Iran, il problema dei 440 chili di uranio arricchito: l’analisi video sui rischi di una bomba atomica

Circa 10 bombe atomiche. È quello che l’Iran potrebbe teoricamente ricavare dalle sue scorte nucleari: oltre 440 chili di uranio arricchito al 60%, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Ma tra avere il materiale per una bomba e avere davvero una bomba c’è una differenza enorme. Eppure, durante il suo discorso nella notte del 28 febbraio, Donald Trump ha indicato il programma nucleare iraniano come una “minaccia imminente”, il motivo, ha detto, per cui Stati Uniti e Israele hanno deciso di attaccare l’Iran. Ma queste minacce sono davvero imminenti? L’Iran vuole davvero costruire una bomba atomica?
Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro. Perché la storia del nucleare iraniano non nasce come un “progetto segreto” della Repubblica Islamica. Inizia molto prima. E inizia proprio con gli Stati Uniti.
La nascita del programma nucleare in Iran
Siamo negli anni Cinquanta, in un clima di perenne tensione dettato dalla Guerra Fredda. Nel 1953 il presidente statunitense Dwight Eisenhower lancia un programma chiamato Atoms for Peace. L’obiettivo dichiarato è promuovere l'uso pacifico dell'energia atomica. Tra i Paesi coinvolti nel programma c’è anche l’Iran, governato dallo scià Mohammad Reza Pahlavi, uno dei partner più importanti degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Nel 1957 Washington e Teheran firmano un accordo di cooperazione nucleare civile, e dieci anni dopo -nel 1967- viene inaugurato a Teheran il Tehran Research Reactor, un reattore di ricerca alimentato con uranio altamente arricchito fornito proprio dagli Stati Uniti. L’obiettivo ufficiale è sviluppare la ricerca scientifica e produrre isotopi per la medicina nucleare, ovvero la branca specialistica che usa piccole quantità di sostanze radioattive per curare e diagnosticare malattie; per farvi un esempio, è alla base di esami come la scintigrafia o la PET.
La rivoluzione islamica e la frattura con l'Occidente
Il programma nucleare iraniano decolla. Lo scià sogna decine di centrali per ridurre la dipendenza dal petrolio. Tra queste, la centrale di Bushehr, realizzata con tecnologia tedesca. E infatti l’Iran firma accordi con diverse aziende occidentali, soprattutto francesi e tedesche, e nel 1970 ratifica il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, il cosiddetto NPT. È un patto che stabilisce quali Stati possono detenere armi nucleari e chi no.
Gli unici Paesi autorizzati, in teoria, sono quelli che le avevano già sviluppate prima del Trattato: i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, Stati Uniti, Unione Sovietica (poi diventata Russia), Regno Unito, Francia e Cina. Questi Stati sono “autorizzati” ma, formalmente, devono impegnarsi per smantellare tutte le testate nucleari in loro possesso. Gli altri Paesi invece, Iran compreso, possono investire sulla tecnologia nucleare civile, impegnandosi però a non costruire armi atomiche, in cambio di cooperazione scientifica internazionale.
Questo patto regge fino al 1979. La rivoluzione islamica rovescia lo scià e porta al potere l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, trasformando radicalmente il sistema politico del paese. Da monarchia filo-occidentale l’Iran diventa una repubblica islamica sciita, la rivoluzione segna una netta rottura diplomatica con gli Stati Uniti. L'Iran sospende immediatamente il programma nucleare, considerato un simbolo di dipendenza dall'Occidente. Ma questa posizione ha vita breve. Nel 1980 l’Iraq di Saddam Hussein invade l’Iran, dando inizio a una guerra che durerà otto anni.
Durante il conflitto, il regime iracheno fa ampio uso di armi chimiche: bombe che rilasciano gas come tabun e iprite. Secondo le stime sarebbero tra i 50 mila e i 100 mila iraniani, tra militari e civili, uccisi dalle armi chimiche irachene. La risposta della comunità internazionale è debole, e sappiamo che l’Iraq ha ricevuto supporto da parte di alcuni Paesi occidentali, interessati a indebolire l'Iran post-rivoluzionario. È proprio in questo contesto che il programma nucleare iraniano, lentamente, riprende slancio.
