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Intelligenza artificiale (IA)

Il peso dell’IA sul futuro del lavoro, il prof Fuggetta: “La disoccupazione? Guardiamo alla storia”

L’IA spazzerà via il lavoro o creerà nuove opportunità? In questa intervista a Fanpage.it, Alfonso Fuggetta, professore di Informatica del Politecnico di Milano analizza dati e falsi miti: tra “AI washing” e categorie a rischio, ecco perché serve saggezza per governare il cambiamento senza paura.
Intervista a Alfonso Fuggetta
Professore di informatica al Politecnico di Milano
A cura di Niccolò De Rosa
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In un domani dominato dall'IA, tra ingegneri informatici, burocrati e camionisti, a perdere il lavoro potrebbero essere proprio questi ultimi, anche se non è detto che ciò accadrà. A parlare è Alfonso Fuggetta, professore ordinario di Informatica al Politecnico di Milano, che nel dibattito polarizzato tra chi è convinto l'IA spazzerà via la maggior parte delle professioni esistenti e chi invece pensa che l'avvento delle macchine intelligenti aprirà una nuova era di sviluppo forsennato, invita a guardare con calma e lucidità la realtà dei fatti, senza farsi traviare da promesse o previsioni funamboliche.

"Guardando alla storia, le innovazioni tecnologiche hanno sempre cambiato i lavori, ma spesso aumentandone il numero complessivo", ha spiegato il professore a Fanpage.it. "La vera sfida rimane semmai la formazione e la capacità di governare questo cambiamento. Lo scenario catastrofico in cui verremo tutti sostituiti mi sembra, al momento, quantomeno prematuro, così come appaiono molto superficiali alcune previsioni su chi rischierà di più di trovarsi senza un'occupazione".

Fuggetta, che da tempo si occupa dell'evoluzione e dell'integrazione dell'IA nella nostra società, invita pertanto a non farsi condizionare troppo dalle roboanti dichiarazione dei CEO delle aziende che sviluppano IA o dalle notizie dei licenziamenti di massa che sembrano far presagire al peggio. Il rischio è finire a concentrarsi sul dito – la la macchina intelligente – ignorando completamente la Luna, ossia un sistema economico globale che deve ancora trovare la sua strada e spesso usa la scusa dell'IA per tagliare costi e posti di lavoro superflui.

Professore, l'intelligenza artificiale sta già cambiando il mondo e promette trasformazioni ancora più radicali. Ci stiamo comportando in modo "stupido" nel modo in cui approcciamo questa tecnologia?

Il punto è che ci troviamo di fronte a una tecnologia estremamente articolata, le cui potenzialità sono ancora in fase di esplorazione. La mia opinione è che sarebbe meglio frenare gli estremi. Da un lato c'è chi profetizza che perderemo tutti il lavoro, dall'altro chi liquida tutto come una banalità. Inutile che, alla fine, non porterà grossi cambiamenti. L'IA è una tecnologia potente e per molti versi rivoluzionaria, che va studiata e capita. Il grosso errore che stiamo facendo risiede nella la fretta di giudizio. C'è un eccesso di entusiasmo tra gli appassionati e, specularmente, visioni millenaristiche in chi non la comprende o la teme. Più che la prudenza – un termine che suggerisce di andare piano e, visto come stanno evolvendo le cose, non ce lo possiamo permettere – serve saggezza, intesa la capacità di analizzare correttamente potenzialità, rischi, limiti e campi di applicazione di questo nuovo strumento. Oggi non è ancora tutto scritto. Serve testare, provare e validare.

I grandi player dello sviluppo dell'IA, come OpenAI o Anthropic suggeriscono ciclicamente imminenti rivoluzioni per il mondo del lavoro. Stiamo davvero correndo verso una società sempre più automatizzata?

L'annuncio di Anthropic del 25 marzo, dove si presenta un nuovo modello in grado di prendere il controllo di un computer, è emblematico. Molti sostengono che ora non serviranno più gli sviluppatori di software. Eppure, se guardiamo i dati sui job posting negli Stati Uniti, le assunzioni in ambito software continuano ad aumentare. Potrebbe verificarsi quello che in letteratura è noto come il Paradosso di Jevons: se produrre software costa meno e diventa più efficiente, la domanda complessiva potrebbe addirittura aumentare, portando a richiedere ancora più professionisti. Dopotutto l'automazione del lavoro non l'ha certo inventata l'IA.

