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Guerra Ucraina-Russia

Voci di una vita a Mosca senza internet: il sistema difende il potere, la società paga il prezzo

“Non è ancora sovranismo digitale”. Il motivo degli shutdown è “la paura di attentati a Putin”, dicono gli esperti a Fanpage.it. Ma si tocca una sfera vitale della società: “È un test totalitario, e una bomba a tempo che mina il regime”. Le voci di chi vive a Mosca.
A cura di Riccardo Amati
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Non ci sono code “sovietiche” allo “sportello internet”, né tessere annonarie per la razione quotidiana di web — come descritto in chiave distopica in un video diventato virale. Ma assembramenti sì. Davanti ai McDonald’s, che dal 2022 si chiamano Vkusno i Tochka. Davanti a tutti i locali di Mosca con un buon router. Niente 5G, né 4G. Connettività mobile, assente. Defitsit di rete. È Wi-Fi o morte (digitale). Defitsit vuol vuol dire “deficit”. Ma anche scarsità. Mancanza di un prodotto. È una parola che pesa nella memoria russa.

Alla fine dell’URSS c’era defitsit di tutto. Dalle salsicce alla carta igienica. Intere giornate in coda. Ci si metteva in fila anche senza sapere cosa il negozio vendesse. Se c’era coda, qualcosa vendevano. Immancabilmente, un tipo ambiguo si avvicinava alla ressa. Offriva un paio di jeans. Un walkman. Cassette pirata dei Pink Floyd. Il personaggio appare anche nella clip virale. Ma offre VPN: “Roba buona, dal Messico. Buon prezzo”. I giovani attori che recitano nel video non erano nati. Ma il richiamo ai tempi dei defitsit e del chyorny rynok, il mercato nero, è chiaro.

Niente internet? Compriamo le radio

“La app di Yandex Taxi non funziona”, racconta Vitaly a Fanpage.it. Se ne accorge alla stazione ferroviaria Kursky, distretto Basmanny. Pieno centro di Mosca. Sul display compare un tasto: “Chiama per prenotare”. Solo contanti, però. Vitaly allora va a un bancomat. Non riesce a prelevare. La sua carta è sullo smartphone. Niente connessione, niente soldi. Torna a casa a piedi. “Tutta salute”, scherza.

Vitaly l’ha presa bene. Altri no. “Sono furiosa”, dice Marina. “Da Park Kultury a Ostozhenka (altre zone centrali della capitale, ndr) niente rete. Anche tra la metro di Kitay-Gorod e quella di Kurskaya, connessione non pervenuta. Nessuna informazione. E se avessi un’emergenza? Se dovessi chiamare un’ambulanza?”.

Ci si arrangia. Tra il 6 e il 10 marzo le vendite di walkie talkie e apparecchi radio sono salite del 27%, ha reso noto il marketplace Wildberries. Telefoni fissi, più 25%. Cercapersone, aumento del 73%. Poi si scopre che i cercapersone sono scollegati da anni. Oggetti inutili. La catena di negozi Chitai-Gorod riferisce che ha più che raddoppiato gli incassi per le mappe stradali. Il GPS, sempre incerto intorno al Cremlino, ora è proprio sparito. I media russi parlano di un ritorno dei lettori MP3. “Eh, buona idea”, commenta la nostra Marina. “Ieri provavo ad ascoltare musica su Apple Music ma nulla si caricava”.

Sicurezza senza rete: la strategia di Mosca

“Non siamo ancora all’autoritarismo digitale”, spiega a Fanpage.it, Sarkis Darbinyan, avvocato specializzato nel diritto informatico, co-fondatore delle agenzie per la libertà digitale Roskomsvoboda e RKS Global. “Assistiamo a una cosa diversa: il Cremlino teme attentati al vertice dello Stato”. La mancanza di connettività a Mosca “ha ragioni di sicurezza”. Lo si è già visto in altre aree strategiche del Paese. Dove ci sono basi militari sensibili. Come quelle dei sommergibili nucleari. Tutto è iniziato dopo l’operazione Pavutyna, “Ragnatela”. Il 1° giugno 2025 più di cento droni ucraini attaccarono le basi aeree strategiche russe. Una specie di Pearl Harbour. Decine di bombardieri distrutti e danneggiati. Shock psicologico. Cremlino infuriato.

“Negli ultimi nove mesi, i governatori regionali hanno imparato una lezione semplice”, afferma Mikhail Klimarev, capo di VPN Generator e della ONG Internet Protection Society (OZI): “Spegnere internet mobile funziona. Blocca i droni. Interrompe il controllo a distanza. Annulla il rischio. E previene le ire del Cremlino”. Ordinare lo shutdown è facile. Per le autorità è diventata una specie di droga. Il metodo è arrivato a Mosca. Ma perché proprio adesso?

La paura (costosa) di Putin

“È che al Cremlino hanno una gran paura”, risponde Klimarev a Fanpage.it. “Putin ha il terrore di essere il bersaglio di un attacco mirato”. Lo zar non vuol far la fine di Khamenei. Individuato e ucciso — insieme a un bel po’ di vittime collaterali— in una megalopoli come Teheran. Come Mosca. A monte c’è sempre la HUMINT, agenti sul campo. Ma oggi il rischio è anche digitale. Reti mobili, celle, smartphone. Telecamere, pubbliche e private. Sono ovunque, nelle grandi città. La rete diventa arma. E la risposta è spegnerla. I guai di internet a Mosca sono iniziati tre giorni dopo l’assassinio di Khamenei.