L'arricchimento dell'uranio
Per capire la crisi nucleare iraniana bisogna chiarire un punto tecnico fondamentale: l’arricchimento dell’uranio. L’uranio naturale, che troviamo in molte rocce, terreni e acque, contiene solo una piccola quantità dell’isotopo U-235 che permette una reazione nucleare: circa lo 0,7%. Per alimentare una centrale nucleare si deve riuscire ad aumentare la concentrazione di U-235, fino al 3 o al 5%. Per una bomba atomica, invece, bisogna arrivare vicino al 90%.
Il processo tecnico che accresce la percentuale di isotopo radioattivo si chiama arricchimento e viene realizzato tramite migliaia di centrifughe che ruotano ad altissima velocità per separare gli isotopi: visto che l'uranio-238 è leggermente più pesante dell'uranio-235, la forza centrifuga spinge la parte pesante verso le pareti del cilindro, lasciando quella più leggera (l'U-235) al centro. Una singola centrifuga separa pochissimo materiale. Per questo se ne collegano migliaia tra loro. Il “problema” è che la tecnologia è la stessa per entrambi gli scopi. Le centrifughe che producono combustibile per una centrale elettrica possono teoricamente produrre anche materiale per un’arma nucleare. Ed è proprio questo terreno comune che rende il nucleare iraniano così controverso.
Dalla scoperta dei siti segreti iraniani all'accordo del 2015
Arriviamo al 2002. Un gruppo di dissidenti iraniani rivela l’esistenza di due impianti nucleari non dichiarati: Natanz e Arak. A questo punto, scatta la crisi internazionale. Nel 2003 Teheran sospende temporaneamente l’arricchimento dell’uranio e firma il Protocollo aggiuntivo dell’IAEA. L’Iran quindi accetta che l'Agenzia Internazionale possa inviare ispettori sul posto per fare controlli a sorpresa, e fornisce libero accesso alle informazioni sul suo programma nucleare.
La tregua però dura poco. Con l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad il programma riprende, l’IAEA dichiara l’Iran inadempiente e l’ONU impone nuove sanzioni. Nonostante tutto, Teheran continua ad ampliare la sua capacità di arricchimento, e costruisce in segreto l‘impianto di arricchimento sotterraneo di Fordow, poi scoperto nel 2009. Cresce anche il sospetto che dietro al programma civile possa nascondersi un progetto militare. Teheran però respingerà sempre queste accuse, sostenendo che tutte le sue attività rientrino nel diritto allo sviluppo nucleare pacifico garantito dal Trattato di Non Proliferazione.
Poi, nel 2015 arriva un’importante svolta diplomatica. Il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare iraniano. L’Iran e altre potenze mondiali lo firmano per evitare che Teheran possa costruire una bomba atomica. L’Iran quindi riduce le proprie scorte di uranio arricchito, limita il livello massimo di arricchimento e acconsente a un sistema di ispezioni internazionali estremamente rigoroso. In particolare, sotto osservazione ci sono le tre principali strutture iraniane:
- Natanz, il sito principale di arricchimento dell’uranio, con migliaia di centrifughe sotterranee progettate per essere difficili da colpire.
- Fordow, costruita nel ventre di una montagna e destinato all’arricchimento fino al 5%, ma successivamente impiegato anche a livelli più avanzati.
- Isfahan, centro vitale per la conversione e lo stoccaggio del materiale nucleare.
Poi, nel 2018, un nuovo colpo di scena. Gli Stati Uniti della prima amministrazione Trump decidono di ritirarsi unilateralmente dall’intesa. Per loro quell’accordo non basta a garantire la sicurezza degli USA e dei suoi alleati regionali, in primis Israele. Per esempio, non prevede limiti allo sviluppo dei missili balistici o alle attività di destabilizzazione regionale in Medio Oriente.
Una nuova crisi nucleare
Dopo il ritiro, per spingere l’Iran a negoziare un accordo più restrittivo, gli Usa reintroducono nuove sanzioni economiche. N ma non fanno altro che ottenere l’effetto opposto: Teheran inizia progressivamente ad abbandonare i limiti previsti dall’accordo. L’arricchimento dell’uranio aumenta prima al 20% e poi, negli anni successivi, fino al 60%. È un passaggio cruciale. Una volta raggiunto un livello così elevato, la distanza dal grado militare si riduce drasticamente. Oltretutto, un arricchimento al 60% può comunque essere usato per una bomba rudimentale, anche se meno potente e meno affidabile.
