video suggerito
video suggerito

La tragedia dello Shuttle, 40 anni dal primo grande incidente della NASA: la cronaca di quei 73 secondi

Il 28 gennaio 1986 lo Space Shuttle esplose 73 secondi dopo il decollo. L’inchiesta rivelò un guasto noto agli O-ring, ignorato per anni, e una catena di decisioni che portò alla morte dei sette membri dell’equipaggio.
A cura di Elisabetta Rosso
0 CONDIVISIONI
Immagine

La mattina del 28 gennaio 1986 Bob Ebeling sta guidando verso il lavoro ed è nervoso. Quella notte ha fatto freddo in Florida, troppo freddo e continua ad avere una frase che martella in testa: "oggi succederà una catastrofe, moriranno tutti". È dalla sera prima che non riesce a togliersi quel pensiero dalla testa, da quando insieme al suo team di ingegneri aveva provato a fermare il lancio dello Space Shuttle Challenger.  

Ebeling è un ingegnere della Morton Thiokol, l'azienda responsabile dei razzi a combustibile solido dello Space Shuttle. Insieme ad altri tecnici, ha cercato di ritardare la partenza. La ragione è semplice: il freddo rende rigide le guarnizioni di gomma – gli O-ring – che sigillano i giunti dei razzi. Se non funzionano, i gas incandescenti possono fuoriuscire. Se i gas fuoriescono, il razzo può esplodere.

Il Challenger è già sulla rampa di lancio a Cape Canaveral, Ebeling sa che le condizioni sono le peggiori mai affrontate dal programma Shuttle. Sa anche che le sue preoccupazioni non sono state ascoltate. Eppure aveva ragione. Settantatré secondi dopo il decollo, il razzo si disintegrerà davanti agli occhi di milioni di persone.

La missione STS-51-L: perché è importante per la Nasa

Lo Space Shuttle Challenger era una navetta spaziale della NASA, parte del programma Space Shuttle per portare equipaggi e satelliti in orbita terrestre bassa. La sua missione finale, la STS-51-L, era la 25ima del programma e la decima del Challenger. Doveva durare circa sei giorni, e studiare la cometa di Halley, oltre a condurre altri test scientifici in orbita.

La missione è speciale anche perché è prevista una lezione dallo spazio. Il programma Teacher in Space ha scelto un insegnante, Christa McAuliffe, la prima ad andare nello spazio insieme ai sei astronauti della missione. La Nasa aveva un obiettivo: dimostrare che lo Space Shuttle era affidabile, regolare, quasi di routine. Tanto da poter tenere persino una lezione dallo spazio.

Cosa è successo la mattina del 28 gennaio 1986

La mattina del 28 gennaio tutto è pronto per il lancio, il freddo della notte precedente però ha creato lastre di ghiaccio sulla piattaforma di lancio di 7 centimetri e mezzo e ghiaccioli di un metro. Il controllo ritarda la partenza di due ore nella speranza che il ghiaccio si sciolga. Alle 11.38 vengono accesi i motori del razzo e lo shuttle parte. Si vede del fumo grigio uscire in coda. A 10.000 metri di quota il challenger viene colpito da una forte folata di vento laterale. Lo sballottamento dura pochi istanti. A 56 secondi entra nell'atmosfera superiore. Il controllo missione da l'ok per accendere i motori al massimo. Poi succede qualcosa di strano. Una fiammata, il carburante è fuoriuscito e 15 secondi dopo il razzo esplode. 

Tutto l'equipaggio muore nell'esplosione. Francis “Dick” Scobee, Michael Smith, Ronald McNair, Ellison Onizuka, Judith Resnik, Gregory Jarvis e Christa McAuliffe. Milioni di persone a terra assistono in diretta alla catastrofe. In 73 secondi, poco più di un minuto, è tutto finito. 

Cosa ha rivelato l'inchiesta ufficiale

Per capire cosa avesse causato l'incidente l'allora presidente Ronald Reagan istituisce la Commissione Rogers. Dalle indagini emergono due fatti inquietanti. Il primo: su tre caschi era stata attivata la scorta di ossigeno di emergenza. Questo vuol dire che almeno tre astronauti sono sopravvissuti all'esplosione. Ma essendo precipitati per 19 chilometri hanno raggiunto l'acqua con una velocità di circa 320 chilometri orari, era impossibile sopravvivere.