Già ora però molti posti di lavoro stanno saltando per essere rimpiazzati dallèIA. Non è un segnale di forte cambiamento?

L'Economist ha pubblicato analisi molto puntuali su questo, distinguendo tra gli effetti direttamente correlati all'IA e altri fattori macroeconomici. Spesso si parla di AI washing, ossia aziende che licenziano per motivi strutturali e usano l'IA come giustificazione. Molte compagnie, per esempio, hanno assunto molto personale Duran te il Covid e ora devono ridurre il capitale umano. L'avvento dell'Intelligenza artificiale diventa così una buona scusa. La realtà è che, dal punto di vista macroeconomico, non abbiamo ancora visto un ritorno economico reale e diffuso degli investimenti in IA. C'è una gran fretta di trarre conclusioni, ma mancano ancora le evidenze di un nesso di causalità tra adozione dell'IA e aumento sistemico della produttività.

Si dice spesso che i "colletti bianchi" siano i più a rischio. Lei però ha una visione diversa. Quali sono le categorie davvero esposte?

Un lavoro è a rischio quando tutte le attività che lo compongono vengono coperte dall'IA. Prendiamo lo sviluppatore: l'IA fa coding, ma non gestisce gli stakeholder o la progettazione architettonica. Se però arrivassero i camion a guida autonoma, l'autista, la cui mansione principale è guidare, vedrebbe la sua figura svuotata di senso. In generale, le professioni intellettuali che non sono sono meramente burocratiche – i "passacarte" sono già soggetti ad automazione da tempo – diventeranno probabilmente più produttive. La sfida sarà capire se il mercato assorbirà questo aumento di produttività. Storicamente, l'introduzione dei robot nelle fabbriche non ha fatto sparire gli operai, ha cambiato il loro modo di lavorare. La sostituzione totale del lavoro umano (job substitution) è un fenomeno molto più complesso di quanto dicano certi slogan.

C'è il rischio che questa corsa forsennata all'IA possa rivelarsi una bolla destinata a scoppiare?

Il tema della sostenibilità economica e ambientale è centrale. Questi sistemi costano e consumano cifre spropositate. Al di là del fatto che funzionino bene, bisogna però capire quando diventeranno profittevoli. OpenAI, ad esempio, brucia miliardi in cassa. La domanda è: quando inizierà a generare utili reali? C'è poi il discorso sull'effettiva utilità tecnologica dello strumento.

Cosa intende?

L'aspetto economico è centrale per una visione del futuro, ma è indiscutibile che l'IA abbia aree di applicazione straordinarie già oggi. Penso alla ricerca e strutturazione delle informazioni: strumenti come Perplexity o le funzioni di Deep Research superano di gran lunga il tradizionale Google Search per i compiti complessi. Poi c'è l'assistenza alla scrittura e la revisione dei testi. Già nello sviluppo software, però, troviamo delle lacune. È utilissima per il coding, ma deve ancora migliorare molto per l'analisi dei requisiti, architettura, integrazione. Se usata male, l'IA può generare un codice difficile da gestire, rendendo tutto il lavoro inutile. Torniamo così al discorso dell'uso intelligente e maturo. L'IA non è un oracolo, ma una macchina statistica che tende a essere compiacente: se le chiedi di dimostrare una tesi, lo farà. Se le chiedi il contrario, farà anche quello. Trattarla con un approccio "fanciullesco", come se fosse un fratello maggiore saggio che ha sempre ragione, è il rischio più grande.

Dunque, qual è la strada "intelligente" per integrare l'IA nella società?

La priorità assoluta è l'istruzione. Le persone devono capire come funzionano questi strumenti, conoscerne limiti e potenzialità. Interagire con un'interfaccia conversazionale richiede competenze nuove. In secondo luogo, serve una visione complementare. Nell'industria, ad esempio, l'IA può velocizzare le simulazioni di un aeroplano analizzando dati pregressi, ma non sostituisce i software di calcolo fisico tradizionale; piuttosto, aiuta a focalizzarsi sui casi più promettenti. Capire questa sinergia richiede cultura tecnica. Dobbiamo investire in ricerca e centri di competenza, mantenendo una visione costruttiva e non emotiva. Come si dice in Spider-Man: "Da un grande potere derivano grandi responsabilità". Non è solo una battuta da film: è la realtà con cui dobbiamo fare i conti di fronte a tecnologie così dirompenti.

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