriazione del contenuto) in cui un Trump dai capelli anni '80 canta una versione rivisitata di "Voyage, Voyage", con il testo modificato "Blocco, Blocco". Anche l'account dei rappresentanti iraniani nel Regno Unito ha partecipato alla campagna, ma questa volta ad essere preso di mira è stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che nell'immagine diffusa su X viene paragonato ad Adolf Hitler.
La trappola della superficialità
Quella che si sta delineando è una trasformazione profonda del linguaggio diplomatico. Le ambasciate non parlano più solo attraverso comunicati e conferenze stampa, ma si muovono nel territorio fluido dei social, adottando codici che appartengono alla cultura digitale. L'ironia diventa strumento politico, il meme una forma di propaganda. In questo contesto, l'Iran sembra aver colto l'opportunità per ribaltare una narrazione internazionale spesso sfavorevole. Le uscite sopra le righe di Trump offrono materiale perfetto per questa strategia, trasformandolo in un perfetto bersaglio di derisione. E in parte, l'operazione simpatia sembra aver funzionato.
In Europa una fetta di pubblico social ha cominciato a guardare con favore alla causa iraniana, complice anche la percezione delle aggressioni israelo-americane e gli effetti economici che le imprevedibili mosse di Washington potrebbero portare alle economie occidentali. In questi casi, però, il rischio è che le dinamiche da tifo finiscano per far passare in secondo piano il volto più duro del regime di Teheran. A ricordarlo è per esempio la giornalista Cecilia Sala, che in una dura risposta all'entusiasmo suscitato da uno di questi post ha scritto su X: "La Repubblica islamica ha ucciso più iraniani in due giorni di quanti ne abbiano uccisi le bombe israeliane e americane in 40, ma ha vinto la guerra dei meme quindi tutto ok". Sala ha poi condiviso un link contenente i dati con nome, cognome e città di 7007 vittime accertate, trucidate dai Pasdaran. Numeri che restituiscono la dimensione reale di un governo che, al di là dell'ironia digitale, continua a esercitare una repressione sistematica del suo stesso popolo. Perché la guerra dei meme può spostare percezioni e creare consenso, ma non cambia la cruda natura dei sistemi politici.