La seconda scoperta riguarda il dietro le quinte del lancio. La causa principale del disastro fu il cedimento di un giunto degli SRB (Solid Rocket Booster), i razzi ausiliari laterali dello shuttle. Ogni SRB era composto da segmenti collegati da giunti circolari sigillati con due guarnizioni in gomma note come O-ring. Queste guarnizioni dovevano impedire la fuoriuscita dei gas ad altissima pressione generati dalla combustione del propellente solido.

La mattina del 28 gennaio 1986, le temperature estremamente basse hanno reso le guarnizioni rigide e meno elastiche. Al momento dell'accensione, il giunto del booster destro non è riuscito a mantenere la tenuta: i gas caldi son fuoriusciti e penetrati nel serbatoio esterno, pieno di idrogeno e ossigeno liquidi. L'interazione tra il flusso incandescente dei gas e il serbatoio esterno ha provocato un collasso strutturale. 

Il disastro non fu però un semplice guasto tecnico, ma il risultato di una catena di decisioni sbagliate, di problemi comunicativi e di una cultura organizzativa che aveva imparato a convivere con il rischio, come ha rivelato la Commissione Rogers. Test e missioni precedenti avevano già mostrato segni di erosione e perdite. Gli ingegneri avevano espresso preoccupazioni crescenti, in particolare riguardo ai lanci a basse temperature. Molti dei dirigenti che autorizzarono il lancio non erano nemmeno a conoscenza delle forti obiezioni degli ingegneri.

Cosa è successo la sera prima del lancio

La sera prima del lancio, ingegneri della Morton Thiokol e funzionari NASA avevano discusso a lungo del lancio durante una teleconferenza decisiva. I tecnici avevano raccomandato formalmente di rimandare il lancio. Inizialmente, anche i dirigenti della Thiokol erano d'accordo. Poi cambiarono idea. Il lancio era già stato rinviato più volte.

Ai tecnici fu chiesto di dimostrare che il lancio avrebbe sicuramente fallito. Una richiesta irrealistica: in ingegneria della sicurezza non si lavora con certezze assolute, ma con probabilità e margini di rischio. Le preoccupazioni degli ingegneri non erano arrivate ai livelli decisionali più alti. Il processo di autorizzazione al lancio aveva fallito nel suo compito fondamentale: gestire il rischio.

Dopo la tragedia dello Space Shuttle Challenger

Dopo il disastro, la NASA rivoluzionò la sicurezza: nacque l'Ufficio per la Sicurezza, l'Affidabilità e il Controllo della Qualità, i satelliti commerciali furono affidati a lanciatori monouso, e lo Space Shuttle Challenger trovò un degno successore nell'Endeavour, che volò per la prima volta nel 1992. Da allora, ogni missione dello Shuttle fu accompagnata da procedure più sicure fino al 2011, quando la Nasa decise di chiudere definitivamente il programma Shuttle.

Certo. Nonostante tutte le misure di sicurezza, l'incidente dello Space Shuttle Challenger non è stato l'ultimo nella storia dell'esplorazione spaziale della Nasa. Il 1 febbraio 2003 lo Space Shuttle Columbia venne distrutto in fase di atterraggio, questa volta per i danni legati a un frammento di copertura che si era staccato durante la fase di decollo. Anche qui la stessa sorta del Challenger: nessuno dell'equipaggio riuscì a sopravvivere.

Oggi, a quarant'anni di distanza, i lanci non sono più eventi rari, l'orbita bassa è affollata di satelliti, mandiamo le popstar in orbita e chiamiamo “turismo spaziale” qualcosa che fino a pochi decenni fa era il confine estremo dell'ingegneria e del rischio umano. Il Challenger appartiene a un'epoca in cui lo spazio era ancora un confine sperimentale. Il suo disastro resta uno spartiacque tecnico e organizzativo, alla base di molte delle procedure che regolano ancora oggi l'accesso allo spazio.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views