L’ossessione di Putin per la sicurezza è giustificata. I servizi ucraini colpiscono con precisione. Hanno già eliminato figure vicine al potere, in Russia. Ma si temono assassinii mirati anche da parte di attori più a occidente di Kiev. Minacce invisibili. Donald Trump è diventato oggetto di critiche feroci da parte dei consiglieri del presidente più influenti. Dmitri Trenin, ex colonnello del GRU, è tra gli ispiratori della politica estera russa. Per lui, il dialogo con gli USA è finito. Anchorage è roba del passato. La fiducia, anche. Lo ha appena scritto in un’articolo di cui tutti parlano, nella capitale.

L’ossessione per la sicurezza ha un prezzo. Alto. A Mosca, ogni giorno di Internet instabile costa 4,8 miliardi di rubli. Circa 53 milioni di euro. Lo calcola OZI, l’organizzazione di Mikhail Klimarev. Nel 2025, le interruzioni nelle oblast della Federazione sono state 57. Oltre 37.000 ore. Record mondiale. Il conto: quasi 11 miliardi di euro. I dati sono in una ricerca di Top10VPN. Che segnala l’uso della “cortina da 16 KB”: una tecnica che limita i siti occidentali al caricamento dei primi 16 kilobyte, rendendoli inutilizzabili, mentre i servizi russi restano attivi.

“Nelle telecomunicazioni russe comanda l’FSB”

I Big Four della telefonia mobile in Russia sono MTS, MegaFon, T2 e Beeline. Secondo i media locali, solo Beeline ha ammesso interruzioni a Mosca. Dovute a “restrizioni esterne”. Da T2 sono più vaghi: “Eventuali problemi non dipendono dall’operatore”, si limitano a dire. La realtà è diversa. Le autorità sono dentro le telco. Possono bloccare tutto direttamente. Dall’interno.

“Due funzionari dell’FSB fanno parte dell’azienda”, rivela a Fanpage.it una persona che ha conoscenza diretta dell’organizzazione di uno dei quattro grandi operatori russi. “Hanno il loro ufficio. Sono nel consiglio di amministrazione. Decidono. Senza opposizione”. Nel caso di un ordine di shutdown, “devono solo trasmetterlo internamente al NOC, il centro che gestisce la rete. Da lì, si esegue. Non serve altro”. Spegnere internet è facile. Per il Cremlino, è una leva immediata.

Dal 21 febbraio scorso, una legge ha rafforzato i poteri dell’FSB, il Servizio Federale per la Sicurezza della Federazione Russa. Su ordine del presidente, può spegnere o limitare internet. È pienamente lecito. Putin ci tiene, al quadro normativo. Si considera un giurista. Le regole devono esserci, anche quando comprimono i diritti civili. Per legge, nella Russia di Putin i servizi segreti possono entrare nelle reti degli operatori. E monitorare tutto di tutti: chiamate, SMS, messaggi, email. “C’è un sistema tecnico su scala nazionale. Parallelo a quello delle aziende telefoniche”, chiarisce la nostra fonte. “L’FSB non deve chiedere”. Può spiare direttamente i cittadini. Sempre. È legale.

Una whitelist instabile: i siti concessi da Putin

Non è ancora un autoritarismo digitale compiuto. È qualcosa di intermedio. Esiste un lista nera. Social media e app: WhatsApp, Signal, Youtube, alcune VPN. L’organizzazione di Sarkis Darbinyan ha identificato anche una “lista grigia” di subnet. Indirizzi IP considerati sospetti. Gli shutdown a Mosca diventano anche un test. Un laboratorio. Si prova un modello più chiuso, con accesso selettivo. Una whitelist di siti sovrani esiste già ma “non è stabile né definitiva”, sostiene Darbinyan.

La lista include l’app di Stato Max. Obbligatoria, e che nessuno vuole usare. Ma vi è stata appena inclusa anche una banca straniera, riferisce l’avvocato digitale: la britannica Barclays. Il confine resta aperto. Una chiusura totale non conviene. Il sistema economico dipende ancora dal mondo esterno. Nonostante l’isolamento dall’Occidente dopo l’invasione dell’Ucraina.

Per chi suona la campana

I giornali russi parlano di tentativi di protesta. Le dimostrazioni sono state proibite. Tutte. Motivo: “Non conformi alla legge”, riporta la Nezavisimaya Gazeta. “Il malcontento cresce”, commenta a Fanpage.it da Mosca un giornalista coraggioso che si occupa di sociologia politica, Andrei Kolesnikov: “L’intrusione dello Stato in internet, habitat della classe media, esaspera una situazione già difficile a causa dell’inflazione e della stagnazione. E colpisce le piccole e medie aziende: problemi logistici e di comunicazione,  difficoltà nei pagamenti”.

La repressione non permette di scendere in piazza. Nella società vince l’apatia di chi sa di non poter influenzare le decisioni. Gli shutdown digitali provano che “la logica di un regime autoritario si autoalimenta”, sottolinea Kolesnikov. “Cerca il controllo totale, alla Orwell. E scivola verso un sistema semi-totalitario”. Il regime non vacillerà adesso. Ma è “minato da una bomba a tempo”. Toccando internet “diventa ostile non solo ai suoi oppositori liberali, ma a tutta la società”.

La Russia urbanizzata è anni avanti rispetto all’Italia, in quanto a digitalizzazione. Provocando il defitsit della rete il regime ha fatto un passo di troppo. L’intellettuale moscovita conclude con una citazione di John Donne: “Per noi russi è arrivato il momento di non chiedere più per chi suona la campana. Suona per ognuno di noi”.

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