
Insipida, già sentita, con oltre cinque milioni di ascolti su Spotify, probabilmente creata da zero con l'intelligenza artificiale. Queste sono le prime cose che ho appuntato ascoltando Into the blue di Sienna Rose. Non si sa molto dell'artista, solo che sembra non essere umana. Diversi elementi – la sua musica in testa – suggeriscono la natura artificiale.
Non sarebbe un caso isolato: nell'ultimo anno sono spuntati come funghi progetti musicali ambigui, alcuni dichiaratamente IA altri fortemente indiziati. Al di là degli esperimenti, a preoccupare è il successo di queste canzoni artificiali. Per esempio Walk My Walk dei Breaking Rust (gruppo IA), ha raggiunto il primo posto nella classifica Country Digital Song Sales di Billboard negli Stati Uniti. Sienna Rose invece è entrata nella Viral Top 50 di Spotify.
Questo fenomeno comincia a preoccuparmi. L'impressione è di essere in un circuito chiuso dove un algoritmo produce musica che soddisfa un altro algoritmo. Non si studia più cosa ascoltiamo, ma si produce direttamente ciò che, secondo i modelli, dovremmo ascoltare.
Il trionfo della compatibilità
Il profilo Spotify di Sienna Rose ha tutti gli elementi per suggerire che l'artista non sia umana. Nessuna intervista, nessuna presenza social verificabile, una biografia volutamente vaga che parla di “anonimato” come scelta estetica. Nonostante la facciata scarna l’artista ha raccolto milioni di ascoltatori mensili ed è entrata in playlist mainstream. Questo non è un paradosso, ma una conseguenza diretta del funzionamento delle piattaforme di streaming. Gli algoritmi non premiano le storie personali, ma la compatibilità sonora: timbro, ritmo, mood, durata ideale del brano. In questo ecosistema, un progetto musicale senza volto può funzionare perfettamente, purché risponda ai parametri giusti.
La musica di Sienna Rose è sfacciatamente ispirata a sonorità conosciute: soul morbido, pianoforti minimali, vocalità intime che ricordano Alicia Keys o Olivia Dean. Nulla di rivoluzionario, tutto estremamente familiare. Ed è proprio questo il punto.
L’intelligenza artificiale applicata alla musica non punta a creare qualcosa di nuovo, bensì a ridurre il rischio. Analizzando milioni di brani, i modelli generativi imparano quali combinazioni funzionano meglio per trattenere l’ascoltatore, evitando deviazioni stilistiche o imperfezioni emotive. Il risultato è una musica “statisticamente piacevole”, difficile da odiare, ma altrettanto difficile da ricordare.
Ascoltare attraverso la macchina
Spotify e Deezer hanno ammesso pubblicamente che i contenuti generati da IA sono ammessi, purché etichettati in modo corretto. Tuttavia il sistema di raccomandazione non distingue tra musica umana e artificiale se entrambe performano bene in termini di engagement. Il rischio è che il processo di scoperta artistica venga progressivamente svuotato. Non più uno spazio di esplorazione culturale, ma un circuito chiuso in cui il suono perfetto viene replicato e distribuito all’infinito.
Anche perché noi non ascoltiamo più da soli, ascoltiamo insieme a sistemi che osservano, confrontano, suggeriscono. L’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di produzione, ma un intermediario che ci insegna i nostri stessi gusti. Sienna Rose è una diretta conseguenza di tutto questo. Una risposta a modelli statistici che sanno cosa tende a piacerci, quando e per quanto tempo. La musica non nasce più da un’urgenza, ma da una probabilità. Non cerca di dire qualcosa; cerca di non disturbare. E a me, questo, disturba tantissimo.