L’Iran quindi accumula scorte da 440 chili di uranio arricchito al 60%. Secondo molti analisti una tale quantità di uranio arricchito riduce notevolmente il breakout time, cioè il tempo teoricamente necessario per produrre materiale fissile sufficiente per una bomba atomica.
Alle tensioni storiche e ideologiche accumulate negli anni si aggiungono i progressi del programma nucleare iraniano. Su queste basi a giugno 2025 Stati Uniti e Israele decidono di lanciare una serie di attacchi mirati contro gli impianti nucleari iraniani. La cosiddetta “guerra dei 12 giorni”. Subito dopo Teheran sospende definitivamente la cooperazione con gli ispettori internazionali. Da quel momento, nessuno può dire con certezza dove siano finiti i 440 chili di uranio o se esistano ulteriori scorte.
Davvero l'Iran rappresenta una minaccia?
Torniamo alla domanda iniziale: davvero l’Iran rappresenta una minaccia nucleare imminente? Come abbiamo visto, possedere uranio arricchito non significa automaticamente possedere una bomba. Per trasformare quel materiale in un’arma nucleare servono altri passaggi complessi: portare l’arricchimento al 90%, convertire l’uranio in metallo, costruire un sistema di detonazione estremamente sofisticato e miniaturizzare l’ordigno per poterlo montare su un missile.
Secondo gli esperti, l’Iran in effetti potrebbe avere le competenze scientifiche per costruire un dispositivo nucleare rudimentale -simile a quello usato dagli Stati Uniti su Hiroshima nel 1945, ma realizzare una vera testata nucleare operativa, integrata in un sistema missilistico affidabile, è molto più complesso. Non solo, finora non esistono prove pubbliche che dimostrino che Teheran abbia raggiunto questo livello.
Resta però una grande incognita: quanto gli attacchi del 2025 abbiano davvero colpito il programma nucleare iraniano. I siti di Natanz e Fordow hanno subito danni, ma gran parte delle infrastrutture si trova decine di metri sotto terra, protetta da cemento armato e roccia. Per questo molti esperti ritengono che il programma sia stato rallentato, ma non distrutto. E non si può escludere che parte delle attività sia stata trasferita in impianti segreti, come era già successo in passato.
C'è un altro elemento fondamentale, che spesso viene tralasciato nel dibattito pubblico, un’asimmetria che non possiamo ignorare. Mentre discutiamo dei 440 chili di uranio iraniani e di una potenziale minaccia futura, dobbiamo ricordare che il sistema che regola le armi nucleari ha delle crepe profonde. Secondo il Trattato di non proliferazione nucleare, tutti i firmatari a partire dal 1970 dovevano impegnarsi a ridurre o eliminare le armi atomiche. Stando alle stime della FAS, Federation of American Scientists, da un picco di circa 70.300 nel 1986 si è passati a circa 12.321 testate nucleari all'inizio del 2026, con Stati Uniti e Russia che attualmente possiedono circa l'87% dell'arsenale nucleare mondiale totale.
Questo ritmo di riduzione oggi è rallentato molto rispetto agli anni '90, anzi, la tendenza è che gli arsenali militari, cioè le armi nucleari utilizzabili, stiano aumentando. E ci sono anche Paesi che stanno sviluppando questi armamenti al di fuori del quadro giuridico internazionale. Uno su tutti: Israele. Non solo, ha deciso anche di non firmare il Trattato di non proliferazione nucleare, insieme a India, Pakistan, Corea del Nord e Sudan del Sud. Secondo il Center for Arms Control and Nonproliferation e la Nuclear Threat Initiative, Israele avrebbe circa 90 testate nucleari e materiale fissile sufficiente per produrne molte altre.
Un effetto indesiderato
Gli attacchi contro l’Iran hanno un obiettivo dichiarato: fermare il suo programma nucleare. Ma molti esperti temono l’effetto opposto. Secondo Jeffrey Lewis, studioso di sicurezza globale, se il regime sopravvive, il risultato potrebbe spingere l’Iran a ricostruire il proprio arsenale. Un attacco aereo può distruggere infrastrutture. Ma non può cancellare il sapere tecnico accumulato in decenni di ricerca.
E allora l’Iran, potrebbe arrivare alla stessa conclusione a cui è arrivata la Corea del Nord: che il mondo, e in particolare gli Stati Uniti, rappresentano una minaccia alla propria sopravvivenza, e che il modo migliore per difendersi è dotarsi sul serio di armi nucleari.